Siamo molto felici di pubblicare questa intervista con la quale speriamo di far conoscere la storia, il lavoro e i temi cari al Commando Jugenstil: un collettivo di artistə, ricercatorə , scienziatə e attivistə che è stato il primo a fare solarpunk in Italia, a partire dal 2011, e che ha pubblicato racconti scritti in inglese in alcune importanti antologie internazionali come “Glass and Gardens – Solarpunk Summers” di Sarena Ulibarri o la più recente “And lately, the sun” a cura di Calyx.

Il Commando Jugenstil dimostra con i fatti e le opere che si può fare arte legandola all’attivismo, e che l’utopia non è una fantasia velleitaria, ma parte da ciò che esiste già, e da solide basi ideali e scientifiche, non per scappare dalla realtà, ma per segnare nuove vie praticabili. Bisogna pensare, cercare, comporre, e poi agire. Bisogna, in primo luogo, volerlo.

Per il Commando Jugendstil hanno dialogato con Giulia Abbate i due fondatori: Guglielmo Miccolupi e Laura CZ Domingues.

Giulia: Buonasera, Laura, buonasera, Guglielmo, grazie di essere con noi! Per la nostra conversazione, procederei su tre filoni: quello letterario-espressivo, legato alle vostre performance, opere e laboratori; quello del vostro attivismo; e la vostra storia e le origini del vostro lavoro insieme.

Guglielmo: Incomincio dalle origini, considerando che i tre temi verranno mischiati insieme. I tre filoni da te nominati sono le correnti e le anime che ci sostengono. Il filone espressivo si unisce all’attivismo, sono aspetti che ci sono fin dall’inizio, e che cerchiamo di coniugare nei nostri lavori.

Prima di scoprire che esisteva il solarpunk, ho scritto una tesi che si intitolava “Commando Jugendstil”, per un Master in Design della Comunicazione al Politecnico di Milano. Era il 2010. Laura ha avuto una grande parte in questo lavoro, che è quello che ha fissato le idee del collettivo. Lo abbiamo concepito ispirandoci all’Art Nouveau, al movimento arts&crafts, a una certa visione del mondo: quella incentrata sull’artigianato, in contrapposizione alla produzione di massa industriale, che degrada le condizoni di lavoro e priva la vita quotidiana di qualità.

Tutti questi approcci si sono uniti e fissati in questa opera collettiva, che nella tesi aveva l’intento principale di costruire installazioni che producessero energia solare e avessero allo stesso tempo un potenziale e un valore espressivo.

Giulia: Sfogliando la tua tesi, ho capito questo: è un progetto di murales giganteschi con la funzione di dare un’anima a un luogo e insieme di dare energia, tramite questa sorta di vernici fotovoltaiche.

Laura: Non esattamente vernici. Eravamo in contatto con persone della Technical University of Denmark che avevano sviluppato questo sistema di stampa estremamente efficiente, basato su celle heterojunction organic – io lavoro con cose del genere – ovvero inchiostri fatti con molecole organiche e di ossido di titanio, con la funzione di elettrodi, che potevano essere stampate su rulli di plastica gigante tramite stampanti industriali, e che potevano essere prodotti a basso costo per diverse applicazioni. A noi era sembrata una tecnica interessante, Guglielmo ha avuto l’idea e io gli ho fornito nuovi esempi, con ricerche sugli organic dyes (coloranti organici).

Gugliemo: Ad esempio, la ricerca del professor Aldo Di Carlo dell’Università di Tor Vergata, che verteva proprio su questo tipo di celle: stava lavorando su questi inchiostri e celle particolari che potevano assumere delle forme specifiche.

Giulia: Voi quindi siete partitə dalla realtà: non era  speculazione, la vostra, ma partiva da ricerche effettive e progressi tecnologici già in atto.

Laura: Il nostro metodo è sempre quello di cercare una tecnica che già esiste a livello sperimentale, o di  prototipo, e chiederci: “Ok, se si potesse applicare, che problemi ci potremmo risolvere? Che applicazioni di tipo artistico, energetico e di comunità avrebbe?” È una cosa che facciamo piuttosto spesso e tutte le nostre storie ne hanno una.

Giulia: Questo è proprio il procedimento della fantascienza. Prendere un’idea, un novum, un cambiamento di qualsiasi tipo e svilupparne le implicazioni in modo metodico. Siete quindi partitə da questa tesi.

Guglielmo: Sì. Era il 2012 e ci immaginavamo come sarebbe potuta cambiare la realtà, da lì al 2015. C’era il movimento delle Primavere Arabe, quindi ragionavamo sull’impatto che queste rivoluzioni sociali e culturali potevano avere sul nostro modo di usare i combustibili fossili. Scavando, ci siamo resi conto che quella era una crisi che andava avanti da molto tempo: dagli anni Settanta, con la prima grande crisi dei combustibili.

Laura: Già negli anni Settanta avevano fatto degli esperimenti, in California e in altri luoghi, di case indipendenti dai combustibili fossili. Probabilmente la cosa è morta lì perché, risolta la crisi coi paesi arabi, trovato il petrolio anche altrove, fatti altri buchi… è stata considerata risolta la situazione.

Giulia: Il vostro collettivo è nato con voi due? O con altre persone?

Guglielmo: Noi siamo i membri più attivi, quelli che rispondono alle mail e più facilmente si scambiano idee. Ci sono poi altri collaboratori, anche storici, che collaborano con noi dai tempi della mia tesi. C’è anche un musicista, che fa la colonna sonora di tutti i nostri video.

Tutti loro non si limitano a collaborazioni professionali, il nostro è sempre anche uno scambio di idee, il processo di costruzione di storie e di progetti è condiviso e aperto. Magari le cose nascono con una discussione tra me e Laura, poi vengono messe in campo con gli altri, che aggiungono i loro contributi.

Recentemente, abbiamo realizzato un video per una delle nostre storie, che è stata pubblicata su l’antologia australiana: “And lately, the sun”.

Questo video è la lettura di un estratto della nostra storia: anche per il fatto che tutti i nostri collaboratori erano in posti diversi, abbiamo filmato ognuno di noi mentre leggeva un pezzetto e lo abbiamo montato in modo divertente. In quel video compaiono altri collaboratori storici, chi fa la voce dei nostri video, gli architetti che ci aiutano con la costruzione e… “architettano”. Questo è il collettivo: Laura e io siamo i perni, poi ci sono un sacco di competenze che ruotano attorno.

Giulia: Dopo la tua tesi cosa è successo? A cosa vi siete dedicatə? Hai parlato di architetti, di musica, quindi di tante competenze in campo: raccontateci ciò che avete fatto, a partire da quel 2010, in poi.

Guglielmo: Sono successe un po’ di cose a livello di vite personali. Dopo la grande esplosione di vita che è avvenuta all’inizio – che è stata anche gratificante, perché mi ha permesso di vincere un premio, e di essere mostrato come parte della selezione del Politecnico all’università del Design di Eindhoven… poi per vicissitudini della vita il primo Commando è andato scemando.

Laura: Abbiamo anche partecipato a un concorso di Edison Start, nel 2011. Ma la tecnologia non era matura, abbiamo avuto dei problemi con i parnter tecnici, che hanno poi aperto una startup e si sono distaccati dal progetto originale… dopo quello, siamo andati in dormienza.

Giulia: In cosa consisteva il lavoro con Edison Start?

Guglielmo: Abbiamo cercato di realizzare installazioni che fossero sia realizzazioni espressive di disegni su una parete, che generazioni di elettricità: proprio quello che avevamo teorizzato nella tesi. Il fatto è che nel frattempo la tecnologia era cambiata, si era evoluta in un modo che non contemplava più la parte espressiva, ma aveva come intento solo la produzione di energia. Quindi l’intento del pannello solare organico si è trasformato, escludendo la nostra idea.  

Giulia: Dopo quell’esperienza che cosa avete fatto?

Laura: Io mi sono dottorata 🙂

Guglielmo: Io nella mia altra vita lavoravo 🙂 Poi abbiamo cominciato a scrivere storie di fantascienza. E abbiamo scoperto che si trattava proprio di storie di fantascienza, perché Laura si è accorta che c’erano bandi in merito, che parlavano proprio di quello.

Laura: Gironzolando su Kickstarter, ho fortunatamente trovato il Kickstarter di Sarena!

Guglielmo: Sì! Sarena Ulibarri. Abbiamo cominciato a scrivere storie in cui non ci siamo più posti “semplicemente” il problema della realizzazione, ma abbiamo detto: “C’è un problema di immaginazione, la gente fa fatica a immaginare un futuro sostenibile.” E siamo andati in quella direzione, scrivendo storie di come potrebbe essere il mondo domani. La nostra fantascienza è sempre piuttosto vicina nei tempi, non è mai molto in là con grandi trasformazioni. La domanda è cosa può sucedere domani, dopo la giusta transizione.

Giulia: È un discorso interessante: il fatto che siate arrivatə alla letteratura dopo un percorso, e che la letteratura sia una delle articolazioni del vostro percorso. Noi, come autori e autrici, siamo forse abituatə al contrario: si inizia con l’immaginare una storia, e poi si arriva a temi che sono affini alla propria sensibilità, un po’ come è stato con noi per il solarpunk. Io già scrivevo cose di quel tipo, poi l’ho scoperto come definizione, e mi sono accorta che potevo andare in quella direzione ancora più convintamente, con una cornice di senso già espressa da altrə. Tra cui voi: voi, che siete partitə da riflessioni e idee pratiche su tecnologia ed espressione artistica, e che siete arrivatə alla scrittura di racconti come sviluppo.  

Guglielmo: I percorsi si intrecciano sempre un po’. Il mio lavoro di tesi era un racconto, un’animazione, quindi un lavoro di comunicazione. Che ha dato origine a qualcosa che abbiamo provato a mettere in pratica. Poi siamo tornati alle storie, ora siamo di nuovo sulla pratica, con progetti che si applicano nel mondo reale.

Giulia: Cosa state facendo adesso?

Guglielmo: Nell’ultimo anno, appena prima la pandemia e dopo, siamo stati coinvolti come coordinatori in un progetto cofinanziato dalla Comunità Europea, dalla Fondazione Cariplo Punto Sud e dalla Cooperativa Sociale A.ME.LIN.C. ONLUS che si chiama “Milano – Cartoline da un Futuro Possibile”. Dato che parliamo di solarpunk, posso sintetizzarlo così: cerchiamo di mettere il solarpunk nelle mani dei cittadini dei quartieri e applichiamo il metodo solarpunk nella città di Milano.

Con la pandemia che si è messa in mezzo, le cose sono un po’ cambiate, ma l’idea era appunto quella di costruire immagini del futuro, della città, del quartiere… insieme a chi li abita, e di passare conoscenze in modo da dotare la popolazione di strumenti per immaginare il futuro. In ultima analisi, costruire immagini significa dare un obiettivo da raggiungere, e quindi innescare una transizione dal basso.

Giulia: E questo come lo realizzereste, materialmente? Con laboratori? Con degli incontri pubblici? Cosa fate o fareste?

Laura: In origine, il progetto doveva consistere in laboratori teorici, in modo che le persone potessero appropriarsi di una serie di conoscenze riguardanti tecniche della transizione. Quindi laboratori di compostaggio, ad esempio, o su come si progetta un’installazione di pannelli solari –  quest’ultimo a cura di un docente dell’Università Bicocca di Milano, che è uno di quelli con cui collaboriamo relativamente agli artefatti energetico-artistici nella vita vera, ovvero il professor Franco Meinardi.

Questa era una prima parte; poi, avremmo dovuto ricontattare le persone che avevano partecipato ai laboratori, e sostenere insieme a loro delle discussioni, riguardo le loro aspirazioni, le loro visioni del futuro. Da esse, avremmo costruito insieme delle narrazioni o delle illustrazioni, che avrebbero dovuto essere restituite alla cittadinanza come ispirazione, come obiettivo, e così via… Siccome però il progetto era rivolto a delle zone di Milano dove c’erano situazioni di esclusione sociale, con la pandemia in atto è stato molto difficile raggiungere quelle persone.

Il digital divide è stato un impedimento grave: o non c’era connessione a banda larga, oppure c’era, ma veniva usata dai figli che facevano lezione da remoto. Queste persone si sono ritrovate escluse anche da una serie di iniziative culturali, che si sono spostate su varie piattaforme digitali.

Questo ci ha portati a scrivere un piccolo articolo sul magazine americano Reckoning Mag, relativamente al fatto che quando la gente parla di banda larga gratis non è perché vuole stare tutto il giorno su TikTok, ma perché senza di essa si esclude letteralmente una fetta della popolazione dalla partecipazione alla vita civica.

Giulia: Ascoltarvi mi fa venire in mente anche un’altra cosa. In questi ulltimi tempi c’è un dibattito molto acceso tra scrittorə di fantascienza, nel fandom – un piccolo mondo, che però è attivo e vitale. Il dibattito che ha preso piede è quello che contrappone distopia a utopia, e si articola in post, panel e sui social. Quello che viene spesso detto sull’utopia è che l’utopia è ingenua, anche scientificamente; che il solarpunk è immaturo, perché non regge ai fatti. È l’appunto più ricorrente che troviamo: questi solarpunk sono una banda di anarcoidi con tante belle aspirazioni ma con poca “lana”.

Il vostro percorso mi sembra indicare tutto il contrario. È anche per questo che poco fa ho constatato che i vostri racconti partono da cose che già ci sono, e da innovazioni scientifiche in atto, delle quali voi esplorate le implicazioni. 

Con il vostro lavoro, voi confutate l’accusa che l’utopia e il solarpunk dal punto di vista scientifico siano ingenui. A me voi parete tutt’altro che ingenui, ecco!

Voi come raccogliereste questa remora?

Laura: C’è una citazione molto bella dell’ultimo libro di Rutger Bregman (che se non sbaglio ha iniziato come giornalista, economista e storico), che si chiama “Human Kind – A hopeful history”. La citazione recita più o meno così: se qualcuno fa un film di un tizio che incatena una tipa per cinque anni a un calorifero, cosa che magari è successa una volta nella storia umana, quella è una disamina bruciante della condizione umana. Se qualcuno fa un film su due che si innamorano, cosa che succede migliaia di volte al giorno in tutto il mondo, allora è una roba fluffy, magica e poco realistica.

Secondo me, la gente è rimasta intrappolata nella formulazione di Aristotele che affermava che la tragedia è la forma più alta di arte. E secondo me Aristotele dovrebbe prendere fuoco insieme a un po’ di altri pensatori della sua stirpe: voglio dire, Aristotele ha anche scritto che certe persone nascono schiave per natura e che la donna non ha un’anima.

Guglielmo: Si nota che Laura che è l’anima focosa del gruppo 🙂 Ogni tanto devo ammettere che casco anche io in questo tipo di pensieri: utopia ingenua e poco realistica. Ma mi sono sorpreso io stesso, ai tempi in cui scrivevo la prima tesi, a pensare che non fosse così, attraverso l’informazione. Può sembrare una cosa strana da dire, e restando a un livello di informazione generale questa realtà può essere percepita come vera: l’uomo tende a essere la rovina di sé stesso, e quindi l’utopia non è possibile, perché l’uomo per sua natura la elude.

In realtà, scavando nelle buone pratiche, negli esperimenti che la gente fa, in modo anche assolutamente autonomo, in tutte le cose pro-sostenibilità che vengono già realizzate nel mondo da diversi anni, o che sono sempre esistite, ti rendi conto che non è così. L’umanità non è incline ad autodistruggersi, anzi.

Lo dimostrano molte situazioni all’inizio e durante la pandemia: alcuni comportamenti sono stati assolutamente utopici, potrebbero essere considerati quasi impossibili, invece vengono messi in atto oggi… magari sono piccole cose, però sono utopie che esistono. Quindi  secondo me un certo tipo di storie e di informazioni smentisce la teoria dell’utopia ingenua e bambinesca.

Laura: C’è tutta un’antropologia negativa, secondo cui l’uomo è cattivo: o c’è il peccato, per chi crede, oppure è il gene egoista, per gli atei. È molto conveniente, perché se tu fomenti questo tipo di storie rendi più difficili la collaborazione, la fiducia, la collettività. Le persone hanno questo vero e proprio priming culturale: “Io non posso fidarmi di tizio, perché alla prima occasione mi ammazza, o mi frega…” ma in realtà non succede quasi mai. Anche all’inizio della pandemia, c’era la gente che si faceva in quattro per i vicini, c’erano iniziative di solidarietà… Nella maggior parte dei disastri umanitari, i primi a rispondere sono i vicini di coloro che hanno i lutti e le perdite, e li aiutano… Nel terremoto di San Francisco, a inizio Novecento, la popolazione si è autoorganizzata in una protezione civile… succede!

Il punto è che è molto conveniente per la narrazione egemonica cancellare il fatto che in realtà le persone sono buone, in realtà l’utopia è più facile della distopia, e ci vuole un grande sforzo per far diventare distopico il mondo: ci devi mettere più potere, più soldi, più propaganda.

Giulia: Sono d’accordo. Avevo letto anche io cose simili – vado anche io alla ricerca dell’utopia, e forse quello che troviamo è quello che cerchiamo, ma va bene così – e ci sono state evidenze raccolte durante gli incendi che hanno devastato la California lo scorso anno: gli studi di comportamento hanno trovato dei veri pattern che corrispondono a ciò che dicevi: il vicino salva il proprio vicino in modo spontaneo e costante.

Hai parlato di narrazione egemonica: voi pensate che ci sia qualcosa di chiaramente strumentale, o che sia più un trend inconscio della civiltà di questo momento, dietro il trionfo di questa distopia così forte?

Laura: Durante l’uragano Katrina, quello di cui parli è stato abbastanza ovvio, anche perché la maggior parte delle vittime erano persone nere, e negli USA il razzismo sistemico impera. Gli sforzi autoorganizzati di chi recuperava materiale di prima necessità sono stati presentati al pubblico come saccheggi, quando in realtà i gruppi si erano coordinati per recuperare beni che sarebbero stati spazzati via e dispersi in mare, e portarli nei centri di raccolta.

Oppure: ti ricordi la questione del SuperDome, a New Orleans? All’epoca, le notizie parlavano di stupri, omicidi, che là dentro c’era l’apocalisse… in realtà sono morte quattro persone, nessuno è stato ucciso, nessuno stuprato, e le persone erano semplicemente molto spaventate, chiuse in un posto senza sapere cosa sarebbe successo – migliaia di persone erano state stipate dentro uno stadio con servizi igienici nulli… Ma la narrazione, insieme alle immagini di cose abbandonate e caos, di sporcizia, comunicava qualcosa come: “Guardate che selvaggi, c’era davvero bisogno della Guardia Civile!” Tutto questo intriso di razzismo e di retorica poliziottarda e militarista.

Quindi sì, in certi casi c’è letteralmente una ragione per la quale viene soppresso il fatto che le persone si aiutino a vicenda… che si stavano aiutando a vicenda finché non è arrivata la Guardia Civile a sparare a chiunque fosse più marrone di un sacchetto di carta, o si trovasse in una certa parte della città.

Giulia: Restiamo in questo ambito, perché vorrei farvi una domanda sull’attivismo. L’attivismo nella letteratura: dato il fatto che la distopia in questo momento non ci serve più come un tempo, diciamo così – un po’ perché intrisa di retorica, un po’ perché potrebbe essere strumentale, un po’ perché secondo altri interventi è ormai tradizionalista (“Guarda come potrebbe essere brutto il futuro… tutto sommato, a te non va così male!” è il messaggio di molta editoria di consumo). Stante il fatto che la distopia ci serve di meno, secondo voi scrivere utopia oggi può essere considerato una forma di attivismo? E se sì, come farlo in modo efficace? Che consiglio dareste a chi vuole scrivere utopia oggi, per incidere su chi legge e persino sulla realtà? (Una volta gli intellettuali erano quei sapienti che con la loro cultura cambiavano poi le cose, o per lo meno si prefiggevano di farlo…) Voi come la vedete?

Guglielmo: Domanda difficile. Riuscire a cambiare le cose con la cultura sarebbe fantastico, è un po’… difficile! Ma nella nostra posizione, attivismo e proposizione del futuro sono due cose che vanno talmente a braccetto da essere inscindibili.

Laura: Noi ci siamo messi a scrivere pensando: abbiamo un’idea di futuro, e bisogna in generale fare qualcosa per cambiare il futuro. Mentre cerchiamo di farlo all’atto pratico – anni tra fondi, progetti, etc. – perché non proviamo a descrivere come potrebbe essere? Così magari la gente può apprezzare, e chiedersi come si potrebbe fare a realizzarlo.

Facciamo lo stesso con i progetti, che sono più di uno – Guglielmo è sempre troppo modesto. Sta finendo quello per l’UE e ne avvierà uno con la Fondazione Città di Milano che è in continuità con questa azione e con il design speculativo. Questo concetto di design speculativo va insieme a quello di backcasting, che è pure qualcosa che già facevamo senza saperlo, cioè: “Immaginiamo uno stato con delle caratteristiche desiderabili e cerchiamo a ritroso di capire come ci si arriva”, una progettazione al contrario.

Giulia: Cosa intendi per “stato”? Stato-nazione, o condizione generica?

Laura: Nel senso di “configurazione”, è un concetto di design, non intendo nel senso istituzionale della parola.

Guglielmo: È difficile dare un consiglio, forse è proprio quello di privare a immaginare a ritroso. Se qualcuno ha intenzione di scrivere un futuro solarpunk che sia radicato nel presente attivista, magari può immaginare un futuro che lo tocchi personalmente, e poi procedere a ritroso: credo che molti dei passaggi che sono da fare per arrivare a quel futuro comprendano naturalmente e spontaneamente un qualche tipo di attivismo.

Laura: Noi ci prefiggiamo sempre di immaginare un futuro dove la maggior parte possibile di persone sta bene. C’è un sacco di gente, anche nei gruppi solarpunk anglofoni che frequentiamo, che sembra rassegnata all’idea che vaste proporzioni di popolazione moriranno, quindi se non scrivi una storia dove muore un casino di gente allora non è una storia realistica, perché è ovvio che morirà un sacco di gente. In questo, noi preferiamo peccare di irrealismo, perché pensiamo che le vite umane siano tutte valide, che siano preziose, e non ci va di scrivere una storia dove abbiamo già deciso che la loro di un sacco di gente non vale, e noi la possiamo fruire come elemento di dramma per mandare avanti la storia. Non ci sembra giusto.

Secondo me, una persona che vole scrivere delle storie che non siano distopiche e che siano attiviste dovrebbe ricordarsi che, come diceva Victor Hugo, “amare è agire”. Quindi dovrebbero nascere storie dove le collettività cambiano le cose, e non dove semplicemente la tecnologia arriva e cambia le cose.

Anche il tecno-ottimismo ci lascia freddi, cose come: “abbiamo trovato una soluzione!”, “automatizziamo tutto!”, o magari la storia in cui il miracolo tecnologico ripulisce il carbone dall’atmosfera… però nel frattempo i rapporti sociali, di potere, di classe rimangono esattamente identici o peggiorano. Perché ci sembra che sia un po’ un barare: la crisi climatica è una questione complessa che ha delle soluzioni in primis sociali, politiche e culturali, non solo tecnologiche. Quindi non si può privilegiare la tecnologia, a discapito di tanto altro.

Giulia: Grazie! Questi sono davvero tanti spunti, anche perché è in preparazione una collana di racconti utopici, e pubblicare questi vostri consigli proprio adesso può spronare le persone a pensare in questi termini e a scrivere di queste cose. (La collana è aperta, quindi se voleste contribuire ne saremmo onoratə!)

Avrei ancora tanto da chiedervi, ma non voglio approfittare oltre del vostro tempo. Vorrei avviarmi alla conclusione, chiedendovi cosa state facendo adesso dal punto di vista letterario: state scrivendo qualcosa? Sono in preparazione nuove antologie con vostri contributi? Cosa bolle in pentola?

Guglielmo: Abbiamo in preparazione diversi progetti, alcuni ambiziosi, altri ancora più ambiziosi 🙂 Senza troppi spoiler: stiamo preparando da un po’ una storia a fumetti, che ci richiederà un bel po’ di tempo. Ci sono almeno un altro paio di storie, una delle quali la invieremo a un’antologia annunciata da poco, lo farà Laura.

Laura: Sì, ci proveremo. Continua anche il progetto di un lavoro che contiene la sintesi dei desideri delle persone dei quartieri, sotto forma di storie. È previsto per marzo, e sarà la nostra prima milestone dell’anno, quella di scrivere queste storie, alcune delle quali Guglielmo illustrerà, che saranno il ritorno alla comunità del lavoro fatto insieme. Un progetto molto simile lo stiamo portando avanti in UK, è appena iniziato… dal punto di vista letterario quest’anno non so se riusciremo a fare più che progetti. Anche perché lavoriamo tutti a tempo pieno!

Guglielmo: C’è anche in progetto con Transition Towns, che anche quello è un progetto letterario: una sorta di diario di viaggio.

Laura: Sì, avrà come output un’antologia prodotta dalla comunità, con editing – tutti sono in grado di apprezzare storie, ma non tutti sono in grado di scriverle. Stiamo iniziando adesso a fare gli incontri con gli attivisti a Reading, dove risiedo io al momento. Siamo in contatto con sindacati, associazioni di disabili, associazioni ambientaliste e stiamo cercando di tirare fuori un’idea dal basso del futuro della città, che tornerà alla comunità sotto forma di prodotto letterario e artistico.

Giulia: Che bella, questa cosa: date voce alle voci.

Laura: Speriamo! Qui c’è molto entusiasmo. C’è stata una climate strategy, a livello istituzionale, ma è stato qualcosa di astratto, fatto sui numeri, non basato sull’immaginazione a partire dalla propria esperienza. Quello che vogliamo è che la gente immagini come si sentirà a vivere nel proprio futuro, perché questo genera uno stato d’animo più alto, è una cosa quasi tangibile e la voglio.

Giulia: Dà una motivazione potente, è vero. Anche in PNL si parte spesso dall’immaginare cosa si proverà una volta conseguito l’obiettivo, perché questo predispone in senso positivo ed è già gratificante di per sé. Questa è una cosa bella anche dell’utopia: che quando finisci di scriverla non sei devastata 🙂

Laura: Ma quando hai finito di scriverla puoi essere occasionalmente in lutto perché non esiste.

Guglielmo: Bisogna fare uno sforzo per arrivarci! Noi scriviamo utopie molto vicine al nostro orizzonte temporale, e sottolineiamo anche questo fatto.

Giulia: Concludiamo con il vostro nome, che si ricollega all’Art Nouveau

Guglielmo: Per noi l’Art Nouveau è una lezione di filosofia, prima che essere un canale artistico. Immaginava con la natura e con il mondo naturale una sorta di simbiosi, senza prevaricazione. Questo era un tratto importante e lo abbiamo incluso anche nel nome: Commando come richiamo all’azione diretta, e Jugendstil che è il nome tedesco dell’Art Nouveau.

Laura: …”Commando Liberty” suonava male 🙂

Una delle nostre grandi ispirazioni resta William Morris, che non era solo un grande ecologista e un grande artista, ma uno dei padri del socialismo in Inghilterra. E scrittore di utopie: “News of Nowhere”, che noi abbiamo comprato direttamente nella casa-museo di Morris e abbiamo letto con molto piacere. La sua filosofia rimette l’uomo-artigiano al centro, invece che pensare a un uomo-ingranaggio parte di una macchina. E prevede la collaborazione tra umanità e natura, invece dell’espropriazione della natura di una piccola parte di uomini, mentre tutti gli altri sono pure espropriati.

Guglielmo: Le potenzialità che la natura ha nella costruzione delle società del futuro sono enormi, a partire dai materiali.

Laura: Tanto per fare un altro esempio pratico: stanno studiando dei pannelli solari a base di antocianine, che sono i pigmenti del mirtillo.

Guglielmo: Sì, questo valorizzare il mondo naturale come chiave di volta per il futuro lo trovo interessante e stimolante.

Giulia: Una cosa bella del solarpunk è che può essere un connettore di ciò che già c’è. Io alzo un po’ il sopracciglio quando vedo i palazzoni nuovissimi in stile bosco verticale: andiamo a vedere piuttosto gli yano, le case circolari Yanomami, fatte con materiale naturale e sedi di comunità piccole, a livello della terra.

Laura: Certo, la domanda è: è la tecnologia che è al servizio della comunità, o è l’uomo che serve la tecnologia? È la questione “delle tecnologie conviviali”: la tecnologia che tu introduci in una storia dà potere o toglie potere alle persone? È una questione cruciale, che ci interessa molto, noi vogliamo scrivere storie in cui è la tecnologia che dà potere alle persone, e non viceversa.

Avevamo scritto un articolo sulle città solarpunk, qualche anno fa: nella comunità USA era emersa la questione di questi immaginari definiti solarpunk, con illustrazioni di città di vetrocemento piazzate dentro generiche aree verdi.

Quello che noi invece cerchiamo di fare, e ci piacerebbe che venisse fatto in generale come buona prassi, è declinare il solarpunk nelle realtà, nell’edilizia e nelle tradizioni locali, e adattarlo anche al clima, alla vegetazione dei luoghi specifici. Che senso ha un grattacielo di vetro e cemento ovunque? Fosse anche fatto di pannelli solari, stiamo comunque facendo colonialismo culturale. Ne parliamo spesso, è un tema che ricorre nei gruppi anglofoni: come si adatta il solarpunk alle realtà locali, e se esiste un solarpunk internazionale.

Giulia: Mi pare un dibattito in essere da tanto anche nell’architettura, quello delle opere che comunicano con il loro luogo, oppure ci sono piazzate sopra. Ci sono correnti e ispirazioni, come quelle di Glenn Murcutt, o Kolhaas, che parlano di un lavoro con i materiali e gli ambienti locali.

Laura: Una delle nostre ispirazioni è Making Massive Small Changes di Kelvin Campbell, che insegna urbanistica a Oxford, e ha scritto un compendio di buone prassi e tecniche, un vero librone, pieno di case studies e pratiche per creare le condizioni grazie alle quali un insediamento si trasforma in comunità.

Giulia: Bene… grazie mille, grazie per tutto il solarpunk. Siete stati probabilmente i primi a fare solarpunk, in Italia, quindi è molto bello per noi potervi ascoltare.

Siamo noi a ringraziare il Commando Jugenstil: a presto, e grazie per tutto il solarpunk!, e per questa conversazione ispiratrice.
Vi esortiamo a seguirli sulla pagina facebook Commando Jugendstil o a visitare il loro blog Solarpunk Milano
– Cartoline da un mondo possibile per approfondire progetti, visioni e suggestioni.

A cura di Giulia Abbate
Immagini cortesemente fornite dal Commando Jugendstil

Cos’è il solarpunk: il nostro manifesto

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