di Giulia Abbate

In questi mesi trascorsi dall’apertura del portale solarpunk.it – mesi che per noi sono passati in un turbinio di traduzioni, divulgazioni, organizzazione di contenuti, presentazioni e discussioni, abbiamo constatato un fatto: della parola composta “solarpunk”, che vuole essere illustrativa del movimento e del genere letterario, risulta più semplice spiegare la radice “solar” che il suffisso “punk”.

I. Momento solar: esposizione

Di solito, è abbastanza semplice far capire che “solar” racchiude due concetti che vanno di pari passo:

  1. il “solar” delle energie alternative, e per estensione della sostenibilità, dell’ecologia, di nuove ecologie possibili.  
  2. la scrittura di utopie: “solar” indica un atteggiamento di “solarità”, e si contrappone ironicamente alla distopia delle “città piovose” e dei futuri proprio malissimi. Non parliamo della distopia di per sé, attenzione, ma di quella narrazione distopica che ormai è maniera, conservazione, accanimento, e peggio ancora mainstream inteso nel suo senso più banalizzante e mercificatore.

Nel nostro manifesto, abbiamo raccontato il “solar” così:

Solar. Solare è la fonte primaria e simbolo di vita, è l’energia alternativa ai combustibili fossili, è ciò che già c’è, e che dobbiamo impiegare in modo sostenibile e condiviso per sopravvivere.
Solare è la volontà utopica che coltiva (letteralmente) la speranza.
Solare è la luce del giorno, che si contrappone agli scenari piovosi, chiusi e posturbani della distopia.

Per quanto riguarda il “punk”, nel Manifesto lo abbiamo esposto in modo altrettanto stringato e coeso:

Punk. I germi e la pratica della rivolta. Il rigetto verso il modello di sviluppo capitalista insostenibile, predatorio, assassino, in palese contrasto alla vita e vitalità non solo umana. La reazione contraria alla narrazione distopica, che non ci dà più strumenti utili per reagire e scivola nel conservatorismo o nell’estinzionismo di tendenza.

Scrivendo il manifesto, ci pareva che per entrambi i termini della parola composta “solarpunk” la questione fosse altrettanto semplice, e che fosse chiaro che il punk del solarpunk è la rivolta al sistema capitalista.

Potremmo dirlo anche più brevemente: il solarpunk è punk perché è anticapitalista.

Diciamolo con altre parole: il punk del solarpunk mette nell’utopia una carica anticapitalista che dovrebbe essere intrinseca, ma che in questo momento è eversiva. Ci diciamo punk perché ci ribelliamo alla narrazione TINA (there is no alternative) e intendiamo prefigurare nella narrativa proprio delle alternative, tante alternative possibili, che poi intendiamo costruire attivamente anche nel mondo.

Il punk è ribellione: ribellione al sistema capitalista neoliberista, che ora domina le menti più di quanto abbia mai fatto qualsiasi diritto divino dei re. Un sistema che, per citare Jason Moore,  vuole essere ecologia-mondo, e che ora noi rigettiamo.

E il punk è anche ribellione alla convinzione/narrazione che non ci siano futuri migliori, che siamo spacciatə, che “meritiamo l’estinzione”, che dopo di noi il diluvio.

Abbiamo avuto modo di ripetere questi concetti ogni volta che ce li hanno chiesti, e dove abbiamo notato che non erano ben messi a fuoco. Eppure, la confusione continua: permangono sul punk numerosi fraintendimenti. Perché?

II. Momento punk: polemikòs

Dopo alcuni scambi letti di recente, inizio a domandarmi se alcuni fraintendimenti non siano voluti, e se, nel venire a contatto con la novità del solarpunk, qualcunə non attui una mistificazione strumentale, e voglia restare ermeticamente chiusə al confronto vero.

Da parte mia, non pretendo che si sia d’accordo su tutto, e (come ho avuto modo di dire più volte) non mi interessa convincere nessuno. Non mi spaventa il confronto, anzi, mi piace, e sono consapevole del fatto che una qualsiasi istanza può non essere sempre comprensibile, e quindi va chiarita, argomentata, adeguata, aggiornata, anche grazie alle critiche.

Ma constato che di fronte al “punk” del solarpunk fioccano problematizzazioni a partire da interpretazioni impermeabili a ogni chiarimento e non rispondenti al vero.

È per questo che ho pensato a scrivere il post, in fondo: perché esso sia un vademecum rapido e pronto all’uso alle obiezioni più diffuse sul tema. Dopo la lettura, le obiezioni potranno anche permanere, o magari accentuarsi: ma dovranno essere conseguentemente argomentate, approfondite, rimodulate. Se ciò non dovesse rivelarsi possibile, esse andrebbero necessariamente a cadere da sole, giusto? E potremmo passare ad altro, vero?

Rapidamente, quindi, e prontamente:

  • Il solarpunk è punk ma i Sex Pistols e i punk “no future” degli anni Settanta c’entrano poco o niente.
  • Il solarpunk è punk ma la moda e la tendenza e il trend c’entrano poco o niente (per ora, adesso, e spero che sia così a lungo, altrimenti ci troveremo probabilmente a doverlo difendere dalla banalizzazione e disattivazione da parte del mainstream, braccio intrattenente del caro vecchio solito capitalismo estrattivo).
  • Il solarpunk è punk ma il dieselpunk e l’atompunk e lo steampunk sono cose diverse: sono correnti letterarie non necessariamente impegnate, mentre il solarpunk è costitutivamente un movimento di pensiero attivista e politico.
  • Il solarpunk è punk e sì, l’utopia e la rivolta possono benissimo stare insieme, e no, l’utopia non implica la creazione di mondi a forma di grandi confetti rosa. Il solarpunk include e anzi prevede il conflitto anche feroce. Valga per approfondire il percorso sul conflitto narrativo che stiamo articolando su queste pagine: Utopia e conflitto. Ma non è così indispensabile, dopotutto: chiunque abbia letto qualche racconto solarpunk dovrebbe già aver constatato l’inconsistenza dei dubbi in merito, ed essere in grado di passare oltre.

In fondo, temo che il punto sia questo: per farsi un’idea di un tema e discuterne in modo fruttuoso, bisogna volerlo fare davvero. Altrimenti non si parla di confronto, ma di qualche altra cosa, che per quanto mi riguarda non mi interessa nemmeno definire.

Lasciate ora che che chiarisca anche un altro fatto: noi di Solarpunk Italia stiamo mettendo un sacco di tempo ed energia e lavoro, in forma del tutto volontaria e senza nessun tipo di lucro, per fare un serie di cose. Informare, tradurre, pubblicare, divulgare, dare idee, creare interesse, connetterci ad altre realtà letterarie e attiviste, creare reti, stare bene insieme, avere cura delle storie che incontriamo se queste storie vogliono avere cura del mondo. Per far questo, dobbiamo necessariamente anche avere cura di noi stessə e del tempo che prestiamo a questo volontariato (che non è privo di valore per il solo fatto di essere gratuito). Questo proposito non può includere il prestarci ad accapigliamenti superficiali e privi di un minimo terreno comune dal quale impostare la dialettica, che sia anche contrapposta, ma che non può non essere leale, costruttiva, sensata.

III. Momento solarpunk: sintesi

L’invito è dunque sempre lo stesso. Per sapere cos’è il solarpunk, leggete il nostro manifesto: lo abbiamo scritto ex novo dopo uno studio attento dei manifesti solarpunk internazionali e della produzione narrativa solarpunk disponibile a gennaio 2021.

E poi, se qualcosa vi suona bene, andate oltre: leggete solarpunk! Leggete le storie, i racconti, i romanzi, anche solo qualche articolo ben fatto (qui nel sito ve ne segnaliamo tanti, alcuni li traduciamo apposta). Tracciate una vostra personale rotta, che vi dia contezza e strumenti per interpretare / per questionare / per scrivere il vostro solarpunk.

Se invece il solarpunk non vi piace, se lo trovate detestabile, se ritenete di voler aprire fronti di discussione, di critica, di polemica, di lotta contro… noi siamo qui e non ci sottrarremo al confronto, perché insieme possiamo conversare creando itinerari critici utili a entrambe le parti e a chi verrà.

Al contrario, eviteremo sempre di discutere con chi parla di solarpunk senza averne letta nemmeno una riga; e di considerare come interlocutore chi si pone con sarcasmo perché sente minacciate le sue abitudini di lettura o la sua incrollabile fede nel futuro proprio malissimo. Infine, dichiariamo una salutare e assoluta indifferenza verso chi mistifica in modo consapevole e strumentale i concetti sui quali lavoriamo giorno dopo giorno con attenzione, tempo, cura, energia e valore.

Siamo comunque sempre apertə a chi arriverà a informarsi anche in futuro, e magari vorrà tornare nella discussione con un po’ di contezza e lealtà in più. Utopia? Certo: cosa varrebbe se non la praticassimo anche in questo caso?
Mala tempora currunt, sed…  meliora paramus!

solarpunk.it

Leggi il percorso: Utopia e conflitto

Cos’è il solarpunk: leggi il manifesto

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