Pat Riley, 16/04/2020, da OneZero

Non c’è bisogno di essere strafatti nella stanza di un dormitorio per immaginare un futuro più luminoso

Non dovrebbe sorprendere che sia ossessionato dalla fantascienza. Considerando che sono un grafico e che lavoro in criptovaluta, è praticamente richiesto che io renda omaggio all’estetica al neon di Blade Runner 2049, che abbia una cotta segreta per Ava di Ex Machina, e che sia un geek per qualsiasi cosa Neal Stephenson tiri fuori.

Tuttavia, con una distopia un tempo teorica e adesso apparentemente alla nostra porta, dovremmo considerare, ora più che mai, la traiettoria della nostra civiltà. Improvvisamente megacorporazioni, regimi oppressivi e crisi globali incombenti non sembrano più così distanti.

Le nostre opere di fantascienza preferite stanno diventando una realtà che impatta sulla nostra vita quotidiana.

Ed eccoci qui, a lottare con le implicazioni della nostra nuova realtà fissando i nostri schermi, intrappolati nelle nostre case come i personaggi di Ready Player One.

I recenti eventi ci hanno messo un po’ a un bivio. Abbiamo davanti a noi l’opportunità di continuare su questa strada, o usare questa crisi come un campanello d’allarme per orientare il nostro futuro verso un mondo che sia più equo, sicuro e responsabilizzante per tutti. Siamo, proprio ora, gli eroi del nostro viaggio.

E anche se le notizie ci danno informazioni, è la nostra narrativa che ci ispira a immaginare il possibile.

La nostra visione del mondo e l’idea di ciò che è possibile sono in gran parte modellati dai media che consumiamo. Siamo quello che mangiamo, dopo tutto. E anche se le notizie potrebbero informarci, è la nostra narrativa che ci ispira a immaginare il possibile. La fantascienza ha sempre posto grandi domande, preparandoci contemporaneamente per ciò che ci aspetta dietro l’angolo.

Dove ci stiamo dirigendo?

Quali problemi potremmo creare per noi stessi?

E aspetta… Non ci avevano promesso delle macchine volanti?

Attraverso personaggi accattivanti, trame piene di suspense, e riflessioni filosofiche, usiamo la narrativa soprattutto per raccontare grandi storie e intrattenere. Ma c’è un altro scopo, che è quello di ispirare la prossima generazione su quanto la mente umana sia capace e di dare forma al nostro futuro per le generazioni a venire.

Quanti hanno voluto diventare ingegneri dopo aver visto Star Wars? Quanti progettisti di interfacce sono stati ispirati da Minority Report? L’iPad assomiglia molto al dispositivo tablet in 2001: Odissea nello spazio.

Il mondo ha bisogno di questa visione più che mai. E benché io ami le vibrazioni distopiche dell’estetica cyberpunk come chiunque altro, c’è un altro mondo che possiamo creare, che ispiri noi (e la prossima generazione) a realizzare un futuro più sostenibile, equo e libero per tutti?

“Godetevi il paesaggio” di Remy Hoff, Norvegia

Lascia entrare il Solarpunk

Recentemente mi sono imbattuto in un genere meno conosciuto di fantascienza chiamato “Solarpunk”. Come il Cyberpunk, è un genere di narrativa speculativa avvolto in una firma estetica  che dipinge una visione del futuro che potremmo creare. La definizione che segue, tratta da questa guida di riferimento, la riassume bene:

Solarpunk è un movimento nella narrativa speculativa, nell’arte, nella moda e nell’attivismo che cerca di rispondere e incarnare la domanda “come appare una civiltà sostenibile, e come possiamo arrivarci?” L’estetica del Solarpunk unisce funzionalità e bellezza, la buona progettazione con il verde e selvaggio, il luminoso e colorato con il terroso e solido. Il Solarpunk può essere utopistico, ottimista, o interessato alla lotta per un mondo migliore – mai distopico. Poiché il nostro mondo è pieno di calamità, abbiamo bisogno di soluzioni, non di avvertimenti. Soluzioni per vivere comodamente senza combustibili fossili, per gestire equamente la scarsità e condividere l’abbondanza, per essere più gentili l’uno verso l’altro e con il pianeta che condividiamo. Allo stesso tempo una visione del futuro, una provocazione riflessiva e uno stile di vita realizzabile.

Jay Springett, “Solarpunk: a reference guide”

A parte le chiare differenze estetiche, una differenza fondamentale tra Solarpunk e Cyberpunk è l’enfasi sulle soluzioni, non sugli avvertimenti. Sembra che il Solarpunk non sia interessato a esplorare potenziali percorsi che potrebbero andare storti. Piuttosto, presume che i problemi siano già qui e concentra la maggior parte della sua energia su soluzioni e un percorso di progresso. Gli avvertimenti del Cyberpunk sfruttano la paura di ciò che potrebbe accadere, e la usano come premessa per creare tensione nella trama. Il Solarpunk ci incoraggia ad accettare la realtà del presente e ad andare avanti concentrandoci sulle soluzioni ai problemi a portata di mano.

Ci sono anche alcune chiare differenze su come la società sia strutturata e rappresentata nei due generi.

CyberpunkSolarpunk
Dominio di grandi multinazionali sull’economiaStrutture economiche decentralizzate e simbiotiche
L’ambiente è di solito devastato, opprimenteVita in equilibrio con l’ambiente
La tecnologia avanzata ha creato squilibri nella ricchezzaLa tecnologia emancipa l’individuo
Si utilizzano droghe per fuggire dalla realtàSi usano droghe per espandere la coscienza e ottenere “realtà aumentata”
Fusione dell’umano con la macchinaL’umanità lavora fianco a fianco con le macchine
Piove sempreSplende il sole, con possibilità di precipitazioni

Una grande differenza è come l’umanità scelga di sfruttare la tecnologia. La usiamo per evolvere noi stessi oltre la nostra attuale forma biologica e catapultarci verso la fusione con le macchine o mostriamo moderazione riflessiva e usiamo la tecnologia per portarci più in equilibrio con la nostra biologia e il nostro ecosistema?

Questa è la domanda per i prossimi secoli, e ancora non credo che la risposta debba essere in bianco e nero. In molti modi, creare e utilizzare la tecnologia è la cosa più naturale che possiamo fare come specie. Le linee pulite di un iPhone sembrano contrastare le linee sinuose dei materiali naturali  di cui è fatto, ma alla fin fine, è tutto il sottoprodotto di una supernova che esplode. Come disse Carl Sagan, “Siamo fatti di polvere di stelle”.

Non dobbiamo considerare la tecnologia come un fenomeno alieno che ci separa dalla natura, ma piuttosto come un fenomeno emergente, l’inevitabile sottoprodotto di tutti i sistemi naturali.

Non è produttivo fingere che le cose si sistemeranno magicamente se emettiamo le giuste vibrazioni nell’universo.

Le idee del Solarpunk ci ricordano che c’è un progresso in cui possiamo avere la nostra fetta di torta e anche mangiarla. Possiamo abbracciare l’ascesa esponenziale della nostra comprensione e del nostro controllo sull’universo mentre usiamo quella conoscenza per assicurarci di non distruggere il nostro ambiente, la società e noi stessi nel processo.

Ora so cosa potreste pensare perché sono d’accordo con voi. È troppo bello per essere vero? Forse. È probabile che la realtà giochi in modo pacifico? Improbabile. Questo dovrebbe impedirci di provare? No.

Si chiama narrativa speculativa per un motivo. Non è produttivo fingere che le cose si sistemeranno magicamente se emettiamo le giuste vibrazioni nell’universo. Abbiamo bisogno di progressi calcolati, e della consapevolezza che dovranno sempre essere fatti compromessi e accordi.

L’obiettivo del Solarpunk non è quello di desiderare un futuro migliore, ma piuttosto di propagare una serie di valori, approcci e consapevolezza della nostra psicologia collettiva che ci permettano di continuare a portare avanti il progresso, senza sacrificare la nostra umanità e la connessione al mondo naturale per perseguirlo.

“Il treno per Botanica” di Remy Hoff, Norvegia

Visioni del futuro

Le nostre aspettative per il futuro sono guidate in gran parte dalle nostre previsioni di come sembrerà. Non c’è bisogno di essere strafatti nella stanza di un dormitorio per pensare, “Amico… il futuro assomiglia solo al futuro perché è ciò a cui diciamo che il futuro assomiglia”.

Eppure le nostre visioni non sono sempre corrette. Sopravvalutiamo costantemente ciò che può essere fatto in un anno e sottostimiamo ciò che può essere fatto in dieci anni. È chiaro nei disegni dell’era vittoriana che le nostre previsioni sul futuro sono spesso fuorviate dal nostro presente.

Quando diciamo che qualcosa sembra futuristico, siamo in gran parte paragonandolo ad altri manufatti del nostro presente, all’arte concettuale e all’ultimo blockbuster di quest’anno. E questo mette un sacco di pressione sui creativi che  plasmano i nostri mondi fittizi, perché sono la prima linea in una guerra di idee in competizione per definire ciò a cui il futuro del nostro mondo potrebbe e dovrebbe assomigliare.

La maggior parte delle nostre storie sul futuro sono soprattutto distopiche. Ed è vero che questo riflette le molte strutture repressive che attualmente dominano le nostre vite. Capisco quanto sia importante lo sfondo di un regime oppressivo nel creare un antagonista che si ami odiare, o come un esperimento finito male possa creare la redenzione di un eroe e un avvincente struttura narrativa, ma mi trovo ancora a desiderare un’opinione diversa su come potrebbe essere il nostro futuro. Siamo così sicuri che il nostro percorso conduca alla distopia da non poter nemmeno esplorare opzioni alternative, anche nella nostra immaginazione?

Non sto cercando di dire alla gente cosa dovrebbe o non dovrebbe creare. In realtà, credo che la nostra libertà di creare ciò che scegliamo sia una libertà per la quale si dovrebbe combattere ad ogni costo. Quello che chiedo, tuttavia, è: perché noi umani abbiamo la tendenza a esplorare solo le visioni più oscure del futuro nelle storie che raccontiamo a noi stessi? Per quanto sia divertente sognare un futuro tecno-distopico, scommetto che la maggior parte di noi probabilmente preferisce non vivere in un mondo oppresso, pericoloso e per qualche ragione sempre piovoso.

Credo che, potendo manifestare più visioni del futuro basate non su ciò di cui abbiamo paura, ma su ciò per cui nutriamo speranza, saremo sorpresi da ciò che realizzeremo e da chi potremo ispirare.

Traduzione di Silvia Treves
Immagine in evidenza nella testata: l’artista norvegese Remy Hoff, autrice delle illustrazioni di questo post.

Se cercate il nome di Pat Riley in rete, troverete una quantità di rimandi al ben più noto allenatore di basket; l’autore di questo post su One Zero, tra i più citati a proposito di Solarpunk, è invece un giornalista freelance che si occupa anche di una serie di progetti nel web.

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