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Idee per scrivere Solarpunk

Questa rubrica periodica raccoglie idee da riviste e pubblicazioni scientifiche, un archivio a disposizione di chi vuole scrivere letteratura solarpunk, ma anche semi per chi ama la lettura e per chiunque si interessi a ciò che può cambiare in meglio il nostro futuro.

Progettare creme solari rispettose dell’ambiente? Non è così semplice

di Silvia Treves

Nel 2016, l’ecotossicologo Craig Downs e il suo team scoprirono che l’oxybenzone, un comune filtro anti UV contenuto nelle creme solari, distrugge il corallo larvale e rende le barriere coralline più suscettibili allo sbiancamento, anche in concentrazioni molto basse. La notizia catalizzò un movimento internazionale contro la vendita di filtri solari contenenti oxybenzone e altri composti dannosi per l’ambiente. Presto in diverse nazioni vennero approvate leggi in tal senso.

Ulteriori studi hanno dimostrato che l’oxybenzone e altri composti delle creme solari sono interferenti endocrini in grado di agire sullo sviluppo di organismi acquatici (cozze, ricci di mare, pesci e delfini). Inoltre, si accumulano lungo la catena alimentare.
Per produrre una nuova generazione di filtri solari più rispettosi dell’ambiente e, potenzialmente, più efficaci, molti ricercatori si sono rivolti agli organismi marini che filtrano naturalmente la luce solare intensa grazie a sostanze che assorbono i raggi UV.

Tra i composti più promettenti ci sono aminoacidi simili alla micosporina (MAA). Scoperti 60 anni fa, i MAA sono presenti in alghe, funghi e cianobatteri che li usano come protezione solare. I MAA, però, possiedono anche proprietà antiossidanti, antibiotiche e antinfiammatorie, eliminano i radicali liberi (che danneggiano proteine e DNA), e sono più resistenti alla fotodegradazione. Insomma sono il sogno dell’industria cosmetica.

L’oceano, comunque, è pieno di potenziali filtri solari: carotenoidi che filtrano i raggi UVA prodotti da microalghe e cianobatteri, eliminatori di radicali liberi prodotti da cianobatteri, polifenoli contro l’invecchiamento della pelle prodotte da cetrioli di mare e alghe, nonché filtri UVB prodotti da fanerogame e mangrovie.

A parte l’iter normativo da seguire per immettere sul mercato questi nuovi prodotti, i problemi non sono pochi: dei nuovi filtri va ancora studiato l’impatto; inoltre, anche se la loro sicurezza fosse riconosciuta, la piccola concentrazione di alcuni MAA nelle alghe ne renderebbe molto costosa l’estrazione (filtri solari solo “per ricchi”?).

Ma soprattutto: questi nuovi filtri sarebbero ecosostenibili?

Secondo l’economista marittimo cileno Miguel Quiroga, il ricorso a questi composti potrebbe comportare un pesante tributo per l’ambiente costiero e le comunità locali. Ci sono già precedenti: quando, nei primi anni 2000, la domanda di cosmeceutici alle alghe è aumentata, la corsa alle alghe ha spogliato la costa cilena, che si è ripresa solo dopo che un programma governativo ha iniziato a sovvenzionare i pescatori per coltivare e ripristinare le alghe.

In conclusione, il mercato delle creme solari “marine” potrebbe portare benefici al tenore di vita locale, ma Quiroga esorta alla cautela: “occorre equilibrare l’uso di queste risorse con la possibilità di farlo in modo sostenibile”.

E questa è la parte più difficile.

Fonte: Smithsonian Magazine

Ulteriori informazioni sull’impato ambientale dei cosmetici su Kosmetica

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