Connor Owens, da Solarpunk Anarchist
Traduzione di Giulia Abbate

La trasformazione sociale non avviene mai solo attraverso cambiamenti economici o giuridici. Tali cambiamenti sono sempre accompagnati da alterazioni nelle sfere trasformative più informali della cultura e dell’ideologia, che danno forma alle modalità pratiche secondo cui le persone pensano e agiscono. Questo gli anarchici lo hanno sempre riconosciuto. In effetti, se c’è una cosa per cui gli anarchici sono conosciuti tra il grande pubblico, è il loro avere un piede in sottoculture artistiche, musicali e filosofiche molto varie. La cosa ha radici lontane. Kropotkin e Goldman non erano solo squisitə teoricə della lotta di classe e dell’anarchizzazione, ma scrissero anche interi trattati, rispettivamente sulla letteratura russa e sul teatro moderno.

Eppure, ho notato una tragica tendenza negli ultimi tempi (cioè negli ultimi due decenni): quella dell’intendere l’attività anarchica sui fronti culturale e ideologico come distinta e separata e da quelle sul fronte politico ed economico. Nel peggiore dei casi, ho visto chi era coinvolto nella seconda sfera liquidare quelli coinvolti nella prima come “apolitici” o come semplici “lifestylist”, proponendo sé stessə come esempi di azione anarchica “reale” – il che, da quello che posso vedere, sembra consistere nello scrivere articoli per giornali che nessuno legge, e di tanto in tanto sventolare bandiere rosse e nere in occasione di scioperi e proteste. Se questa è l’attività politica “reale”, non è molto efficace per il raggiungimento degli obiettivi politici libertari.

A essere onesti, questi tipi LibCom[1] non hanno torto, quando affermano che gran parte dell’anarchismo culturale è pieno di persone che non si impegnano attivamente nella lotta sociale o nel cambiamento del sistema, e che piuttosto vedono l’anarchia come un mero mezzo di ribellione personale e autoespressione. Questo è sempre stato un problema. I bohémien, gli hippy, i punk e i techies ci hanno finora dato molte belle opere d’arte, ma non hanno affatto realizzato la dissoluzione dello stato né l’autogestione operaia dell’economia.

Ma, considerando che la profetizzata rivoluzione proletaria degli anarchici operaisti è in ritardo di un buon secolo e più, si potrebbe dire che i risultati dell’anarchismo culturale e della lotta di classe anarchica – se considerati come entità separate – sono pressoché identici. Entrambi hanno ottenuto molte piccole vittorie cumulative, come parti di un movimento più ampio (ad esempio nelle arti, nell’istruzione, nelle libertà civili e nelle campagne dei lavoratori), ma l’ideale a lungo termine dell’anarchia sociale rimane oltre l’orizzonte, e mai così lontano.

Una delle principali ragioni della relativa sfiducia che intercorre tra coloro che sono coinvolti nella lotta ideologica e culturale e coloro che sono coinvolti in quella politico-economica – e forse anche l’assenza di risultati più significativi, risultati che potremmo invece ottenere da una migliore cooperazione tra i due fronti – consiste, credo, nella mancanza di mezzi adeguati per concettualizzare come le due correnti si relazionano. Su questo problema, e nonostante la rinuncia di molte attività ideologiche e culturali nella a-politica, vorrei proporre l’idea che entrambe le forme di attività sono politiche, ma lo sono in modi diversi.

Uno è infrapolitico (“infra-” significa sotto), mentre l’altro è megapolitico (“mega” significa grande o anche globale).

Con infrapolitica mi riferisco alle forme di azione culturale e ideologica in cui le persone si impegnano, che senza essere formalmente politiche costituiscono tuttavia una base della realtà socio-politica della società, sia a livello interpersonale, che sistemico, poiché modellano il modo in cui concepiamo, con cui ci relazioniamo e con cui interagiamo con la realtà sociale. Attività come l’arte, la creazione di ambienti controculturali, l’iniezione di idee politiche in vari ambienti culturali, il fare filosofia e il creare forme alternative di educazione.

Per megapolitica intendo la maggior parte di ciò che è considerato “politico” in senso tradizionale: cercare di apportare un cambiamento nel funzionamento del sistema sociale nel suo insieme, in particolare nella sua governance e nella giurisprudenza nei confronti delle persone. Cose come municipalismo, sindacalismo e attivismo, nel senso più comune.

L’infrapolitica dovrebbe sempre interessare l’attivismo anarchico, perché è negli spazi infrapolitici che i semi del cambiamento pratico (megapolitico) vengono seminati nell’immaginario sociale. Possiamo coltivare, nella coscienza e nel comportamento popolare,i valori dell’autonomia individuale, della cooperazione volontaria e dell’organizzazione anti-gerarchica attraverso mezzi che non sono riconosciuti come “politici” in senso formale, ma che tuttavia hanno effetti dimostrabili sul modo in cui le persone agiscono in contesti di politica formale.

La cosa mi porta a ciò che vorrei evidenziare come uno dei potenziali spazi infrapolitici più promettenti che gli anarchici sociali dovrebbero saggiamente esplorare, e nei quali farebbero bene a diventare attivi: una sottocultura chiamata solarpunk.

È nato online all’inizio degli anni 2010, e ha acquistato slancio intorno alla metà del decennio: è una forma di futurismo ecologico che ha trovato espressione nella fantascienza, nelle arti dell’illustrazione e nell’artigianato, e ora, in misura crescente, nella politica utopica radicale. Potrebbero suonarti familiari alcune sottoculture con suffisso –punk più famose, come il cyberpunk e lo steampunk;  il solarpunk è, in un certo senso, una sintesi naturale delle lezioni apprese da entrambi.

Il cyberpunk immagina un futuro in cui le cose sono andate storte, e basa le proprie premesse sull’evoluzione di società e tecnologia attuali lungo un sentiero oscuro, pieno di inquinamento, dominio delle multinazionali e robot assassini. Lo steampunk immagina un passato andato bene, ha come premessa l’evoluzione della società e della tecnologia vittoriana per un percorso luminoso, pieno di avventura, antimperialismo e pirati del cielo. Infine, il solarpunk adotta lo stesso approccio di re-immaginazione dello steampunk, tentando di dimostrare una serie di  scenari “e se?” e di percorsi alternativi luminosi che la società e la tecnologia potrebbero prendere – al posto del disastro industrialista e imperialista che abbiamo avuto alla fine del 1800 – ma, come il cyberpunk, si concentra su un futuro teorico invece che sul passato.

Guardando alla nostra contemporaneità, ciò che sembra più plausibile, dato il probabile corso dello sviluppo sociale e tecnico, è qualcosa di più vicino alla deprimente oscurità di un futuro cyberpunk. Forse non così brutto come Blade Runner o un romanzo di William Gibson, ma comunque poco augurabile. Ma se le possibilità fossero più aperte e variabili di così? Se avessimo ancora la possibilità di scegliere qualcosa di più luminoso e potessimo indirizzare lo sviluppo sociale e tecnologico in quella direzione? Per il solarpunk, il percorso storico non intrapreso è quello che abbiamo a nostra disposizione in questo momento.

Il solarpunk immagina un futuro andato per il verso giusto, prendendo come premessa l’evoluzione sociale e tecnica lungo un percorso luminoso, pieno di tecnologia verde, culture non gerarchiche e splendida architettura art nouveau (questo ultimo aspetto è soggettivo, ma penso di poterlo considerare dentro). L’automazione del lavoro è diffusa, la stampa 3D e la micro-produzione sostituiscono l’alienante produzione di massa e la pratica del lavoro è artigianale, emulando il sogno di William Morris di lavoro trasformato in un piacere. È un mondo di eco-comunità decentralizzate e confederate, che utilizzano la tecnologia per fini umano-centrici ed eco-centrici, piuttosto che per accumulare potere e profitto – ricucendo la frattura metabolica tra natura primaria (il mondo naturale) e natura secondaria (la cultura umana) – e dove le gerarchie sociali di razza, genere, sessualità e disabilità sono considerate storie dell’orrore della passata “era del petrolio”.

Il solarpunk è futurista, ma di un futurismo radicato e pratico. Fonda le sue visioni di vite alternative su tecnologie, costumi e modi di essere che già esistono nel presente, ma vi estrae ciò che è liberatorio ed ecologico in questo momento e lo sposta dalla periferia dell’ordine mondiale verso il suo centro. È simile in modo notevole al metodo dell’anarchismo sociale: estrarre  il liberatorio da ciò che già esiste.

Al momento, il solarpunk è un contesto piuttosto piccolo. L’interesse si limita nella gran parte a a pochi gruppi Facebook, blog Tumblr e WordPress, cartelle Pinterest e a una manciata di tech hobbyists. Nelle arti e nella narrativa, ha al suo attivo una manciata di fumetti e raccolte di racconti, come l’antologia Sunvault dello scorso anno, la maggior parte dei quali esplora eco-utopie immaginarie.

Ciò che dovrebbe rendere il solarpunk interessante per gli anarchici è la considerazione di  quanto siano simili i valori del solarpunk e quelli dell’anarchismo sociale, in particolare quelli dell’anarchismo post-scarsità di Murray Bookchin: la decentralizzazione, la fusione dell’ecologico con il tecnologico, la fusione del funzionale con l’ornamentale, l’autonomia locale, il processo decisionale partecipativo e l’unità nella diversità. Quasi per caso, il solarpunk è arrivato ​​alla maggior parte delle stesse conclusioni degli anarchici, per mezzo dell’arte. Esteticamente, c’è una celebrazione dell’egualitarismo sulla base della libertà, cosa di cui l’anarchismo politico è naturale complemento.

Quindi, anche se al momento è una piccola realtà, sia gli anarchici che i solarpunk potrebbero avere molto da guadagnare dalla collaborazione e dall’immersione nei reciproci mondi. Per gli anarchici, il solarpunk potrebbe diventare un fertile terreno di gioco dove elaborare idee e pratiche libertarie attraverso i mezzi dell’estetica e della fiction. Per il solarpunk, le visioni di società libere ed ecologiche intraviste attraverso le eco-utopie e gli esperimenti di eco-tecnologia possono fungere da via d’accesso per le teorie kropotkiniane su come ricostruire la cultura, l’economia e la comunità politica su linee più libere ed ecologiche.

L’anarchismo sociale ovviamente non è estraneo al mondo delle arti e della (sub)cultura. Tuttavia per la maggior parte ciò è avvenuto attraverso singolə anarchicə, che hanno utilizzato un dato medium o opera per esplorare idee anarchiche a livello di liberazione personale. Ciò che è più raro è usare la cultura nel suo insieme, per accrescere la coscienza libertaria su scala di massa. Questo è ciò che dobbiamo cercare di fare di più in futuro, ed è ciò che il solarpunk potrebbe avere il potenziale di catalizzare.

Abbiamo bisogno di opere d’arte che instillino un modo consapevolmente anti-autoritario di guardare il mondo e un ethos libertario di autonomia, aiuto reciproco e interrelazione ecologica. Il solarpunk è uno dei migliori focolai culturali disponibili per creare opere d’arte di questo tipo. Il suo format unico di eco-speculazione offre allə artistə la libertà di immaginare modi indisciplinati e alternativi di ordinare il mondo, ma connettendosi alla dura realtà delle condizioni in cui ora ci troviamo, per tracciare una rotta: da ciò in cui siamo incastratə, a ciò che vogliamo creare. Per citare il teorico dell’estetica sociale anarchica Jesse Cohn, estrarre “l’ideale dall’interno del reale”, rendendo reale ciò che già esiste in potenza.

Non c’è modo di sapere per quanto tempo il solarpunk rimarrà popolare, o se mai decollerà diventando qualcosa di più di un piccolo gruppo online di eco-geek. Ma data la sua ovvia ricchezza in quanto spazio per l’infrapolitica anarchica, vale la pena di provare a fare sì che esista.

Traduzione di Giulia Abbate

Solarpunk Anarchist tenta di combinare la filosofia estetico-culturale solarpunk e la politica dell’anarchismo sociale, partendo dall’assunto che sono fatte l’una per l’altra. Il solarpunk è la prosecuzione sll’interno dell’anarchismo sociale di un paio di discipline, l’ecologia sociale e l’anarchismo post-scarsità (PSA), che vedono marginidi libertà attraverso l’utilizzo della tecnologia per fini liberatori – invece di profitto e dominazione del sistema capitalista – riproponendo tecniche per eliminare forme di lavoro noiose, sporche e pericolose, e decentralizzandole per consentire un maggiore controllo umano. Solarpunk Anarchist crede che la sensibilità dell’ecologia sociale e del PSA si adatti come un guanto al solarpunk.


Note

[1] Comunisti libertari


Cos’è il solarpunk: leggi il manifesto

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