di Isaijah Johnson, da The journal of sustainability education, traduzione dall’inglese di Silvia Treves; la prima parte è leggibile a questo link

Seconda parte

La Visione: solarpunk e giustizia / solarpunk come giustizia

Il solarpunk è descritto fin qui come un’estetica, ma è sostanzialmente anche una visione della società del futuro. Affrontando questioni relative all’ambiente, all’urbanistica e alla rappresentazione, le storie solarpunk – implicitamente o esplicitamente – prendono posizione su questioni politiche.

La crescente consapevolezza della relazione tra sovrapproduzione, iperconsumo e crescita economica da un lato, e degrado ambientale dall’altro incoraggia le persone a riconoscere che capitalismo e armonia ambientale non possono coesistere (Klein, 2014). In ragione delle sue influenze utopiche, ha quindi senso che molte storie solarpunk si svolgano in un mondo post-capitalista o contengano elementi esplicitamente anticapitalisti (Hudson, 2015). Quando si tratta di ambiente, la crescita infinita da cui dipende il capitalismo diventa un nemico piuttosto che un alleato. Laddove la logica del capitalismo è incentrata sulla crescita a tutti i costi, il solarpunk si adatta molto meglio a un’etica della compassione e della temperanza in economia. Forse Gregory Scheckler (2018) lo definisce meglio: Grove, give, repeat [Crescere, dare, ripetere] (pag. 215). Ovunque la crescita sia alimentata dal degrado ambientale, dallo sfruttamento nazionale e internazionale o dal disprezzo per il benessere degli esseri umani o degli animali, il solarpunk rifiuta la crescita.

«Affrontando questioni relative all’ambiente, all’urbanistica e alla rappresentazione, le storie solarpunk – implicitamente o esplicitamente – prendono posizione su questioni politiche».

Il rifiuto della crescita infinita apre le possibilità di un reddito incondizionato (in natura o in contanti), di dieci ore lavorative settimanali e di un approccio all’economia che generalmente antepone le persone ai profitti. Un mondo solarpunk potrebbe essere più leggero del nostro perché i suoi abitanti non sono schiacciati dalle richieste del mondo aziendale e sono liberi dall’alienazione della vita moderna. In un certo senso, la compassione che contraddistingue un mondo solarpunk è intrinsecamente antitetica alla logica del capitalismo – per esempio, è difficile immaginare i senzatetto in un mondo solarpunk. Il solarpunk, ricordando il “punk” nel suo nome, incoraggia la rappresentazione di comunità autonome (spesso urbane) con un’organizzazione non gerarchica (Solarpunk Anarchist, 2018). In effetti, molte delle antologie solarpunk disponibili in stampa sono esse stesse crowd-sourced, finanziate dai loro lettori piuttosto che da una casa editrice centralizzata. Basandosi su esempi di vita reale, esse prendono la forma di comuni con orti urbani e cooperative energetiche, riconoscendo la relazione tra il controllo comunitario delle risorse e l’armonia ambientale. Incorporando le intuizioni dell’ecologia sociale, il solarpunk tende a riflettere un ethos secondo cui “la nozione stessa del dominio della natura da parte dell’uomo deriva dal reale dominio dell’umano sull’umano” (Bookchin, 1982, p. 1).

La visione del solarpunk rispecchia la crescente sensazione che le questioni del cambiamento climatico e del degrado ambientale siano interrelate con tutte le altre questioni sociali. Quando si immagina il futuro, c’è qualche motivo per immaginare un futuro con un massiccio cambiamento tecnologico e culturale, preservando i vecchi pregiudizi? Data la natura intrinsecamente politica della giustizia ambientale – specialmente i suoi elementi anticapitalisti – spesso diventa impossibile immaginare il progresso in una sfera senza estenderla alle altre. Il solarpunk è un’opportunità per immaginare quale potrebbe essere il futuro, e questo significa immaginare come sarebbe un mondo che affrontasse le sue ingiustizie (piuttosto che il percorso semplicemente utopico di immaginarle sparite senza un progetto) (Mills, 2005; Mills, 2009).

Tre questioni che il solarpunk è particolarmente adatto ad affrontare, da discutere qui, sono: razzismo ambientale, abilità e disabilità e rappresentanza. Dire che il solarpunk può “affrontare” questi problemi significa dire che offre una rappresentazione di un futuro in cui queste preoccupazioni sono riconosciute e quindi affrontate dalle comunità che ne sono toccate. In tal senso, può fungere da luce guida, descrivendo un percorso verso la risoluzione di questi problemi.

Forse il più fecondo di questi argomenti dal punto di vista del solarpunk è il razzismo ambientale. La definizione si riferisce a situazioni di accesso ambientale, rischio e degrado che danneggiano in modo sproporzionato le persone di colore. In particolare, ciò si verifica spesso all’intersezione tra alloggi razzializzati e pianificazione urbana, dove i rischi ambientali vengono trasferiti dai quartieri più ricchi, principalmente bianchi, verso le comunità di colore più povere. Poiché queste comunità spesso mancano del potere istituzionale dei quartieri bianchi, vicino a queste comunità verranno spesso costruite strutture pericolose come fabbriche o depositi per i rifiuti. Il background utopico e architettonico del solarpunk infonde una preoccupazione incalzante per la pianificazione urbana, in particolare la distribuzione dell’accesso alle risorse e/o l’esposizione ai rischi.

Il trasporto pubblico di alta qualità, sicuro e con energia pulita è un pilastro del mondo evocato dal solarpunk. Ad esempio, gli “ziptrain” pubblici nelle skycities di Jerreat (2018) sono descritti come un’alternativa esplicita alle “auto individuali” che si trovano nelle nostre città attuali (p. 85). Oggi, nelle città dipendenti dall’auto come Los Angeles, il trasporto pubblico generalmente accede ai quartieri più poveri, mentre le autostrade li attraversano. In storie come quella di Jerreat, il solarpunk reinventa il rapporto tra mezzi di trasporto, razza e povertà, abolendo la distinzione di classe tra chi guida e chi va in bicicletta.

In effetti, la presenza di auto in un mondo solarpunk è un’idea sospetta, con le biciclette al centro della scena insieme ai trasporti pubblici (Jerreat, 2018). Gli elementi architettonici e urbanistici orientati alla giustizia di queste narrazioni ricordano la formulazione di Adam Flynn (2014) riguardo al solarpunk: “l’infrastruttura come forma di resistenza”.

Abbastanza simile alla questione di razza e trasporti è la questione di razza, accesso al cibo, e ricchezza. La questione si riassume nel concetto di deserto alimentare, un’area urbana con accesso limitato a cibo nutriente e con prezzi accessibili, spesso in congiunzione con razza e povertà. Il solarpunk raffigura spesso comunità in cui i giardini sono integrati nell’architettura (in stile Bosco Verticale), sono aggiunti a edifici esistenti (ad esempio, giardini pensili) o incorporati nella pianificazione urbana (ad esempio, grandi giardini comunitari in appezzamenti di terreno altrimenti vuoti) (Goh , 2018; Jerreat, 2018; Scheckler, 2018).

Il fatto che il cibo di provenienza locale sia un modo efficace per combattere i deserti alimentari si adatta bene all’etica generale del solarpunk di ridurre al minimo i trasporti a motore, massimizzare l’autonomia della comunità e celebrare la bellezza delle piante. Il rifiuto di forme di produzione dannose per l’ambiente e di società di sfruttamento porta a un allontanamento dai cibi altamente trasformati (cibo spazzatura). Questo si sposa bene con una esaltazione di cucine culturalmente diverse, specialmente quando l’economia attuale orientata alla crescita che incoraggia il fast-food verrà superata.

Il solarpunk ha anche molto da dire sul razzismo ambientale globale, ovvero l’impatto sproporzionato del cambiamento climatico su coloro che meno vi hanno contribuito. Il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di quasi il 50% delle emissioni globali di carbonio, mentre il 50% più povero è responsabile solo del 10% circa delle stesse emissioni (Oxfam, 2015). A causa del colonialismo, il 10% più ricco delle persone si trova principalmente in Europa e Nord America. La transizione dallo status quo a un mondo solarpunk richiede a queste persone di ridurre la loro impronta di carbonio (zero netto) e perseguire un progetto di sequestro del carbonio lungo generazioni. Nel linguaggio dell’etica ambientale, il solarpunk può adottare un approccio al cambiamento climatico globale del tipo “il beneficiario paga”, imponendo a coloro le cui vite hanno maggiormente beneficiato della combustione di carbonio il dovere di sacrificare le comodità per perseguire la giustizia (Atkins, 2018). Pertanto, nel Nord del mondo il solarpunk può manifestarsi come una detecnologizzazione, una transizione dalla dipendenza dai combustibili fossili o da servizi come l’aria condizionata e l’elettricità sempre attiva. Ancora una volta, Camping with City Boy di Jerreat (2018), ambientato nell’Ontario e nel Quebec, rappresenta un esempio per antonomasia. Nel Sud del mondo, tuttavia, il solarpunk potrebbe apparire come una industrializzazione sostenibile (ecologicamente ed economicamente), supportata da una combinazione di riparazioni per il colonialismo, annullamento del debito e compensazione monetaria per gli impatti sproporzionati del riscaldamento globale (Islam & Winkel, 2017). Once Upon A Time in a World [C’era una volta in un mondo] di Antonio Luiz M. C. Costa (2018) affronta questi temi, includendo un riferimento diretto alle richieste del Sud del mondo al Nord del mondo.

Allo stesso modo, il solarpunk può cercare di immaginare un futuro in cui gli stati colonizzatori (come gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia) facciano i conti con la realtà del colonialismo, attraverso un riconoscimento significativo delle richieste di giustizia ecologica, autonomia e riparazioni fatte da attivisti indigeni. Probabilmente, The Right Side of History [Il lato giusto della storia] di Jane Rawson (2017) adotta un approccio fantascientifico a questa domanda, impiantando la coscienza dei colonizzatori nei corpi delle specie autoctone australiane. In effetti, il potenziale dell’influenza indigena sul solarpunk non dovrebbe essere sottovalutato poiché il movimento per la giustizia ambientale è sempre più consapevole dell’importanza della conoscenza ecologica indigena (Four Arrows, 2019; Kimmerer, 2015). Come esempio di indigenità nel solarpunk, “Xibalba sogna l’Occidente” di Andre S. Silva (2018) descrive una cultura Maya tecnologicamente avanzata e mai colonizzata.

Oltre che le questioni di razzismo ambientale, i mondi solarpunk servono come spazio per rappresentare società consapevoli delle abilità. Il solarpunk richiede la riorganizzazione di un intero spazio vissuto, che consenta l’integrazione delle questioni di accessibilità a livello della struttura di base della società. La questione dell’accessibilità è al centro della visione di solarpunk. Come osservato da T.X. Watson, i caratteri tipografici Art Nouveau comuni nell’estetica solarpunk sono stati paragonati ai caratteri tipografici progettati per chi soffre di dislessia, dimostrando la potenziale incorporazione dell’accessibilità nella struttura stessa del mondo. Un mondo solarpunk, come quello rappresentato da Jerreat (2018), a un certo punto deve esaminare la domanda: come si fa ad accogliere le disabilità legate alla mobilità in un ambiente a basse emissioni di carbonio?

Immagina una società in cui ogni persona ha un budget energetico, in modo tale che gli venga assegnata solo una quantità di elettricità a settimana. Coloro che non possono fare le scale, e quindi devono usare gli ascensori, saranno in una situazione di ingiusto svantaggio in una tale società (Sen, 1999). Pertanto, potrebbe essere necessaria un’eccezione: le società solarpunk mirano non solo ad essere ecologicamente armoniose, ma anche a essere umane. Il rifiuto dell’automobile significa che devono essere presenti solide sistemazioni di accessibilità sui trasporti pubblici per le persone con disabilità visive o legate alla mobilità. Questi sono i requisiti di qualsiasi società giusta, non semplicemente solarpunk, ma sono resi solarpunk dal fatto che si intrecciano ulteriormente con la visione dell’eco-armonia.

Come genere di narrazione, il solarpunk è soggetto alle discussioni che circondano qualsiasi brano di letteratura. Pochi generi hanno come uno dei loro principi fondamentali il tema della rappresentazione (l’afrofuturismo è una notevole eccezione), ma se ce ne sono, il solarpunk è uno di questi. Ad esempio, il concept art solarpunk molto diffuso di Olivia Louise presenta consapevolmente e visibilmente donne di colore in ruoli di spicco. Le relazioni tra razza, abilità e ambiente sono terreno fertile per la diversità di rappresentazione, in particolare delle persone di colore (comprese le persone del Sud del mondo). In particolare, una delle poche antologie solarpunk fino a oggi è stata pubblicata in Brasile, originariamente in portoghese (Lodi-Ribeiro, 2018): in questo senso, costituisce non solo la rappresentazione nella narrazione di persone di colore, ma anche la rappresentazione diretta di voci dal Sud del mondo.

Il solarpunk è uno spazio per la rappresentazione di donne, persone trans e persone non-binarie, con la promessa che il futuro supererà la propria storia di misoginia e patriarcato. Allo stesso modo, il solarpunk fornisce uno spazio per la rappresentazione di un futuro libero dall’eterosessismo, un futuro al di là della monogamia obbligatoria (come quello che Le Guin dipinge in The Dispossessed), o un futuro al di là del genere sessuale. In un esempio notevole, Dust di Daniel Jose Older (2017) gioca con il genere e il sesso, raffigurando un personaggio la cui anatomia sessuale cambia con frequenza crescente. Il solarpunk, in quanto genere che si occupa nell’immediato di giustizia, rende la rappresentazione centrale per la sua struttura e il suo messaggio: rappresentazione di vari livelli di abilità mentali e fisiche, di vari generi, razze e sessualità.


2 — continua

traduzione di Silvia Treves

Testi citati

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