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Perché “Walkaway” di Cory Doctorow è considerato un capostipite del romanzo solarpunk

di Franco Ricciardiello

Qualsiasi lista di consigli per letture solarpunk compilata in un paese anglofono riporta ai primi posti questo romanzo di Cory Doctorow pubblicato nel 2017; per la verità il numero di opere che rientrano nel genere solarpunk è ancora piuttosto limitato, e per giunta molte sono antologie di racconti: gli unici due nomi che ricorrono sono Kim Stanley Robinson e, appunto, Doctorow.

La traduzione in Italia di K.S. Robinson è abbastanza consolidata; sebbene non tutto sia arrivato, suoi romanzi recenti sono apparsi per l’editore Fanucci. Diverso il discorso per Doctorow — ma c’è da augurarsi che dopo la buona accoglienza di Radicalized (raccolta di quattro racconti lunghi) apparso a inizio 2021 per Mondadori, l’editore di Segrate o qualche altra primaria casa editrice si decida a pescare ancora nella vasta e interessante bibliografia dell’autore canadese.

Io nel frattempo mi sono letto Walkaway in lingua originale, ed è stata un’autentica esperienza. Chi pensa che il solarpunk sia un genere consolatorio si ricrederebbe se avesse tra le mani questo romanzo, che mi auguro venga tradotto prima possibile. Ma no, forse no: piuttosto che riconoscere le qualità drammatiche del solarpunk, il fan del distopico sosterrebbe che il futuro (fin troppo) prossimo che Doctorow racconta non appartiene al genere solarpunk, proprio perché la trama è costruita su un conflitto durissimo e forse definitivo tra due concezioni del mondo.

È più facile immaginare la fine

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.» Questa massima di Fredric Jameson, molto usata nei dintorni del solapunk, sembra il punto di partenza di Walkaway, nel senso che Doctorow s’impegna a immaginare il contrario, cioè la fine del capitalismo come inizio di un mondo nuovo — e non per ribaltare l’aforisma di Jameson, ma in apparenza nel solco di H. Bruce Franklin, dell’università di Rutgers-Newark, NY. Mi spiego. La frase originale attribuita a Jameson è la seguente:

“Someone once said that it is easier to imagine the end of the world than to imagine the end of capitalism. We can now revise that and witness the attempt to imagine capitalism by way of imagining the end of the world.”

Qualcuno un tempo ha detto che è più facile immaginare la fine del mondo che immaginare la fine del capitalismo. Possiamo ora rivedere questa affermazione come il tentativo d’immaginare il capitalismo immaginando la fine del mondo.

Fredric Jameson, Future City (su New Left Review, 2003);

Tuttavia, a essere onesti, la prima associazione tra fine del mondo e fine del capitalismo è di qualche anno precedente:

“Ballard loses sight of the underlying causation of the psychopathology of everyday life in decaying capitalism. He leaves behind his own best insights, in stories such as “The Overloaded Man,” “The Impossible Man,” “Build Up,” and “The Subliminal Man,” which show the individual human being as the victim of an inhuman social structure, and begins to stand the world on its head, making the psychology of the individual the cause rather than the product of the death-oriented political economy. […] What could Ballard create if he were able to envision the end of capitalism as not the end, but the beginning, of a human world?”

Ballard perde di vista la causa che scatena la psicopatologia della vita quotidiana nel capitalismo in decadenza. Abbandona le sue stesse migliori intuizioni, in storie come “The Overloaded Man”, “The Impossible Man”, “Build Up” e “The Subliminal Man”, che mostrano il singolo essere umano come vittima di una struttura sociale disumana, e comincia a ribaltare il mondo,  facendo della psicologia dell’individuo la causa piuttosto che il prodotto di un’economia politica orientata alla morte. Cosa potrebbe creare Ballard se fosse in grado di immaginare la fine del capitalismo non come la fine, bensì come l’inizio, di un mondo umano?

H. Bruce Franklin, What are we to make of J.G. Ballard’s Apocalypse?, in Voices of the Future, Essays on major science fiction writers, 1979

Tornando a Cory Doctorow, Walkaway è appunto una storia sulla miserabile fine del capitalismo e sull’inizio di “a better nation”, che preferisco tradurre come “un mondo migliore”.

Un mondo migliore

La storia si svolge interamente in Canada, nei dintorni di Toronto, città dove l’autore è nato. I tre protagonisti hanno diversa estrazione sociale: Hubert Etc. (deve questo singolare soprannome al fatto che possiede ben 19 nomi) e Seth sono due giovani prossimi ai trent’anni, senza mezzi e senza prospettive. Le loro famiglie si sono indebitate oltre i limiti del ragionevole per farli studiare: in questo futuro la polarizzazione tra ricchi e non abbienti è spinta all’estremo, la privatizzazione dei servizi e dei diritti spinge nella marginalità sociale tutti coloro che non possono permettersi di pagare istruzione e sanità. Seth e Etc. partecipano a un Communist Party, un rave clandestino in un edificio abbandonato (in inglese party significa sia “partito” che “festa”) con birra autoprodotta e pasticche stupefacenti sintetizzate sul momento. Qui fanno la conoscenza di Natalie Redwater, figlia ribelle di un ricchissimo privilegiato, uno di quelli che per i quali Doctorow ha inventato il neologismo “zotta”.

Chi sono gli zotta? «La definizione di zotta è ‘qualcuno che non vive nello stesso modo in vivono tutti’»[1] intendendo che gli/le zotta hanno a disposizione risorse (e di conseguenza potere) di molti ordini di grandezza superiori al resto dell’umanità.

Il Communist Party finisce in tragedia quando la polizia interviene con inusitata brutalità per porre termine alla festa clandestina. Delusi, amareggiati, i tre giovani decidono di evadere dal cul de sac della loro vita, e di farsi walkaway.

Cosa significa walkaway? Perché è difficile che si riesca a tradurre il titolo in italiano? Letteralmente, walkaway è il tapis roulant, oppure è un’espressione che indica una distanza percorsa a piedi, oppure ancora — e ci avviciniamo all’uso fatto da Doctorow — ha il significato di ‘addio’ o di ‘cosa fin troppo facile da fare’: it’s a walkaway. To walk away come verbo significa ‘andarsene via’, ma Doctorow lo trasforma in sostantivo. I walkaway sono coloro che hanno scelto di andarsene; da dove? dal default — sineddoche per default reality, la ‘realtà predefinita’, cioè gli zotta e tutti coloro che accettano il sistema capitalista, con ciò che comporta: lavoro, conti da pagare, denaro etc. I walkaway hanno cioè operato una scelta cosciente, andarsene dallo statu quo — in parole povere, il default è lo stadio finale, iperliberista del capitalismo.

Ma andarsene dove? Ecco, il Canada è pieno di luoghi disabitati, terre ancora selvagge oppure, ancora meglio, luoghi abbandonati: intere città sono deserte, lasciate a se stesse a causa della crisi economica. Premessa per la riuscita del movimento walkaway è il fatto che la tecnologia permette non solo di sopravvivere, ma di vivere anche bene fuori dalle regole e dal controllo. Per esempio, la stampa in 3D è enormemente diffusa e alla portata di tutti; non solo: è talmente avanzata che, oltre a tutto ciò che è necessario per una vita più che dignitosa, le stampanti possono produrre anche macchine da lavoro.

In questo modo i walkaway recuperano edifici di campagna abbandonati, oppure ne costruiscono altri ex novo, pezzo su pezzo, grazie a tecnologia hackerata, e vivono secondo le loro regole, debitrici dell’auto-organizzazione anarchica e del comunismo redistributivo:

Il Walkaway si basa sull’idea che chiunque dovrebbe essere in grado di contribuire con il suo lavoro e ottenere tutto ciò di cui ha bisogno per vivere bene, letto e un tetto e cibo, e degli extra per chi non può fare altrettanto.[2]


Il walkaway tuttavia non è un’economia di sussistenza: molti transfughi sono autentici cervelli in fuga, eredi del movimento hacker in grado di modificare e sfruttare pressoché qualsiasi software: e in questo mondo del futuro tutto è meccanizzato, automatizzato e governato dal software, una sorta di “internet of things” open source in cui i ribelli si muovono come pesci nell’acqua. L’economia walkaway è alimentata dal riutilizzo di enormi quantità di materiale di scarto del default sia per le stampanti 3D che come parti di ricambio.

“Il futuro è luminoso” di Jessica Woulfe, Vancouver (Canada)

Un’inversione dell’antiutopia

Questo assunto iniziale del romanzo, cioè che i più dotati decidano di uscire dal capitalismo, fa sì che Walkaway rappresenti un’inversione democratica di La rivolta di Atlante della scrittrice russa, ma naturalizzata statunitense, Ayn Rand[3]: opera monumentale in cui un piccolo gruppo di super-ricchi, stanchi delle regole imposte da una società democratica e collettivista, organizzano una rivolta liberista di stampo capitalista.

Non è facile per i tre neofiti (ben presto Natalie si cambia il nome in Iceweasel[4]) abituarsi alla mentalità walkaway; ad esempio, al fatto che oltre alla mancanza di proprietà privata, non esista neppure un’organizzazione gerarchica: ognuno contribuisce se vuole e come può, ad esempio, alla costruzione di un B&B walkaway, una sorta di cellula residenziale in cui vivono e lavorano parecchie decine di fuoriusciti. Questo è il primo posto in cui incappano i tre amici; a far funzionare le cose qui è la giovane Limpopo, che però non ha alcun ruolo riconosciuto, dunque l’ascendente che esercita è dovuto solo alle sue capacità.

Questo aspetto apparentemente casuale dell’organizzazione non convince tutti i walkaway; ad esempio un giovane di nome Jimmy cerca di imporre un’organizzazione meritocratica al B&B, convinto dell’inefficienza di fondo del metodo anarchico; il suo tentativo d’imporsi su Limpopo assume una colorazione squallidamente sessista:

L’idea che non ci fossero leader nella corsa per costruire una società senza leader lo offendeva in modi che non voleva tentare di capire. […] Il problema era la vagina di Limpopo. La rendeva incapace di comprendere il fuoco della competizione che era la vera forza motrice che faceva avanzare l’umanità. La competizione ha scolpito la gazzella come perfetto complemento del leopardo. […] Individuò l’origine di questa disfunzione nel sesso di Limpopo. Lei aveva una manciata di “troie alfa” che teneva in scacco il gruppo. La sua leadership simile a un culto di questa congrega si estendeva al controllo dei loro cicli mestruali, che indubbiamente si accordavano sui potenti segnali uterini provenienti dagli indicibili posti umidi di Limpopo.[5]


Limpopo semplicemente rifiuta la competizione, abbandona il B&B senza lottare e si trasferisce altrove insieme ai tre nuovi amici, per ricominciare il lavoro da capo. Secondo la stessa filosofia, quando gli zotta inviano forze mercenarie per distruggere il nuovo insediamento, invece di resistere i walkaway se ne vanno altrove.

Ma perché quel residuo di stato centralizzato e privatizzato che ancora esiste si prende la briga di preoccuparsi per i fuoriusciti? Perché lungi dall’essere un’economia marginale, che si accontenta degli scarti, il Walkaway attrae tutti quei talenti che non hanno spazio nel mondo degli zotta; e con tecnologie piratate e implementate in collettivo, sono i primi a sviluppare un’applicazione cruciale che minaccia di liberare per sempre il mondo dalla tirannia del capitale: i giovani scienziati sono infatti riusciti a strappare il segreto dell’immortalità, cioè il trasferimento totale della coscienza umana su un supporto digitale. Gli zotta naturalmente vogliono impadronirsene e tenerlo unicamente per sé, dal momento che l’annullamento della morte affrancherebbe il mondo dalla necessità del denaro:

Il problema sono i soldi. Il denaro funziona solo se non ce n’è abbastanza per tutti.[6]

Questo è solamente l’inizio di una trama complessa a con molti risvolti drammatici che, come fa notare Neal Stephenson, è una specie di “Bhagavad Gita della cultura hacker/maker/burner/open source/git/gnu/wiki/99%/professori associati/Anonymous/shareware/thingiverse/cypherpunk/LGTBQIA*/squatter/riciclo  e la comprime in un techno-thriller davvero teso che contiene un mucchio di sesso.”

Walkaway inizia quando il disastro economico-sociale c’è già stato, Doctorow evita così qualsiasi spettacolarizzazione distopica della fine del mondo. Racconta la nascita di un’utopia in dure condizioni e contro ogni probabilità: un parto difficile, in cui la solidarietà vince la filosofia dell’homo homini lupus che è alla base di quasi tutte le narrazioni sulla fine della civiltà.

Sembra che Doctorow si sia lasciato ispirare da un libro di Rebecca Solnit uscito nel 2010, A paradise built in hell. The extraordinary communities that arise in disaster (Penguin Group): l’autrice statunitense racconta che i disastri producono spesso straordinarie comunità temporanee, una sorta di paradisi tra le macerie, dove le persone, agendo da sole e senza alcuna autorità superiore, riescono a sostenersi a vicenda. Scrive Doctorow in proposito:

La vecchia storia sulla barbarie dell’umanità nei momenti estremi, in realtà non si allinea bene con la realtà. Quando parli davvero con persone che hanno vissuto una crisi, le storie che vengono loro in mente sono di persone che si dimostrano all’altezza dell’occasione in maniera spettacolare.[7]

Un’anti-antiutopia dunque, ma non solo: Walkaway è una grande fucina di idee futuribili, nella tradizione della fantascienza hard, coniugate con una grande attenzione ai personaggi. Invenzioni scientifiche e speculazione narrativa, ma anche rapporti interpersonali innovativi basati sulla condivisione.

Se i walkaway arrivano all’immortalità prima degli zotta, è grazie alla collaborazione, non all’intelligenza né alle risorse materiali.

Franco Ricciardiello

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo

Fredric Jameson

solarpunk.it

Note

[1] Cory Doctorow, Walkaway, edizione rilegata TOR Books, 2017, p. 170

[2] “Walkaway is based on the idea anyone should be able to pitch in with her work and provide everything she needs to live well, bed and roof and food, and extra for people who can’t do so much”. (ibid., p. 308).

[3] Pseudonimo di Alisa Zinov’evna Rozenbaum (1905-1982): da Wikipedia edizione italiana: «Sostenitrice dell’individualismo e dell’egoismo razionale, da lei inteso come la più naturale e importante delle virtù, in quanto consiste nel cercare il proprio bene senza arrecare danno agli altri. Tale visione etica è madre del liberalismo illimitato, unico sistema politico-economico che, sempre secondo lei, permetta all’uomo di raggiungere la felicità individuale grazie al proprio lavoro e alla propria abilità. Collaborò con la Commissione per le attività antiamericane  di Joseph McCarthy e scrisse un pamphlet che raccomandava di evitare la propaganda, anche sottesa sotto forma di collettivismo e anti-individualismo, nelle produzioni hollywoodiane.»

[4] Iceweasel è, letteralmente, l’ermellino o il visone dei ghiacci, un mustelide, ma nello slang urbano indica una persona dal cuore freddo, provocatrice, ma anche un’attrice porno affetta da HIV, e a New York indica una prostituta; quale di questi significati prediliga Natalie Redwood, è all’interpretazione del lettore.

[5] “The idea that there wouldn’t be leaders in the race to build a leaderless society offended him in ways he wouldn’t let himself understand. […] The problem was Limpopo’s vagina. It made her unable to understand the competitive fire that was the true motive force that kept humans going. Competition carved the gazelle as a perfect complement to the leopard. […] He located the origin of this dysfunction in Limpopo’s sex. She had a clutch of “alpha bitches” who kept the group in check. Her cult-like leadership of this coven extended to control over their menstrual cycles, which had undoubtedly converged on the powerful uterine signals from Limpopo’s unspeakable wet places. “(ibid., p. 83/85)

[6] “The problem is money. Money only works if the isn’t enough to go around.” (ibid., p 37)

[7] “That story of humanity’s barbarism in moments of extremis, it doesn’t actually line up well with reality. When you really talk to people who’ve lived through crises, the stories that spring to mind for them are stories of people rising to the occasion in spectacular ways.”

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