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Il nostro seme inquieto racconta un futuro prossimo governato da un potere autoritario, il Nuovo Progresso, ma con livelli di decisione fortemente decentralizzati, che gode del sostegno anche di alcuni dei protagonisti che lo considerano il male minore. È un’ideologia che pratica un’economia rurale di sussistenza, anche se sono diffusi oggetti tecnologici avanzati come telefoni e computer. Per limitare le possibilità di una catastrofe mondiale, uno dei dogmi più rigidi del Nuovo Progresso è la decrescita della popolazione, come modalità per incidere il minimo possibile sull’ambiente: di conseguenza, è permesso procreare solo prima dei vent’anni, e un secondo figlio viene fortemente disapprovato. In una famiglia molto unita ma già per definizione anomala (sono presenti due sorelle), un adolescente si ribella e decide di fuggire dal “paradiso” del Nuovo Progresso, distorto secondo lui in una nuova conformità conservatrice. «Un’ambigua utopia» sarebbe il titolo ideale per questo racconto misurato e geniale, che costruisce con grande economia espressiva (nei dialoghi, nelle descrizioni, nelle informazioni) un mondo che il lettore può scegliere se odiare o auspicare che si concretizzi nel nostro futuro — mentre non può evitare di amare i protagonisti e il loro dilemma.”

Il racconto di Giulia Abbate è stato pubblicato per la prima volta nel 2014 – ben dieci anni fa! – all’interno dell’antologia “Terra promessa”, a cura di Gian Filippo Pizzo, per Edizioni Tabula Fati.
È ambientato in un futuro prossimo, nella zona collinare della provincia di Viterbo, all’interno di una comunità rurale in cui il sistema promuove, con incalzante sollecitudine, la condividisione, il recupero – anche dei saperi -, la decrescita della popolazione e dei bisogni individuali.
La protagonista Sara, inserita all’interno di una rete familiare amorevole, scopre le intenzioni dell’unico figlio, Luca, e ciò genera il conflitto personale che riverbera su di un potenziale conflitto globale.

Questo è il momento di pensare in termini di specie, non più di individuo, e la nostra specie ora deve contrarsi e darsi una bella calmata.

Da più di tre anni, la teorizzazione e la pratica del solarpunk, inteso come voce letteraria di un movimento più ampio che coinvolge vari aspetti della società a cominciare dalla A di attivismo, sta portando noi solarsoc3 a inoltrarci in speculazioni tormentate e audaci, sempre dibattute, sviscerate, e a volte non condivise tra noi pur nella salvaguardia dei fondamentali dai quali non transigiamo cioè:
condivisione, comunità, accoglienza delle diversità, riduzione degli sprechi, decentralizzazione, decolonizzazione, interconnessione con l’olobioma, riparazione dei danni agli ecosistemi, tecnologia e innovazione asservite al ripristino della vitalità dei cicli biologici.

Con quest’opera l’autrice, in largo anticipo rispetto ai primi testi narrativi italiani dichiaratamente solarpunk pone le basi e crea un compendio accessibile per divulgare il genere al quale si sta dedicando sia come scrittrice, sia come cofondatrice del sito Solarpunk Italia, nel gennaio del 2021.

“Il nostro seme inquieto” permette, anche ai profani, di approcciare il solarpunk in modo efficace e accattivante, nella certezza di sfatare un equivoco marchiano: che nel solarpunk non ci sia conflitto.
In merito al conflitto vi rimando a un ottimo articolo scritto dalla stessa Abbate: Utopia e conflitto, spunti e strade possibili. Peraltro, se cercate la parola conflitto nel nostro sito, troverete tutto il materiale necessario a smascherare la maldicenza che classifica il solarpunk come genere letterario ingenuo, confortevole e confortante.
Il conflitto, nel racconto di Giulia, è dispiegato nei tre ambiti della migliore tecnica narrativa: conflitto interno, personale e sociale.
In merito a quest’ultimo, il sistema sociale narrato, Nuovo Progresso, cammina sul filo in equilibrio tra distopia e utopia e, come sempre, il personale punto di vista del lettore determinerà in che casella collocarlo.  
Durante la lettura, nel momento in cui si comparano Nuovo Progresso e  l’antagonista – nel capitolo 8 si legge il “manifesto” di Alternativa Umana, un ritorno agli antichi sfaceli? – si svela la potenza del punk: forse i due modelli sociali arriveranno a uno scontro.
Sarà pacifico? Sarà violento? Sarà qualcosa di inimmaginabile per noi persone del 2024? Non è dato saperlo, ma non è questa la funzione del racconto.

“Il nostro seme inquieto” ha la peculiarità, tipica del solarpunk, di piantare una semenza resistente, pioniera, adattabile.

La via verso l’utopia è lastricata di ideologia. Infatti il solarpunk non è utopico!
Il solarpunk è ribelle, sfrontato, costruttivo, immaginifico e colloca continuamente il dilemma, il conflitto, come basi per realizzare un mondo migliore sulle scorie del disastro precedente.
Per me il solarpunk è l’equilibrio più efficace per accontentare il maggior numero di persone viventi, umane e non-umane e, sotto questo aspetto, è estremamente dinamico poiché l’equilibrio si mantiene con continui aggiustamenti.
Accontentare è formato da contentare e da una a rafforzativa; contentare deriva dal latino continere cioè contenere, mantenere unito, rinchiudere, tenere a freno, reprimere.

Nel racconto trovo preponderante il senso di mantenere unito e tenere a freno – le sproporzionate esigenze umane -.
Suggerisco fortemente la lettura sebbene io sia di parte.
Sono legata a Giulia da amicizia, affetto, affinità caratteriali, da una visione “ruspante” del solarpunk.
Chiedo venia ma anche fiducia.
Sono certa che apprezzerete tutte le parole, le riflessioni, le visioni narrate dall’autrice, e ne costruirete di nuove.

Romina Braggion

Immagine in evidenza nella testata: “Stanza abbandonata” di Guan Zitai, Artstation

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