traduzione di Giulia Abbate

Pubblichiamo oggi un articolo apparso sul sito della Harvard University School of Design, a proposito di un titolo di recente pubblicazione dedicato all’architettura e ai saperi indigeni.

I concetti di “architettura indigena” e “architettura vernacolare” sono presenti con queste definizioni anche nelle discussioni italiane di settore. Molto ampio il concetto di “design” compreso dal termine inglese, che abbiamo scelto di non tradurre e che indica non solo il design industriale ma anche l’architettura, la progettazione e altri saperi affini.

Come artistə e cercatorə solarpunk, speriamo di iniziare con questo articolo di oggi un nuovo percorso di scoperta, dedicato ai saperi e alle culture dei popoli nativi di tutto il mondo, che sono centrali per il movimento solarpunk, ma soprattutto per la conservazione della vita sul nostro pianeta.

Sarebbe enormemente presuntuoso asserire che il solarpunk debba recuperare le culture native: ci limitiamo ad augurarci, con rispetto e umiltà, che siano le culture native a recuperare noi tuttə a una maggiore contezza della vita in ogni senso.


Il primo compendio in assoluto di tecnologie indigene fornisce un potente kit di strumenti per la progettazione resiliente al clima

Il settore del design è a un punto di svolta. Deve sfidare il suo repertorio, ripensare la tecnologia e iniziare a vedere la biodiversità come un elemento costitutivo degli ambienti urbani.
Il nuovo libro lussureggiante e meticoloso di Julia Watson, “Lo — TEK: Design by Radical Indigenism”, fornisce un modello per l’architettura sostenibile nel 21 ° secolo.

Per i progettisti dell’ambiente costruito, il testo è il primo compendio in assoluto di tecnologie di progettazione trascurate, tratte da popolazioni indigene di tutto il mondo.

Per viaggiatorə intrepidə o cittadinə curiosə, è un invito a conoscere società millenarie che prosperano in simbiosi con la natura grazie all’ingegnosità, alla creatività, alla spiritualità e all’intraprendenza native.

Per i gruppi indigeni rappresentati, è una fonte di soddisfazione vedere gli studiosi di design contemporaneo mettersi al passo con le loro pratiche collaudate nel tempo.

E per Watson, il libro è un mezzo per nominare, documentare e creare un toolkit per un movimento di design.

Julia Watson

“Lo-TEK” si basa su “tecnologie meno conosciute, conoscenza ecologica tradizionale (TEK) e mitologie e pratiche culturali native”, come scrive Watson nell’introduzione del libro. Esplora lo spazio in cui si incontrano design e “indigenismo radicale”.

Concepito da Eva Marie Goutte, docente di Princeton e membro della Nazione Cherokee, l’indigenismo radicale ci incoraggia a guardare alle filosofie indigene per ricostruire la nostra knowledge base, e per intraprendere nuovi dialoghi superando il confine dei generi. Quello che Watson sostiene è un movimento che fonda queste convinzioni con il design, per produrre infrastrutture sostenibili e resistenti ai cambiamenti climatici.

“Mi sono resa conto che tutte queste tecnologie high-tech, riconfezionate, ispirate alla natura ed ecologiche provengono da una lunga genealogia di tecnologie e conoscenze autoctone. Guardando a culture che hanno vissuto con sistemi naturali, possiamo capire come sviluppare civiltà con ecosistemi complessi, e trarne le basi per fare passi avanti come designer”, spiega Watson. “È un movimento che tende al ripensamento del modo in cui l’urbanistica interagisce con la natura.”

“Lo-TEK” indaga il movimento attraverso una base di conoscenze comprovate: più di 100 innovazioni indigene da 20 paesi. Sono divise per ecosistema – montagne, foreste, deserti e zone umide – il che sottolinea il legame tra le tecnologie e gli ambienti e le comunità che le hanno originate.

Il popolo Tofinu delle zone umide del Benin ha costruito una città su palafitte, circondata da 12.000 recinti di acquacoltura artificiali. L’acadja, come vengono chiamate queste zone recintate, ospita pesci e fauna selvatica in grado di rivaleggiare in scala e produttività con i sistemi di acquacoltura commerciale, ma con maggiori benefici ambientali e nessuno degli svantaggi di questi ultimi.

“Siamo bloccati in un assunto che identifica la conservazione con una condizione passiva e marginale. Tuttavia è sempre più evidente che la tutela del paesaggio e la gestione e l’adattamento di questi paesaggi sono cruciali per la sopravvivenza.
(Julia Watson, Sulla responsabilità dei progettisti di integrare e ricontestualizzare le tecnologie indigene)

L’immagine di copertina di “Lo-TEK” raffigura i ponti di radici vive e le scale della tribù delle colline Khasi dell’India settentrionale, uno degli esempi più innovativi al mondo di architettura vernacolare. Con una pratica risalente al 100 a.C., i Khasi modellano gli alberi di Ficus Elastica a crescere in ponti e scale, che consentono loro di attraversare pendii scoscesi e passi fluviali allagati durante la stagione dei monsoni. I ponti richiedono una generazione per “essere costruiti”, e hanno dato prova di essere le uniche strutture in grado di resistere alle spietate piogge monsoniche.

Il libro è di per sé un’impresa di design. Co-curata da Watson e dallo studio W-E, la brossura svizzera mostra il dorso e la “costruzione e materialità” del volume. La copertina rimovibile consente inoltre ai lettori di associare ciascuna tecnologia a un’altitudine,grazie a una guida stampata al suo interno. I diagrammi e le illustrazioni sono presentati in modo semplice e chiaro, allo scopo di rendere più facile la comprensione dei sistemi complessi che raffigurano. La coerenza estetica tra le tante fotografie rende quasi incredibile il fatto che esse provengano da 100 fotografi diversi. E il foiling dorato vuole mettere in risalto la contraddizione tra il vero valore delle tecnologie indigene e il fatto che sono “incredibilmente sottovalutate, perché non sono nemmeno riconosciute come tecnologia”, afferma Watson.

Questo è un altro messaggio centrale del libro: il mondo del design deve ribaltare il paradigma prevalente, quello che ha venerato le infrastrutture “dure” (monouso), il design high-tech e omogeneo e il dominio sulla natura, banalizzando allo stesso tempo le infrastrutture “soft” (sistemi multiuso), la saggezza locale, l’architettura vernacolare e la coesistenza con la natura.

Identificare questa gerarchia di credenze come coloniale e razzista, e designare le pratiche indigene come tecnologia sono tra gli esempi dello sforzo di rottura in “Lo-TEK”. “Il libro cerca di distruggere gli stereotipi che abbiamo sui popoli indigeni, e afferma che ciò che consideriamo primitivo è in realtà innovativo”, spiega Watson.

Watson è australiana, ma ben prima che gli incendi iniziassero a dilagare nel suo paese era profondamente preoccupata per il cambiamento climatico e impegnata in risposte basate sul design che coinvolgessero l’indigenismo radicale. La crisi climatica ha reso imperativo tutto questo, non solo perché molte innovazioni locali sono intrinsecamente sostenibili, ma anche perché gli approcci architettonici standard hanno esacerbato il cambiamento climatico. “Siamo alla ricerca di soluzioni ad alta tecnologia per affrontare un problema che è stato generato proprio da questo fascino verso l’high-tech e l’industrializzazione”, afferma Watson.

“Lo-TEK” propone una via alternativa da seguire, con Watson e ə colleghə progettistə impegnatə nel compito. “Ora spetta aə progettistə usare questo toolkit, che amplia la nostra comprensione delle tecnologie che possono essere integrate e ricontestualizzate in progetti urbani o periurbani. Siamo bloccati in un assunto che identifica la conservazione con una condizione passiva e marginale. Tuttavia è sempre più evidente che la tutela del paesaggio e la gestione e l’adattamento di questi ecosistemi sono cruciali per la sopravvivenza. Quando vedi le foreste bruciate su vasta scala in Australia, capisci che questi paesaggi sono interdipendenti con le nostre città. Hanno un impatto sulla nostra qualità dell’aria, sulla nostra sopravvivenza. E questo è un momento cruciale per considerazioni cruciali da parte dei progettisti.”

Traduzione di Giulia Abbate
Editing e consulenza tecnica a cura di Diana Ferro

Immagini dal e del volume “Lo-TEK” di Julia Watson, Taschen ed.
Immagine principale di Amos Chapple da Wevux.com


Articolo originale qui: First-ever compendium of indigenous technologies provides a powerful toolkit for climate-resilient design – Harvard University School of Design


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