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Romina Braggion

Chthulucene è l’ultimo libro di Donna Haraway, filosofa, biologa e docente universitaria statunitense. Pubblicato nel 2016 con il titolo Staying with the trouble. Making Kin in the Chthulucene, nel settembre 2019 è uscito per la Nero Editions, nella collana Not, la stessa di Visionarie tradotto da Claudia Durastanti e Clara Ciccioni.

Per cominciare indico la colonna sonora per quest’opera e credo Haraway potrebbe essere felice della scelta: People have the Power, performance corale a distanza rilasciata da Pathway to Paris, organizzazione non-profit che lavora per mettere in atto l’accordo di Parigi sul clima (ascoltatela e guardatela, è davvero suggestiva).

Il libro si divide in due parti, una parte saggistica e narrativa e una parte di note e bibliografia. Infatti, si compone di 283 pagine di cui 194 di saggistica, il resto sono note. Il valore del libro risiede oggettivamente in questa combinazione poiché le note introducono una quantità potenzialmente infinita di nuovi argomenti e di approfondimenti.

La prima parte è suddivisa a sua volta in cinque sezioni:

  1. Il gioco della matassa con le specie compagne
  2. Il pensiero tentacolare
  3. Simpoiesi. La simbiogenesi e l’arte di restare a contatto con il problema
  4. Generare parentele: Antropocene, Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene
  5. I bambini del compost

Ogni sezione aumenta, con il progredire dei capitoli, il livello di speculazione e fabulazione per giungere, ne “I bambini del compost” alla fabula speculativa che narra cinque generazioni di per-Camille, esseri simpoietici figli non tanto di sangue di due predecessori, quanto di DNA combinati, anche con animali non umani, a rischio di estinzione.

L’autrice è stata protagonista, insieme a Claudia Durastanti e Loredana Lipperini, di una diretta online nell’ambito del SalToExtra e in merito al libro sono stati scritti numerosi articoli che esaminano gli aspetti salienti del pensiero Harawayano legato a quest’opera.

Così ci si imbatte in riflessioni legate al clima e alla devastazione ambientale; all’esortazione a rimanere centrati nel presente, abbandonando un’idea fatalista legata a un apocalittico immaginario: “restare a contatto con il problema” per “imparare a vivere e morire bene su un pianeta danneggiato”; ai nodi e ai fili (ripiglino) che si possono e si devono creare per giungere a comprendere il presente: “niente è connesso a tutto, tutto è connesso a qualcosa” (p.52); all’idea dirompente ancorché complessa, rivelata nell’ultimo capitolo, di generare parentele e non figli, “Make kin, not babies” con l’implicazione di una riduzione della procreazione; all’ammonimento di toglierci la corona di esseri superiori per condividere il pianeta alla pari con tutte gli altri esseri non umani

Tutto il materiale scritto sino a ora non riesce comunque a esaurire la massa di concetti e visioni espressi da Haraway tanto che, per esempio, c’è chi ha pensato di organizzare un corso dedicato a Chthulucene.

Ciò che, forse, emerge meno sono due aspetti: la posizione di denuncia circostanziata della filosofa e la sua ricerca di un lessico nuovo, entrambi legati al concetto di Capitalocene.
Nei primi tre capitoli, principalmente, Haraway si occupa dei nativi americani, descrivendo situazioni di colonialismo e genocidio che poi approfondisce nelle note.
Sebbene il 12 ottobre sia celebrato come epopea cinquecentenaria di successo mondiale, a partire da Cortés con le sue spade e i suoi virus, la storia delle Americhe è in realtà pratica di usurpazione, devastazione e mistificazione volte all’olocausto dei popoli nativi.
Haraway nomina gli ultimi sciacalli, di una lunga serie, a partire dal 1863 anno in cui Kit Carson, mediante la Long Walk of All the People, rastrella i Navajo dalla Dinetah d’origine per farli marciare per centinaia di chilometri sino a giungere in New Mexico.
Dopodiché snocciola altre empietà e giunge alla contemporanea Peabody Energy, la più grande azienda privata al mondo di estrazione, vendita e distribuzione di carbone che, mascherata da uno spericolato greenwashing, ha esaurito il bacino idrico e intossicato il terreno della Black Mesa lasciando allo stremo Navajo, Hopi e Diné nelle loro riserve.

Per quanto riguarda la ricerca del lessico, si nota uno studio volto non alla cronaca e alla dimostrazione di circostanze odierne, quanto piuttosto alla proposta di idee per vivere nel miglior modo possibile in un mondo danneggiato, senza produrre ulteriori guasti che potrebbero distruggere completamente gli ultimi rifugi degli esseri non umani e umani.
La sua ricerca, non utopica o consolatoria, è certamente realistica dal momento che prende atto della situazione contingente e prova a distanziarsene con la progettazione di nuove etimologie e mescolanze linguistiche inedite, creatrici di nuove idee, creatrici di nuovi futuri.
Inoltre puntualizza più volte nel testo l’importanza di comprendere quali pensieri generano altri pensieri, quali concetti teorizzano altri concetti con l’obiettivo di contrastare un disfattismo apocalittico, questo sì consolatorio, asservito alle logiche miopi del capitalismo.

Il mio suggerimento è naturalmente di con-prendere il libro Chthuluce ma, prima di chiudere, lascio un estratto di pag. 17 che considero una delle tante visioni che condivido con l’autrice e ritengo possano considerarsi una delle pietre d’angolo del movimento Solarpunk.

C’è una sottile differenza tra riconoscere la portata e la serietà di questi problemi e soccombere a una futuribilità astratta, con la sua inclinazione alla disperazione suprema e le sue politiche di estrema indifferenza. 
Questo libro cerca di argomentare e praticare l’idea che, quando si respinge questo tipo di atteggiamento rispetto al futuro, si resta a contatto con il problema in maniera più seria e vitale. Restare a contatto con il problema richiede la capacità di generare parentele di natura imprevista. […]
Con-diveniamo insieme, gli uni con gli altri, oppure non diveniamo
.

Donna Haraway, Chthulucene
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