di Isaijah Johnson, da The journal of sustainability education, traduzione dall’inglese di Silvia Treves

Questo articolo esamina il genere di narrativa speculativa ecologicamente orientata noto come solarpunk e il suo valore per la causa della giustizia ambientale. Questo articolo sostiene che lo status quo sia caratterizzato da una relativa inazione sulla questione della lotta al cambiamento climatico e che questa inazione sia il risultato dell’incapacità di immaginare un futuro “verde”. In quanto fiction speculativa che descrive esplicitamente tali futuri verdi, il solarpunk può essere uno strumento prezioso per promuovere l’azione superando il diffuso cinismo sul futuro. La narrativa solarpunk è quindi uno strumento utile per gli educare alla sostenibilità perché incoraggia l’esame critico del proprio impatto ambientale. Questo articolo descrive in dettaglio i modi in cui le storie solarpunk funzionano come media contro-egemonici intrecciando questioni di razza, genere, sessualità, classe e colonialismo con un’etica ecologica.

Prima parte

«È più facile immaginare la fine del mondo che immaginare la fine del capitalismo».

Mark Fisher, “Realismo capitalista”, Nero Editions 2018

Giorno dopo giorno, la dicotomia tra la fine del mondo e un cambiamento fondamentale nel nostro modo di vivere diventa sempre più rilevante. Nel 2018, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha pubblicato Global Warming of 1,5°C, un rapporto speciale che prevede sia le conseguenze se il riscaldamento raggiungesse la soglia di 1,5°C al di sopra dei livelli preindustriali, sia le possibili risposte al riscaldamento. In esso, l’IPCC afferma che attualmente andiamo nella direzione di superare il riscaldamento di 1,5° C nei prossimi decenni, in modo tale che “azioni ambiziose di mitigazione sono indispensabili per limitare il riscaldamento a 1,5° C” (IPCC, 2018, p. 51). Le conseguenze di tale riscaldamento includono “siccità estrema, deficit di precipitazioni e rischi associati alla disponibilità di acqua… perdite di specie locali e, di conseguenza, rischi di estinzione” e, per le aree costiere, “innalzamento del livello del mare e cambiamenti nella salinità delle acque sotterranee costiere, aumento delle inondazioni e danni alle infrastrutture” (pp. 178-181). Il rapporto raccomanda vivamente di limitare il riscaldamento a questa soglia, poiché un riscaldamento di 2° C o superiore produrrebbe risultati sostanzialmente peggiori (p. 178).

Di fronte a questi fatti, come reagire? Per coloro che sono a conoscenza di queste informazioni e del fatto che non siamo sulla buona strada per limitare il nostro riscaldamento a 1,5° C, può sembrare che l’orologio stia ticchettando e che lo stiamo ignorando volontariamente. Il contrasto tra l’energia ispiratrice dell’azione che scaturisce dal rapporto dell’IPCC e l’assoluta immobilità della nostra risposta è come se qualcuno sapesse di dover smettere di procrastinare, ma continua a farlo a prescindere. Come descrivere quest’ansia meglio di: energia in un corpo inattivo? Così, la contraddizione tra l’idea che dovremmo agire, e il fatto che non lo stiamo facendo, produce un particolare tipo di ansia. In svedese si chiama Klimatångest, ansia climatica o disperazione climatica. Sempre più spesso, descrive la condizione dei giovani nei prossimi decenni. Se superiamo i 2°C di riscaldamento entro il secolo, vi saranno ancora alcuni in grado di ricordare un tempo in cui c’era speranza di evitare il disastro climatico.

Se vogliamo evitare la catastrofe climatica, dobbiamo perseguire un futuro differente da quello verso cui stiamo andando oggi. Tuttavia, c’è un problema: come ci muoviamo verso un futuro che non possiamo immaginare? Ispirato da questo problema, c’è un unico compito che accompagna la lotta al cambiamento climatico: immaginare come sarà il mondo nel quale avremo successo. Senza direzione, non possiamo avanzare ipotesi. Senza un’immagine di come apparirà un mondo diverso, dove sta la speranza? Se persistiamo nel pensare che un cambiamento positivo sia impossibile, dimostreremo di avere ragione. Se vogliamo impegnarci per un cambiamento consequenziale, abbiamo bisogno di una visione positiva. Una di queste visioni può essere trovata nel solarpunk. Per gli educatori di alfabetizzazione mediatica, il solarpunk è un esempio di testi multimediali alternativi che sfidano le narrazioni egocentriche con percorsi contro-egemonici più sostenibili dell’eco-centrismo.

Cos’è il Solarpunk?

Il solarpunk è un genere di fiction speculativa a indirizzo ecologico, caratterizzata sia da una propria estetica sia da una sottostante visione sociopolitica (Sylva, 2015). In molti modi (fin dal nome), il solarpunk è l’opposto della sua sorella maggiore più lunatica, il cyberpunk. Il cyberpunk è forse riassunto nel modo più succinto dalla frase “alta tecnologia e basso livello di vita”, in riferimento all’immenso sviluppo tecnologico immaginato dal genere e ai suoi insormontabili problemi sociali (Neon Dystopia). Al contrario, si può dire che il solarpunk è “basso tenore di carbonio, alto livello di vita”. È evidente che il solarpunk non prova alcuna affezione nei confronti della “bassa tecnologia” in quanto tale (al contrario, ad esempio, dell’anarco-primitivismo), ma piuttosto rifiuta le tecnologie che non sono in armonia con l’ambiente. In effetti, molte storie solarpunk immaginano soluzioni intelligenti, ad alta tecnologia ma a basse emissioni di carbonio, ai problemi ambientali (vedi Grzyb & Sparks, 2017). Laddove il cyberpunk esplora i problemi affrontati da una corsa in continua accelerazione agli armamenti delle tecnologie digitali, il solarpunk punta verso un mondo in cui i problemi vengono risolti nel modo più efficiente possibile dal punto di vista del carbonio e del rispetto ambientale (Dincher, 2017). Le storie cyberpunk sono piene di desolante disperazione dovute a losche società e immensa disparità di reddito, mentre il solarpunk offre mondi in cui le persone stanno imparando a vivere in equilibrio l’una con l’altra nel processo di apprendimento a vivere in armonia con il mondo (Ulibarri, 2018b).

All’interno di questa prospettiva più ottimistica, il solarpunk non è omogeneo: ogni autore esplora la propria visione del futuro. Stando così le cose, molte storie definite solarpunk si svolgono in un periodo di transizione da qui all’utopia, incarnando un mondo in cui la lotta per l’armonia del clima è ancora in corso. Mentre c’è consenso da parte dei teorici sul fatto che il solarpunk dovrebbe essere pieno di speranza, o rappresentare un mondo sulla via dell’eco-armonia, non tutte le storie etichettate come solarpunk lo sono (Dincher, 2017; Ulibarri, 2018b). In parte, ciò è dovuto al fatto che il solarpunk (e diramazioni correlate come l’eco-punk, la climate fiction, ecc.) è un genere così giovane: non è particolarmente ben definito e non ha ancora il suo testo definitivo. Esaminando la letteratura, difficilmente si può dire che ci siano molte condizioni necessarie o sufficienti per l’inclusione nel solarpunk (Dincher, 2017; Ulibarri, 2018a). Tuttavia, è la nozione di solarpunk come lungimirante, contro-distopico e pieno di speranza che persiste più chiaramente nelle descrizioni del genere (Grzyb, 2017; Ulibarri, 2018a). In questo senso, l’idea pura di solarpunk — come abbracciata dai teorici e dai curatori di antologie — tende in pratica a divergere dai dettagli di molti dei racconti disponibili (Dincher, 2017; Sylva, 2015; Ulibarri, 2018a; Ulibarri, 2018b).

Forse la prima opera di narrativa solarpunk, concepita in senso lato, è Ecotopia di Ernest Callenbach (1975), che riflette le trasformazioni economiche di un mondo solarpunk, il rifiuto di forme di trasporto inquinanti a favore del camminare e il cambiamento fondamentale rispetto a una cultura del consumo e dello spreco. Sebbene abbia preceduto l’avvento del termine solarpunk, Ecotopia centra molti dei nodi principali che il solarpunk spera di affrontare (sebbene manchi anche di molte delle sue caratteristiche più orientate alla giustizia sociale). In un altro antecedente spesso citato del solarpunk (Heer, 2015), Kim Stanley Robinson offre uno sguardo in una ecologicamente armoniosa contea di Orange, California, in Pacific Edge (1990), descrivendo i cambiamenti strutturali e politici necessari per una transizione verso l’eco-armonia. The Fifth Sacred Thing di Starhawk (1993) forse è, fra tutti gli antecedenti del solarpunk, il più vicino al genere vero e proprio, con la sua enfasi sull’ecofemminismo, l’economia sostenibile e l’agricoltura locale.

Nel suo esame del solarpunk, l’autrice RoAnna Sylva (2015) scompone il nome solarpunk per illuminarne i significati. “Solar” vuole evocare sia la luce del giorno nella quale si svolge la vita, sia il tono della narrazione. Laddove le storie cyberpunk, come Blade Runner, insistono su una piovosa oscurità permanente, le narrazioni solarpunk si nutrono del calore e della bellezza di una giornata di sole. “Solar” è di per sé un riferimento all’energia solare, dalle celle fotovoltaiche al riscaldamento passivo: energie pulite, sostenibili e rinnovabili con un’impronta di carbonio minima. Nell’oscurità dell’ansia climatica, il solarpunk è un raggio di speranza che mostra la strada verso un futuro vivibile. “Punk” evoca gli aspetti ribelli e controculturali del genere. Fondamentalmente, il solarpunk immagina un ribaltamento dello status quo, sfidando le ingiustizie ecologiche e sociali. Il punk ha una lunga storia di pensiero antisistema, antiautoritario e anticapitalista. Il solarpunk porta con orgoglio questa tradizione nel ventunesimo secolo. “Punk” evoca anche l’individualità, anche se non l’individualismo. Allineandosi con gli emarginati, il solarpunk resiste ai tabù soffocanti che promuovono l’uniformità. Raffigurando comunità autonome e dotate di potere, in un mondo solarpunk non persistono né l’uniformità del brutalismo sovietico né la falsa diversità di quindici diversi marchi di patatine. Piuttosto, le comunità sono in grado di decidere il proprio abbigliamento, linguaggio, architettura, stile di vita, ecc.

L’estetica

Esteticamente, il solarpunk è fortemente influenzato dall’afrofuturismo, dal retrofuturismo e da vari ceppi di utopismo. Dall’afrofuturismo, il solarpunk prende l’orientamento verso forme culturali variegate (dove il presente, specialmente in Occidente, tende all’omogeneità culturale di massa) e un’acuta preoccupazione per le questioni di uguaglianza razziale e di genere (vedi Goh, 2018). Per un esempio di diversità culturale come tema chiave, la storia di Fan Yilun Speechless Love (2017) presenta un protagonista a bordo di un hovercraft (sopra un mondo semidistrutto) che preserva l’eredità culturale cinese trasmessale dal padre. Per un esempio di genere e rappresentazione, T.X. WatsonThe Boston Hearth Project” (2017) presenta un protagonista che usa esplicitamente i pronomi “zie / zir” – l’equivalente linguistico dei pronomi “egli / lui” o “ella / lei” – dando rappresentazione a identità di genere non binarie. L’architettura e l’abbigliamento unici e diversi, che spesso riflettono culture denigrate dall’egemonia occidentale, sono elementi di un’estetica solarpunk che affonda le radici nell’afrofuturismo. L’ormai classico concept art solarpunk di Olivia Louise forse lo esemplifica al meglio, con la sua famosa rappresentazione di persone di colore in abiti chiaramente non occidentali. In quanto fiction speculativa interessata all’armonia ecologica, le storie solarpunk si svolgono spesso in mondi con un passato (o un presente al collasso) come il nostro, di consumismo di massa, degrado ambientale e sfruttamento coloniale con cui i personaggi devono fare i conti (Ulibarri, 2018a). Anche questo evidenzia le somiglianze tra l’afrofuturismo e il solarpunk, con un universo o una tematica che tiene conto di queste ingiustizie.

Il solarpunk condivide una discendenza anche con il retrofuturismo, in più di un modo. Vale la pena ricordare che il retrofuturismo una volta era semplicemente futurismo, fino a quando quel futuro mancò di arrivare. Ciò che le persone degli anni Cinquanta immaginavano come il futuro è, molto spesso, l’essenza del retrofuturismo. Allo stesso modo, il solarpunk può essere descritto come (una visione di) ciò che gli ottimisti del nostro tempo immaginano sarà il futuro. Tuttavia, qui la posta in gioco è molto più alta. Adattando una frase di Joel Kovel (2014), il futuro sarà solarpunk, o non ci sarà futuro. Molti degli aspetti del futuro immaginati negli anni Cinquanta, in quanto mai avveratisi, possono ancora persistere nei futuri solarpunk: monorotaie, architettura prevalentemente in vetro fusa con il verde, ecc. Gran parte del retrofuturismo è rifiutato dal solarpunk: tutto ciò che riguarda il nucleare (sia famiglia che energia), la dipendenza dal trasporto individuale (cioè le automobili) e la glorificazione della cultura consumistica.

Una delle maggiori influenze sul solarpunk è la tradizione utopica, che immagina cosa può essere il futuro, al di là di quel che è oggi. In questo senso, condivide molto con il lavoro di Ursula K. Le Guin, forse l’influenza più citata sul genere solarpunk (Heer, 2015; Ulibarri, 2018b). The Dispossessed [I reietti dell’altro pianeta] di Le Guin è una storia compiutamente di fantascienza: presenta viaggi interplanetari e un fisico teorico che persegue il metodo per una comunicazione più veloce della luce. Tuttavia, la sua principale ragione di fama è la rappresentazione di un pianeta guidato da principi anarchici. Le Guin fa uno sforzo sincero per descrivere questa società, spiegandone le difficoltà e gli inconvenienti. È utopico, sì, ma non vuole semplicemente eliminare i problemi. Contiene una riflessione critica su come appare una società che sposa l’uguaglianza economica e di genere: utopica, ma non perfetta. Questa nozione di “ambigua utopia” è anche qualcosa che condivide il solarpunk. Un cambiamento in relazione all’ambiente, e anche al sistema socioeconomico, non migliora ogni conflitto insito nella condizione umana.

Stabilite le sue influenze, quali componenti estetiche particolari ci si potrebbe aspettare da un mondo solarpunk? Con il suo interesse per l’armonia ecologica, il solarpunk è spesso definito dalla sua architettura sostenibile: in effetti, il movimento dell’architettura solarpunk è ben consolidato nel concept art. Un vero esempio di architettura solarpunk potrebbe essere il Bosco Verticale di Milano, una coppia di edifici residenziali la cui facciata è ricoperta di piante. Una città solarpunk, quindi, potrebbe essere composta interamente da edifici – progettati da zero o riadattamenti di edifici più vecchi – sul modello del Bosco Verticale. Nell’immaginare un mondo sostenibile, il solarpunk enfatizza i materiali sostenibili e l’uso efficiente delle risorse rinnovabili. Ad esempio, nella storia Camping with City Boy, [In campeggio con ragazzi di città], Jerri Jerreat (2018) descrive le “città del cielo”: enormi grattacieli ricoperti di vegetazione lussureggiante, dove, su ogni superficie disponibile, crescono coltivazioni o alberi e le acque reflue vengono recuperate per irrigare. Laddove il solarpunk raffigura ambienti urbani, le superfici potrebbero essere coperte da piante (idealmente colture) o pannelli solari. Entrambi queste componenti riducono il consumo di carbonio attraverso una combinazione di raffreddamento passivo, energia rinnovabile e cibo di provenienza locale. Gli edifici possono essere costruiti principalmente in vetro, poiché ciò consente il riscaldamento e l’illuminazione passivi e può anche ospitare il “vetro solare” (Goh, 2018, p. 115): pannelli solari traslucidi e colorati. Come estetica, il solarpunk sceglie spesso un mondo che irradia “armonia ecologica”, un fatto che è magnificamente rappresentato attraverso lo spazio progettato della città stessa.

L’estetica solarpunk non si limita all’architettura. Colori naturali, verdi e blu brillanti, insieme a fiori di ogni tipo, ornano spesso i corpi di chi vive in un mondo solarpunk. L’abbigliamento riflette origini culturali diverse o è prodotto (o riparato) in casa piuttosto che in serie. Musicalmente, qualsiasi cosa allegra o acustica può essere solarpunk, specialmente se è speranzosa, ecologica, contro-egemonica, ecc. Prendi, ad esempio, la canzone “Greens” della artista indipendente Be Steadwell – che definisce il proprio lavoro Queer Pop – che evoca giustizia ecologica, speranza e amore allo stesso tempo:

Voglio tenerti qui
per cento anni
Voglio correre tra gli alberi
Voglio che tu corra proprio davanti a me
andiamo a giocare con la terra
andiamo a salvare la terra
ooh questo amore è così vivo, vivo, vivo, vivo!

Be Steadwell, “Greens”

Non è una coincidenza che le note di copertina del suo album citino Bell Hooks (“La pratica dell’amore è il più potente antidoto alla politica del dominio”) e che le sue canzoni si adattino così bene all’estetica solarpunk. Un punto di forza del solarpunk è la sua insistenza nel promuovere e includere le voci di chi è spesso escluso nel presente. Che la canzone di una donna di colore sulla giustizia ecologica e l’amore queer possa essere un inno solarpunk, riflette il suo impegno estetico nel ribaltare i pregiudizi e incoraggiare allo stesso tempo il divertimento.

1 — continua

traduzione di Silvia Treves

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