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Franco Ricciardiello

Se non immaginiamo qualcosa di meglio, spiegatemi come i nostri discendenti potranno considerarlo, pretenderlo e, si spera, realizzarlo de facto. Alla totalità imprecisa che chiamiamo sistema non importa di essere denunciata e smascherata. Non si smuove. Finché non ci saranno alternative allettanti in grado di generare il desiderio di un nuovo ordine sociale, dormirà profondamente, sapendo che gli avversari, al massimo, si limitano a resistere.

Francisco Martorell Campos, Contra la distopía

Ecotopia (1975) di Ernest Callenbach è l’ultimo grande romanzo utopico che abbia avuto un’influenza anche fuori dalla letteratura. Negli Stati Uniti è continuamente ristampato; in Italia è invece da tempo fuori catalogo, dopo una prima edizione Mazzotta del 1979, in tascabile, e una Castelvecchi del 2012 — cosa che non accade in altre lingue, per esempio il francese.

Malgrado l’autore stesso abbia dichiarato in un’intervista di non considerarla una vera e propria utopia, nel senso di descrizione di società perfetta, ha avuto un forte impatto sul movimento verde e sulle controculture degli anni Settanta: le stesse alle quali, d’altronde, l’autore stesso si è ispirato per costruire una società ideale. Con la particolarità, tutt’altro che trascurabile, di un minuzioso lavoro sulla proiezione futura di tecnologie e scoperte scientifiche già presenti nel suo tempo, studiate sulle pagine di riviste come Scientific American.

“Doccia solare” di Li Mengxuan, Hiroshima (Giappone)

La secessione del nordovest

Nel 1980 la parte nordoccidentale degli USA proclama la secessione: due stati, Washington e Oregon, più la California settentrionale, si dichiarano indipendenti. Vengono recisi tutti i rapporti con il resto dell’Unione: commerciali, turistici, persino quelli diplomatici. Per quasi vent’anni gli americani non sanno nulla di ciò che succede in Ecotopia, la stampa alimenta voci incontrollate di anarchia e regressione allo stato selvaggio.

Nel 1999 il giornalista William Weston viene inviato in Ecotopia dal Times Post, per scrivere un  reportage imparziale sull’imbarazzante vicino che si è chiuso totalmente all’America.

Il romanzo Ecotopia, sottotitolato “Appunti di viaggio e corrispondenze giornalistiche di William Weston”, ha la forma di un romanzo epistolare: riporta sia le pagine del diario privato di Weston che gli articoli via via trasmessi all’editore. La trama tiene insieme un reportage di viaggio con una storia d’amore, per comporre il quadro complessivo di una società vista sia dal lato pubblico che da quello privato.

Weston ha anche un secondo incarico semi-ufficiale: verificare la possibile apertura del governo ecotopiano per un ristabilimento delle relazioni, magari con la prospettiva di una riunificazione (che le autorità di Washington intendono come rientro della secessione nell’alveo degli Usa).

La corrispondenza di Weston copre un arco di tempo dal 3 maggio al 25 giugno 1999: due mesi scarsi durante i quali il giornalista si immerge nella vita locale, si documenta sul funzionamento di una società per lui quasi irriconoscibile, e ottiene infine di incontrare la presidente Vera Allwen, leader del partito sopravvivenzialista che guida la nazione a partire dalla secessione.

Già bendisposto in partenza verso la società ecotopiana, Weston abbandona completamente i pregiudizi e decide, anche grazie a una relazione sentimentale con l’ecotopiana Marissa Brightcloud, di rimanere a vivere in Ecotopia.

lascerò che siano i lettori a scoprire la trama, con l’auspicio che il romanzo venga presto ristampato in Italia. Al contrario di quello che fa dire Le Guin a Genly Ai nell’incipit di La mano sinistra del buio («Farò rapporto come se raccontassi una storia, perché mi è stato insegnato da bambino, sulla mia terra natia, che la Verità è una questione dell’immaginazione»), mi limiterò a considerare il libro come se fosse un reportage vero, e l’Ecotopia un paese realmente esistente.

Quello che segue è dunque un riassunto delle caratteristiche della società ecotopiana. I rimandi sono alle pagine dell’edizione Mazzotta.

“Giardino” di Li Mengxuan, Hiroshima (Giappone)

Ecotopia

Abitanti: 14 milioni circa nel 1999 (15 milioni nel 1980)
Superficie: 652.000 kmq circa (più o meno come Italia e Germania messe insieme)
densità di popolazione 21 ab/kmq (come il Perù o il Brasile)
Forma di governo: democrazia rappresentativa (parlamentare?)
Capo di governo: Vera Allwen, partito Sopravvivenzialista (p 117)
Governo: partito Sopravvivenzialista; opposizione: partito Progressista

L’azione del governo, condivisa dalla maggioranza della popolazione, è caratterizzata dalla filosofia dell’Ecologia in un solo paese[1] (p 117); elementi distintivi rispetto ai vicini Stati Uniti sono la sostenibilità ambientale con un impatto antropico quasi nullo sul territorio, la sanità gratuita e il salario minimo garantito per tutti i lavoratori. L’Ecotopia ha adottato il sistema metrico decimale.

Sostenibilità ambientale

Gli ecotopiani aspirano a “vivere in sintonia con la natura, a «camminare leggeri sulla terra», a trattare la terra come una madre” (p 43).

Il riciclo dei materiali è spinto all’estremo; materiale da costruzione preferito è il legno, grazie alla pratica spinta del rimboschimento, senza verniciatura, oppure materie plastiche biodegradabili che si decompongono al contatto con i microorganismi presenti nel suolo (p 106); da notare che Marissa Brightcloud considera con disprezzo chi vive in abitazioni di plastica modulare, molto diffuse.

Chiunque voglia costruirsi una casa di legno deve trascorrere un periodo nelle brigate di lavoro che scelgono gli alberi da abbattere, nei boschi (è visitando il campo di una di queste brigate che William Weston conosce Marissa).

La produzione di energia, dopo un periodo transitorio di dipendenza dalle centrali nucleari, è adesso totalmente affidata alle rinnovabili: solare, eolico, fotosintesi, geotermico e soprattutto sfruttamento delle maree. La fonte idroelettrica viene progressivamente abbandonata per mantenere integri gli habitat fluviali.

La concimazione nell’agricoltura è totalmente di origine naturale organica.

Urbanistica e trasporti

La popolazione delle grandi città preesistenti (San Francisco, Sacramento, Seattle, Portland) è in diminuzione a favori di mini-città satellite (p 41), costruire in modo che ogni abitazione sia al massimo a qualche centinaio di metri da una stazione ferroviaria (p 87). Molte strade urbane sono state trasformate in aree verdi, dal momento che la motorizzazione individuale è ridotta ai minimi termini.

Mezzo di trasporto individuale privilegiato è la bicicletta; per medie-lunghe distanze, il treno (la rete ferroviaria è stata enormemente potenziata dopo l’indipendenza); per motivi di lavoro e trasporti urbani, sono disponibili camion, furgoni e tram a trazione elettrica.

Economia e lavoro

Alla secessione ha fatto seguito una drastica diminuzione del PIL, affrontata dal governo con un caos finanziario pilotato (p 62), conclusosi con l’acquisto da parte dello stato delle industrie in crisi: una vera e propria rivoluzione non violenta (p 64) che ha portato al termine di un periodo di transizione alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori (sull’esempio di ciò che avveniva, negli anni Settanta, nell’industria jugoslava). Naturalmente, l’investimento statale nell’economica, per il tramite delle banche, è ingente.

Le imprese produttive sono condotte in autogestione, controllate dagli operai; l’orario lavorativo è ridotto a 20 ore settimanali, 4 ore giornaliere, con diminuzione dello stipendio (che però è stata compensata dalla diminuzione dei prezzi, che Weston giudica straordinariamente bassi rispetto a quelli americani).

La forbice dei salari è poco ampia, gli stipendi sono livellati ed esiste un minimo garantito anche a chi non lavora: è il risultato della rivoluzione in quella che Weston chiama etica protestante del lavoro (p 61/62).

La produzione industriale è fortemente standardizzata, nei negozi c’è poca varietà di scelta rispetto agli Stati Uniti (p 131/132). Le principali caratteristiche dei manufatti sono solidità, leggerezza e basso consumo energetico (p 58), e i prodotti sono costruiti per essere facilmente riparati dagli utenti (p 57/58).

L’imposizione fiscale limitata alle imprese (p 125), non c’è tassazione sui redditi individuali.

La moda nel vestiario è improntata alla praticità: abbigliamento sobrio, materiali riciclati, ampio ricorso a capi di seconda mano; Weston annota sorpreso che gli ecotopiani non fanno caso alla disarmonia dei colori (p 56).

L’amministrazione pubblica è fortemente decentralizzata (p 86). “Moltissime cose succedono senza autorizzazione governativa” (p 30). Le comunità nere degli ex ghetti di San Francisco e Oakland sono adesso praticamente autonome (p 135/6), organizzate in entità chiamate Soul City dove la vita è più simile a quella degli USA (per esempio, c’è ancora ricorso alla motorizzazione individuale). Weston ha a questo proposito una considerazione sconfortante: “Questa ammissione,  vale a dire che razze diverse non possono vivere insieme in armonia, è certamente uno dei più scoraggianti esiti di tutta l’esperienza ecotopiana.”

Scienze, sport, scuola

Callenbach non si dilunga sulla ricerca scientifica: si limita a specificare che è indipendente, e che è in vigore una rigorosa separazione tra ricerca e insegnamento.

La sua descrizione del sistema scolastico è confusa: parla di scuole all’aria aperta, di privatizzazione dell’insegnamento da parte dei docenti (una specie di autogestione, p 162); l’educazione è più pratica che nozionistica (p 178). Le università sono flagellate da agitazioni studentesche (p 177), ma ricordiamo che Callenbach scrive il suo romanzo nei primi anni Settanta.

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, in Ecotopia si praticano soprattutto sport agonistici individuali, niente gioco di squadra: sci, nuoto, vela, ginnastica, tennis (p 50); uno sport di gruppo è la pallavolo, molto diffusa, che viene giocata in strada nel tempo libero piuttosto che a livello agonistico.

Un capitolo a parte, e piuttosto discutibile, è la questione dei giochi di guerra, valvola di sfogo della violenza praticata dagli uomini; divisi in squadre di vicinato, o di comunità, si affrontano in scontri di gruppo con armi primitive, tipo lance di legno, e terminano al primo sangue. William Weston viene coinvolto in uno di questi, e ferito al ventre. Le donne, scrive Callenbach, partecipano solo come spettatrici, come tifose; questo perché in Ecotopia la competizione femminile è riservata alla politica (sono le donne a dominare il partito Sopravvivenzialista) e alle questioni di organizzazione.

Un’altra valvola di sfogo è la caccia, apprezzata secondo Callenbach per le sue “qualità spirituali”,  ampiamente praticata grazie alla proliferazione di animali selvatici; costituisce “una parte considerevole dell’alimentazione ecotopiana” (p 24). Viene praticata principalmente con arco e frecce. Per quanto riguarda l’alimentazione in generale, l’Ecotopia è partita in vantaggio perché all’indipendenza si è ritrovata con un notevole surplus alimentare; cessate le esportazioni verso gli USA, i prezzi sono scesi.

Nuove relazioni interpersonali

Per Weston, gli ecotopiani sono caratterizzati da una forte emotività (p 33): non controllano le proprie emozioni, e si lasciano andare a repentini scoppi d’ira, che altrettanto rapidamente svaniscono. Abitudine che stupisce Weston, gli ecotopiani si salutano con baci e abbracci, con contatto fisico prolungato, e si tengono frequentemente mano nella mano, anche tra individui dello stesso sesso, p.es. tra colleghi di lavoro (p 217).

La parità di genere è effettiva in qualsiasi aspetto della società: la parità dei salari è assoluta e effettiva, ovviamente l’aborto è legale[2], come pure il controllo delle nascite.

Il tipo di vita che si conduce ha decretato la fine della famiglia nucleare (p 89) e il ritorno a una famiglia più vasta, spesso allargata a una comunità che vive insieme. La sessualità è senza inibizioni, e benché la monogamia sia frequente, le relazioni extraconiugali non sono un tabù. Anzi, la promiscuità sessuale è “istituzionalizzata” in quattro momenti dell’anno, le vacanze dal lavoro in corrispondenza dei solstizi e degli equinozi, quando gli abitanti si lasciano andare a rapporti con partner occasionali (p 91). Il libro inizia dopo l’equinozio di primavera e termina poco dopo il solstizio d’estate, ma Callenbach non descrive uno di questi “periodi di vacanza”, forse perché nello stesso giorno Weston si trova insieme a Marissa e decide di non tornare negli Stati Uniti.

L’arte

La televisione ecotopiana appare a Weston piuttosto deprimente, dominata dalla diretta di riunioni politiche, decentrata sul territorio e attenta a problemi locali. La pubblicità non interrompe i programmi, ma è cadenzata tra l’uno e l’altro[3].

I giovani artisti spesso si limitano a campare sul salario minimo garantito. L’editoria anticipa il fenomeno conosciuto oggi come print-on-demand (p 151/152), un’audace intuizione di Callenbach.

La letteratura sconcerta Weston: “Letti alcuni romanzi ecotopiani. Trasudano uno strano senso di sicurezza, quasi come i romanzi inglesi del Diciannovesimo Secolo: probabilmente un sentimento derivato dalla nozione di equilibrio stabile, secondo la quale il mondo è un posto decente e soddisfacente che provvederà a noi malgrado le difficoltà.” Quando più distante possa esserci, dunque, dal senso di insicurezza procurato dalla letteratura distopica.

La musica è diffusa, suonata e prodotta dovunque; ha un forte ritmo di danza, che sia musica nera (jazz/blues/caraibica) o bianca (percussioni gamelan, jazz intricato e cerebrale). I musicisti di strada spesso suonano musica classica. (p 183) A proposito di arte, Weston riceve da un ecotopiano una risposta che è una chiara citazione di McLuhan: “Siamo come i balinesi, non abbiamo arte, semplicemente facciamo ogni cosa nel migliore dei modi possibili”.[4]

Franco Ricciardiello

Ernest Callenbach

ECOTOPIA. Il romanzo del vostro futuro

(Ecotopia. The Novel of your Future, 1975)

traduzione di Francesco Brunelli

Note

[1] Che non può non ricordare il “socialismo in un solo paese” che Stalin contrappose alla “rivoluzione permanente” di Trockij

[2] Negli USA era illegale, nel tempo in cui Callenbach scriveva.

[3] Anche in Italia nel 1975 era così, prima dell’avvento delle TV commerciali.

[4] La citazione è in riferimento questa frase: «”Noi facciamo ogni cosa nel modo migliore possibile”. Così risponderebbe un balinese alla domanda: come mai voi non usate il vocabolo arte? Tuttavia, al pari dei balinesi, l’uomo elettronico si trova quasi nella condizione di trattare l’intero ambiente come opera d’arte. La nuova possibilità richiede la piena comprensione della funzione artistica nella società. Non sarà più possibile, semplicemente, aggiungere arte all’ambiente.» M. McLuhan, H. Parker, Il punto di fuga, SugarCo, 1988, p. 22

solarpunk.it

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