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In un mondo terrestre futuro che ha preso il nome di Panga, dove non ci sono guerre né conflitti e comunità umane vivono in armonia con la natura, il monaco Dex si fa assegnare al servizio ambulante, che consiste nell’offrire tè e conforto a chi ne ha bisogno, viaggiando di paese in paese con la sua roulotte a pedali. Ma nemmeno questa vita più varia allevia l’irrequietezza che ha spinto Dex sulle strade, e a un tratto lo porta a deviare dalla strada consueta e a inoltrarsi nel bosco rinselvatichito.
Qui, Dex incontra un robot, Cappello di Muschio, ed è la prima volta dopo secoli che ciò accade:  tempo prima, infatti, i robot hanno acquistato coscienza e hanno abbandonato gli insediamenti umani, ritirandosi nella natura selvaggia e ponendo così fine all’Era delle Macchine. È questa diserzione, insieme a una serie di catastrofi “da reset”, che ha reso possibile una evoluzione anche dell’umanità, fino alla felice condizione presente.
Cappello di Muschio spera che Dex possa aiutarlo nella missione di conoscere daccapo gli umani e verificare come stanno, e Dex, sempre più confuso e smarrito, procede sperando di capirci qualcosa. I due iniziano dunque a viaggiare insieme, scambiandosi domande e riflessioni.

Un salmo per il robot è un romanzo che dimostra un lavoro notevole: oltre a costruire, in modo attento e particolareggiato, un’a ‘ambientazione solarpunk da manuale, Chambers opera anche sull’intreccio, e mette in scena una storia praticamente senza conflitto. Questa scelta si pone in un trend attualmente in ascesa, ma non è qui ben padroneggiata.

È necessaria una breve parentesi.
La struttura narrativa alla quale siamo abituati, e che ci viene insegnata a scuola e nei corsi di scrittura, prevede una serie di componenti: l’arco di trasformazione del personaggio e la stessa necessità di una trasformazione del personaggio, l’eroe e la sua forza, la successione di colpi di scena in climax, il cozzo degli scudi, insomma, che ci vengono presentati come imprescindibili, ma in realtà non lo sono, come dimostra il fatto che non appartengono a tutte le culture.

La narrativa orientale, in particolare, sviluppa strutture diverse – una che è forse richiamata da questo romanzo è di tradizione giapponese, la tipica e meravigliosa kishotenketsu.

Oltre a ciò, i concetti stessi di forza, di scontro, di risoluzione, di affabulazione narrativa sono diversi dai nostri, e dunque una narrazione cinese o giapponese presenta una stranezza per noi affascinante e, almeno fino a pochi anni fa, dal sapore esotico.

Il fatto è che questo diverso concetto di struttura narrativa non implica che non ci sia un conflitto, ma che esso si presenti e sia gestito in modo diverso da quello a cui siamo abituati – un modo che richiama l’acuta definizione di Simone Weil dell’Iliade, “il poema della forza”, il quale è tra le basi della nostra cultura.

Quello che Chambers ha fatto, nel tentativo comunque interessante di evitare il “racconto della forza” occidentale, è stato l’eliminare totalmente il conflitto. Tale scelta potrebbe apparire come “nonviolenta”: altro concetto, questo, che sembra piacere negli ultimi tempi, ma in realtà, stando a quanto leggo in giro, è molto frainteso. Circola una sostanziale ignoranza su cosa sia davvero la nonviolenza, che piuttosto i conflitti li vede e li fa scoppiare, e poi li affronta in un modo radicalmente altro rispetto a quello “iliaco”, come ben dimostra Ursula K. Le Guin in quel capolavoro di narrativa “a tesi nonviolenta” che è L’occhio dell’airone.

Ma non c’è alcun conflitto nel mondo di Dex, eccetto un po’ di bonaria stanchezza che si risolve con un tè, una chiacchiera e una dormita sui cuscini; non c’è conflitto tra Dex e il robot, che si perdono in dialoghi ambiziosi ma che non si elevano da una confusa insipienza; soprattutto non c’è conflitto in Dex.

O meglio, nell’interiorità del protagonista un inciampo c’è, il conflitto potrebbe esserci, ma non ingrana davvero. C’è un’inquietudine, che innesca i cambiamenti di vita di Dex e che è esemplificata dal “non sentire i grilli”, una metafora notevole, e un’esperienza sconfortante contro cui io stessa mi scontro, nelle torride e incollocabili estati milanesi. Ma tale inquietudine non è affrontata in modo profondo, né dal monaco, né dal romanzo, ed è un’occasione persa: la perfezione stanca, il mondo di Panga è tutto sorrisi e moine, e una ribellione interiore all’insignificanza zuccherosa che ci viene presentata come utopia avrebbe potuto tenere su un romanzo anche più lungo.

Invece, Un salmo per il robot si rivela pesante anche nelle sue poche pagine, proprio perché nulla è affrontato davvero, né all’orientale né in altro modo. Lo scenario ridente si trasforma presto in qualcosa di sinistramente simile a un catechismo, che l’autrice stessa intende somministrarci, proprio mentre mette sulla pagina un monaco (o una monaca, Fratello Dex “non ha genere”, qualunque cosa voglia dire) che non ha nulla di tale.

In nessun punto del romanzo, nemmeno nei pretenziosi dialoghi con il robot che ne occupano la seconda parte, si arriva mai a sfiorare qualunque cosa riguardi il sacro. Ignaro di obblighi e non sottoposto ad alcuna regola, Dex si muove nel mondo in modo più che prosaico e non pone mai il problema della propria irrequietezza in una cornice trascendente, né che vada oltre sé stesso.
Nella condotta di Dex c’è forse un richiamo al Dao, alla sua concretezza e attenzione alle cose comuni, ma senza uno sguardo oltre il caduco io anche questo tratto si dimostra meramente scenografico.

Un salmo per il robot è quindi un tentativo che scopre le sue carte, ma non riesce, perché privo di vera sostanza. Le ambientazioni lo rendono un romanzo solarpunk, ma non è il solarpunk che mi auguro di leggere ancora, perché del tutto bonificato dal “punk” (gli viene accostata la nuova etichetta cozypunk… qualunque cosa voglia dire). Non è un salmo, ma un salamelecco, che potrebbe essere un manifesto della cultura definita woke dai suoi detrattori, compilato proprio da chi voglia prendersene gioco.

Giulia Abbate
Becky Chambers, “Un salmo per il robot”, Urania Mondadori, gennaio 2024
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