Categories:

Traduzione di Giulia Abbate

Pubblichiamo oggi un interessante contributo relativo a un tema che abbiamo già toccato qui sul blog, e che affronteremo ancora: il low-tech, ovvero un approccio, pratico ed esistenziale, a “bassa tecnologia”.
Pochi dispositivi, semplificazione, riuso, ricerca di soluzioni che riducano e non aumentino la quantità di oggetti, acquisti, manutenzione, “confort” e così via.

Metto “confort” tra virgolette: perché è certamente confortevole beneficiare di tecnologie che riducono la quantità di operazioni o sforzo necessario per fare qualcosa… ma ne abbiamo davvero bisogno?

Il filosofo greco Epicuro affermava: ricco non è chi ha molti beni, ma chi ha poche necessità.
Portremmo dire lo stesso della tecnologia. Pur senza demonizzarla (è indubbio che applicazioni che a noi paiono assolutamente inutili, come, che so, alzare una tapparella con un battito di ciglia, ci sarebbero invece preziose se avessimo una disabilità), a me viene da pensare che con più tecnologia siamo addirittura più pover* . Questo perché nel nostro sistema attuale lo high-tech è il prodotto di un sistema capitalistico altamente centralizzato e piuttosto selvaggio, che rapina materie prime servendosi di guerre e schiavitù, le lavora in fabbriche deregolamentate e poste strategicamente sulle proprie “frontiere”, e lega la loro durata a una dipendenza dalla casa madre, o peggio, ne programma l’obsolescenza.

Meglio sarebbe liberarci dalla convinzione che lo high-tech sia intrinsecamente positivo e naturalmente simbolo di progresso. Meglio sarebbe superare il concetto di “indipendenza” promesso illusoriamente dalle macchine, e la realtà della dipendenza che esse creano nei confronti del sistema che le produce, per recuperare piuttosto il concetto di “interdipendenza”: quello che non costa a noi, lo paga qualcun* o qualcos’altro. Quello che non facciamo noi, viene comunque fatto in qualche modo che noi deroghiamo o ignoriamo.

Le culture native questo lo sanno: la loro relazione organica con il mondo permette una visione più chiara delle relazioni in gioco.
Lo abbiamo visto raccontando del saggio LoTek di Julia Watson sulle architetture indigene come strumento di resilienza climatica.
E anche il “Seme” dedicato alla biodiversità presente nelle foreste sacre ci aiuta a ragionarci.
Il nostro percorso sugli aspetti solarpunk delle culture native include anche una rosa di consigli di lettura sullo sciamanesimo a cura della scrittrice Elena Di Fazio.
Se volete leggere qualcosa di tutto questo in un racconto solarpunk, il titolo giusto è “Oasi” di Marco Melis. Mentre un romanzo di fantascienza più classico, che immagina una nuova e grande cultura di stampo nativista, è “Sempre la valle” di Ursula K. Le Guin. recensito per il blog da Franco Ricciardiello.

Buone letture!

“Bassa tecnologia”: perché la sostenibilità non deve dipendere da soluzioni ultratecnologiche

Di Chris McMahon, Senior Research Fellow in Engineering, University of Bristol / Theconversation.com – 18/02/2022
Articolo ORIGINALE: https://theconversation.com/low-technology-why-sustainability-doesnt-have-to-depend-on-high-tech-solutions-176611
Traduzione a cura di Giulia Abbate

Immagine principale: Islas flotantes de AI-Tahla – Pueblo Ma’dan (Irak). Image © Esme Allen

È idea comune che la strada della sostenibilità stia nelle soluzioni high-tech. Convertendo all’elettrico oggetti di uso quotidiano come le auto, e installando sistemi intelligenti per monitorare e ridurre il consumo di energia, crediamo che saremo ancora in grado di godere dei comfort a cui ci siamo abituati, e insieme faremo la nostra parte per il pianeta. È la condizione nota come “crescita verde”.

Ma i rischi di questo modello diventano sempre più evidenti. Molte tecnologie moderne utilizzano materiali come rame, cobalto, litio e minerali rari. Questi metalli si trovano in dispositivi come telefoni cellulari, televisori e motori. Non solo la loro disponibilità è limitata, ma sono necessarie grandi quantità di energia per la loro estrazione e lavorazione, con una significativa produzione di emissioni.

Inoltre, molti dei dispositivi in questione sono per loro natura difficili da riciclare. Questo perché per realizzarli si creano miscele complesse di materiali, spesso in quantità molto piccole, ed è molto costoso raccoglierli e separarli per il riciclaggio.

Queste limitazioni tra le altre hanno portato alcuni a mettere in discussione la direzione ultratecnologica (high-tech) che sta prendendo la nostra società, e a sviluppare un crescente interesse per soluzioni a bassa tecnologia (low-tech). Queste soluzioni danno la priorità alla semplicità, alla durata, tanto quanto alla produzione locale e alle tecniche tradizionali o antiche.

C’è di più: le soluzioni low-tech spesso si concentrano sulla convivialità. Questo implica l’incoraggiare le connessioni sociali, ad esempio attraverso la musica o la danza comunitarie, piuttosto che promuovere l’iper-individualismo incoraggiato da dispositivi digitali affamati di risorse.

“Low-tech” non significa un ritorno ai modi di vivere medievali. Ma richiede più discernimento nella nostra scelta delle tecnologie, e una attenta considerazione degli svantaggi a esse legati.

Le origini del low-tech

Per secoli i critici hanno insistito sugli aspetti negativi dell’eccessiva tecnologia: dai luddisti del XIX secolo, a scrittori del XX secolo come Jacques Ellul e Lewis Mumford. Ma è stata la crisi energetica occidentale negli anni ’70 a far conoscere e divulgare queste idee.

A person rides a cargo bike on a city road
Il Low-tech esalta efficienza e semplicità –  CityHarvestNY/Wikimedia

 Il saggio “Small is Beautiful” dell’economista britannico E.F. Schumacher, del 1973, presentava una potente critica alla tecnologia moderna e al suo sfruttamento eccessivo di risorse come i combustibili fossili. Al loro posto, Schumacher si è fatto difensore della semplicità: tecnologie efficienti, disponibili a livello locale (definite “tecnologie intermedie”), come ad esempio i piccoli dispositivi idroelettrici utilizzati dalle comunità rurali.

Il testimone di Schumacher è stato ripreso da un movimento in crescita che si definisce “low-tech“. Il magazine online Low-Tech, dello scrittore belga Kris de Dekker, cataloga dal 2007 soluzioni low-tech, come le pale eoliche che utilizzano l’attrito per riscaldare gli edifici. In particolare, la rivista esplora tecnologie in disuso, che potrebbero ancora contribuire a una società sostenibile: come i “fruit walls“, utilizzati nel XVII secolo per creare microclimi caldi per la coltivazione dei frutti mediterranei.

Negli Stati Uniti, il saggio “Lo-TEK” dell’architetta e accademica Julia Watson (TEK sta per Traditional Ecological Knowledge, sapere tradizionale ecologico) esplora le tecnologie tradizionali native: dall’uso delle canne come materiali da costruzione alla creazione di zone umide per il trattamento delle acque reflue.

[Nota della Traduttrice: ne abbiamo parlato qui: Tecnologia indigena come strumenot di resilienza climatica – Lo-TEK di Julia Watson]

E in Francia, la presa di coscienza da parte dell’ingegnere Philippe Bihouix del consumo di risorse della tecnologia ha portato alla realizzazione del suo libro pluripremiato, “The Age of Low Tech“. Pubblicato per la prima volta nel 2014, il testo descrive come potrebbe essere la vita in un mondo a bassa tecnologia, in una visione che comprende un taglio radicale dei consumi.

[Nota della traduttrice: in Italia, un testo su questa falsariga è ” Architetture del dopo. Costruire con le piante. Salice, canna, bambù, paglia, terra” di Maurizio Corrado, DervieApprodi, 2020. Consigliato!]

An infographic showing principles of low-tech
I principi low-tech comprendono efficienza, durata e accessibilità – Arthur Keller and Emilien Bournigal/Wikimedia

Bihouix propone sette “comandamenti” del movimento low-tech. Tra le altre cose, essi rispondono al bisogno di bilanciare le prestazioni di una tecnologia con il suo impatto ambientale, di essere cauti nei confronti dell’automazione (soprattutto dove si va a sostituire l’occupazione con un maggiore consumo di energia) e di ridurre il nostro fabbisogno nei confronti della natura.

Ma il primo principio del low-tech è il risalto dato alla sobrietà: evitare consumi eccessivi o frivoli, accontentarsi di modelli meno “belli”, con prestazioni inferiori.

Come scrive Bihouix: Una riduzione dei consumi potrebbe consentire di riscoprire rapidamente le tante gioie semplici, poetiche, filosofiche di un mondo naturale rivitalizzato… mentre la riduzione dello stress e dell’orario di lavoro consentirebbe di sviluppare attività culturali o ricreative come spettacoli, teatro, musica, giardinaggio, yoga.

Soluzioni antiche

Fondamentalmente, possiamo applicare i principi low-tech alla nostra vita quotidiana già qui e ora. Ad esempio, possiamo ridurre l’energia per i riscaldamenti utilizzando vestiti caldi e coperte. Il cibo, se confezionato, può essere acquistato e conservato in imballaggi riutilizzabili e riciclabili come il vetro.

L’architettura offre svariate opportunità per approcci a bassa tecnologia, soprattutto se impariamo dalla storia. L’uso di antiche torri di raccolta del vento, progettate per consentire all’aria fresca esterna di fluire attraverso le stanze, consente di raffreddare gli edifici, con molta meno energia rispetto all’aria condizionata. E l’accumulo di calore nelle pietre utilizzate dagli antichi romani per il riscaldamento a pavimento è oggi considerato un mezzo per affrontare l’intermittenza delle energie rinnovabili.

Windcatcher towers against blue sky
Torri del vento a Yazd, Iran: raffreddano gli edifici usando il vento. – Ms96/Wikimedia

La progettazione e la produzione per la sostenibilità pongono l’accento sulla riduzione degli sprechi, spesso attraverso l’evitare di mischiare e dicontaminare i materiali. I materiali semplici, come i l’acciaio al carbonio, uniti mediante dispositivi di fissaggio rimovibili, sono facili da riciclare e riparare sul posto. Autobus, treni e macchinari agricoli che utilizzano questi acciai, ad esempio, possono essere ristrutturati o riciclati molto più facilmente rispetto alle moderne automobili piene di congegni microelettronici e fabbricate con leghe sofisticate.

In alcuni luoghi, i principi low-tech stanno già influenzando la progettazione urbana e le politiche industriali. Gli esempi includono le “città a 15 minuti“, in cui negozi e altri servizi sono facilmente accessibili ai residenti; l’uso di biciclette da carico anziché auto o furgoni per le consegne; l’incoraggiamento alla riparazione dei prodotti, attraverso la legislazione sul diritto alla riparazione nell’UE e negli Stati Uniti.

Nel frattempo, in Giappone, sta emergendo un interesse per le pratiche di riutilizzo e riciclaggio del periodo Edo. Dal 1603 al 1867, il paese fu di fatto chiuso al mondo esterno, con un accesso molto limitato alle materie prime. Pertanto, il riutilizzo e la riparazione estensivi, anche di oggetti come ceramiche rotte o utensili con buchi, che ora considereremmo rifiuti, sono diventati praticamente uno stile di vita. I riparatori specializzati erano in grado di riparare e riciclare qualsiasi cosa: lanterne di carta, libri, scarpe, pentole, ombrelli, candele…

Seguendo esempi come questi, possiamo rendere la scelta ponderata della tecnologia  una parte cruciale della nostra ricerca di modi di vivere sostenibili.

Di Chris McMahon, Senior Research Fellow in Engineering, University of Bristol / Theconversation.com – 18/02/2022
Articolo ORIGINALE: https://theconversation.com/low-technology-why-sustainability-doesnt-have-to-depend-on-high-tech-solutions-176611
Traduzione a cura di Giulia Abbate


Cos’è il solarpunk: leggi il manifesto

Blog: HOME

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Riceverai una mail mensile con:
riepilogo dei post del mese; info su appuntamenti e presentazioni; ultime uscite; un post dal nostro archivio; un editoriale della redazione.
Condividi il post

Comments are closed