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Riccardo Muzi

Vivere nell’illusione di qualcosa, se non vivere una vita fatta di illusioni. Di questa spiacevole situazione esistenziale, e non solo, parla “Planet of the humans” di Jeff Gibbs. Il documentario si fa interprete di una questione che incombe sulla nostra quotidianità, quando le speranze vengono affidate a chi sembra incarnarle per scoprire successivamente che si è trattato di un clamoroso abbaglio. Il disvelamento, poi, è spesso tragico. Di cosa parliamo? Della coscienza ambientalista statunitense e dei movimenti mainstream ad essa legati, dei politici e delle grandi aziende d’oltreoceano a cui ad un certo punto è spuntato il pollice verde; Gibbs cerca di far luce sulla loro corretta collocazione fra realtà, speranza e illusione.

L’argomento del doc non solo sembra interessante ma diventa particolarmente attrattivo appena si scorge il nome di Michael Moore nel comparto della produzione esecutiva. Per i pochi che non hanno avuto il piacere di imbattersi nei lavori del regista statunitense, stavolta nei panni del produttore, facciamo una piccola digressione: alcuni suoi mirabili documentari hanno raccontato al grande pubblico le profonde contraddizioni della società statunitense: problemi che nascono negli States ma che finiscono per ripercuotersi sul resto dell’Occidente e, infine, sul mondo tutto. Per questo, Moore rappresenta ormai un autorevole punto di riferimento per quel che concerne il cinema di denuncia non solo a stelle e strisce.

Ma torniamo sul “Pianeta degli umani”: Jeff Gibbs racconta di essere diventato un’attivista ambientalista già da bambino, quando, per motivi urbanistici, la vegetazione che attorniava la sua abitazione venne cancellata da ruspe che lui provò a sabotare. È passato un bel po’ di tempo da quell’episodio e adesso, con una carriera da attivista alle spalle e una sensibilità più adulta, Gibbs si pone una domanda: la cosiddetta “tecnologia green” ha davvero come obiettivo principale la salvaguardia del nostro ecosistema o solo del sistema? Il quesito, nel corso del doc, si fa più esplicito: “è possibile che le macchine prodotte dalla civiltà industriale ci salvino dalla civiltà industriale?”

Per rispondere ai suoi dilemmi Gibbs parte da lontano: da quando il tema della crisi climatica iniziò ad acquisire spazio nel dibattito pubblico. Alla fine degli anni Cinquanta il grande cineasta italiano naturalizzato statunitense, Frank Capra, realizzò una serie di documentari tv a carattere divulgativo. In uno di questi, “The unchained goddess”, uno scienziato risponde a delle domande sull’inquinamento e afferma: “A causa del rilascio, ogni anno, di più di sei miliardi di tonnellate di anidride carbonica attraverso le fabbriche e le automobili, la nostra atmosfera sembra diventare più calda…”. In quel periodo, inoltre, “Planet” ci ricorda che Rachel Carson dava forma e sostanza alla sua battaglia contro l’uso dei pesticidi e del DDT attraverso la pubblicazione, nel 1962, di “Primavera silenziosa”, il testo che ispirò i movimenti ambientalisti USA e occidentali.

Dopo aver rinvangato un passato custode di testimonianze inequivocabili, “il Pianeta degli umani” si attualizza e cerca di tastare il polso all’ecologismo degli States. Il responso è tutt’altro che positivo: pale eoliche sì, ma con relativo disboscamento delle aree in cui vengono installate, centrali a carbone bannate, ma sostituite da centrali a gas naturale, via libera agli impianti a biomasse che però bruciano anche gli alberi, fotovoltaico ok, ma con pannelli solari poco duraturi, auto elettrica wow, ma con una batteria che si ricarica mediante una rete alimentata dal carbone al 95%. E ancora: esponenti di spicco dei movimenti green con finanziatori imbarazzanti; politici e importanti imprenditori “stranamente” e strenuamente promulgatori della cosiddetta “energia verde”. Il tutto riassunto in un topico momento rappresentativo del problema nel problema: in un concerto celebrativo della Giornata della Terra a Washington, si afferma dal palco che l’evento è interamente gestito con l’energia solare. Si scopre, invece, che la musica dal vivo va a biodiesel, con un set di generatori piazzati nel dietro le quinte. Mentre non si fa mistero degli sponsor “…ringraziamo Toyota, Citibank e Caterpillar…”

Insomma, sono passati più di 60 anni dai primi segnali di allarme e, mentre la situazione precipita, il movimento ambientalista (quantomeno quello mainstream) sembra essersi consegnato al Capitale, che Gibbs non tratta come un’entità astratta, lo indentifica in modo preciso con nomi, cognomi, facce e brand.  

Se è la prima volta che incappate in “Planet of the humans”, e vi state chiedendo come sia stato possibile aver mancato questa verde bomba mediatica, i motivi principali ad occhio sono due: la pandemia (“Il pianeta degli umani” è del 2019) e l’abbondante tumulto delle polemiche che, invece di fare da cassa di risonanza, ha spinto perfino YouTube a sospenderne momentaneamente la pubblicazione. Contro Moore e Gibbs si sono scatenati in ordine sparso: rappresentanti della comunità scientifica, “mondo green” d’oltreoceano e vari personaggi di riferimento della sinistra americana come Naomi Klein e Michael Mann.

Il 3 giugno del 2020 Michael Moore scrive sul fu Twitter, ora X: “Chi è disposto a pubblicare il nostro film? è gratis. Milioni di persone vogliono vederlo! Ospitalo sul tuo sito! Infrangi il divieto su “Planet of the humans”. Sconfiggi la censura! Dì ai tuoi figli “una volta anche io ho pubblicato un film di Michael Moore!”

Le accuse nei confronti di quest’opera, alcune talmente pesanti da poterne richiedere ed ottenere l’oscuramento (solo per qualche settimana), vanno dalla probabile uscita di senno di Moore alla pochezza scientifica del docufilm, dall’obsolescenza dei filmati proposti alla visione troppo apocalittica, dalla presunta intenzione di voler infangare il lavoro fatto dai movimenti a livello globale a quella di voler strizzare più di un occhio al complottismo.

Al Gore, che nel documentario fa una figura… poco verde, lo ha definito “pericoloso, fuorviante e distruttivo”. Ma, almeno per chi scrive, le infuocate parole rappresentano un clamoroso attestato di credibilità per “Planet”, tenendo conto del pulpito da cui provengono.

Ma non è tutto. Facendo semplicemente una rapida ricerca sul web e digitando il titolo del film in uno dei motori di ricerca più noti, la prima voce che restituisce è il link ad un articolo dal titolo: “Planet of the humans: una pericolosa bufala”.

Più probabilmente il documentario cerca di suscitare delle riflessioni e di lanciare qualche alert: si interroga su come sia stato possibile aver creduto (Gibbs compreso) all’illusione che la tecnologia, soprattutto nella versione “energia verde”, potesse rappresentare l’unica soluzione alla crisi climatica; si fa monito per gli attivisti (lo sono anche Moore e Gibbs) segnalando che Wall Street, attraverso le sue innumerevoli propagazioni, sta cercando di fagocitare la sempre più diffusa sensibilità ecologista pompando ansia da allarmismo e facendo leva sul mantenimento del benessere e delle comodità. Il concetto di energia sostenibile e alternativa è decisamente più “vendibile” rispetto alla prospettiva di un forte ribasso dei consumi per la salvaguardia del futuro di tutti. Raccontando la commistione fra interessi economici e movimenti ambientalisti, il doc si rivolge a chi ha davvero a cuore il destino del Pianeta, e a quest’ultimi chiede un favore: cercate di non diventare gli utili idioti dell’attuale sistema economico.

Per avere un quadro completo sulle posizioni pro e contro “Planet”, e per soppesare la validità delle tematiche proposte al suo interno, il consiglio, come di consueto, è quello di leggere. Di seguito, proponiamo due articoli che hanno affrontato il caso, a nostro avviso, con spirito più indipendente.

Ambiente, le domande scomode di Michael Moore (Per accedere all’articolo completo occorre registrarsi, ma l’iscrizione è gratuita)

Planet of the humans su Il Fatto Quotidiano

Buona visione, buona lettura e buona disillusione.

Riccardo Muzi

P.S.

Mentre chiudiamo questo articolo viene rilasciato un video in cui Al Jaber, di cui faremo finta di non accorgerci del suo immane conflitto d’interessi, capo del settore petrolifero degli Emirati e allo stesso tempo presidente della COP 28, afferma che non c’è nessuna scienza che sostenga la necessità di uscire dai combustibili fossili e che rinunciare a gas, petrolio e carbone ci “riporterebbe alle caverne”. Giungono aggiornamenti anche dal versante statunitense: “L’ONU parla troppo di energie rinnovabili”, lo afferma Darren Woods il capo della Exxon Mobil, colosso petrolifero americano. Finalmente delle maschere iniziano a cadere.

Crediti:

Paese di produzione: Stati Uniti; anno: 2019; durata: 100 minuti; regia: Jeff Gibbs;

con: Jeff Gibbs, Nina Jablonnski (antropologa e paleobiologa, nota per le sue ricerche sull’evoluzione del colore della pelle negli esseri umani), Ozzie Zehner autore di “Green Illusions: The Dirty Secrets of Clean Energy and the Future of Environmentalism” e co-produttore del documentario, Richard Heinberg, giornalista specializzato in questioni energetiche, economiche ed ecologiche; è ricercatore senior presso il Post Carbon Institute.  

Il documentario è disponibile attualmente su Youtube.

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