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NICOLETTA VALLORANI, NOI SIAMO CAMPO DI BATTAGLIA, ZONA 42, 2022 PP. 320  € 15,90 STAMPA

Questa è la storia di una speranza germogliata in un territorio inospitale, dove il tempo si incaglia nelle rovine della città che nel caldo si fa deserto.

È la storia di fantasmi che nessuno vuole vedere e che tuttavia resistono curando un giardino impossibile. Insieme lo coltivano e lo guardano crescere rigoglioso, nonostante tutto.

Lukas, Amina, Luce, Attilio, Nina e Han si muovono per le strade di Milano. Con loro Biz, che parla nei pensieri degli altri. Loro sono campo di battaglia. Non si arrenderanno.

E non si arrenderà Carla, la prof, che ha perso tutto ma non le storie. Perché per costruire un mondo diverso bisogna prima essere capaci di immaginarlo. Oltre il giardino e dentro le brecce.

Noi siamo campo di battaglia racconta uno scontro necessario e una resistenza possibile, in una Milano trasfigurata ma sempre riconoscibile.


Creatura è una bella parola: è al femminile ma non dice un sesso. Io sono una creatura

“Noi siamo campo di battaglia” è un romanzo, scritto da Nicoletta Vallorani e pubblicato nel maggio del 2022 da Zona 42.
Ritengo sia impossibile inquadrare l’opera in un genere. Per chi gradisce, la si potrebbe fare rientrare nell’insieme poroso del fantastico se il termine significa ibridazione tra varie correnti letterarie. Comunque, Vallorani ha sempre dichiarato la sua adesione alla fantascienza quindi si potrebbe specificare: genere fantastico con connotazione fantascientifica.

Scrivere fantascienza significa scandagliare il presente per immaginare gli infiniti futuri possibili.
Infatti, secondo il suggerimento di Le Guin in merito alla fantascienza che racconta il presente, l’autrice ha intramato1 molti aspetti della società odierna con un futuro che può apparire sia positivo, sia negativo a seconda del punto di vista di chi leggerà il testo.
Le suggestioni proposte in “Noi”, toccano il linguaggio, sfiorano genere/classe/razzismo/ageismo/abilismo, seminano cura per il pianeta, mostrano la violenza istituzionale e la violenza sistemica, riflettono su simpoiesi2 e post-umano3 e sconfinano in molto altro, in un equilibrio logico e accessibile sebbene stratificato.

I temi che mi rendono cara la storia contenuta in “Noi siamo campo di battaglia” si evincono da ogni vocabolo del titolo. Altri argomenti restano a disposizione per creare numerosi momenti di analisi.

p. 133 – Noi siamo giardino – p. 147 – Ma siamo comunque noi, plurali

Il concetto e la pratica di comunità sono i capisaldi del romanzo.
I giovani protagonisti, per me commoventi e a cui sono affezionata in modo viscerale, vengono narrati con un meccanismo efficace e inconsueto.
Lukas, Amina, Luce, Attilio, Nina, Han, Biz, la Prof fanno parte della comune Vivaio.
A ognuno di loro Vallorani dona un capitolo iniziale di presentazione e sono gli unici a ricevere la premura.
Inoltre, secondo una pratica consolidata in altri romanzi, sono gli unici a parlare in prima persona in una sorta di autoaffermazione e affermazione di essere al mondo.
Si nominano in quanto invisibili,

p.15 – Perché il punto è che non interessavamo. Essere irrilevanti è una forma di libertà4

si nominano per lasciare traccia e testimonianza della loro esistenza, si nominano in quanto individui ma si considerano plurali.
Proprio la caratteristica di essere parte di un unico insieme li rende una sola essenza.
Infatti, l’arco di trasformazione non è individuale bensì collettivo tranne che per una persona, da ritenere l’innesco della storia destinato però a spegnersi una volta terminato il compito.
Infine, assegnare la voce ai giovani e alla Prof può essere visto come una compensazione, dell’autrice, per la prigionia sociale sofferta dai protagonisti nel dipanarsi della storia, in un parallelismo tra il mondo raccontato e il mondo odierno.

Se è vero, come dice Haraway, che niente è connesso a tutto, tutto è connesso a qualcosa – così come Chthulucene è ampiamente connesso al ciclo della Xenogenesi di Octavia Butler -, la storia di Vallorani pesca numerose semenze nella sporta della narratrice5 e fa germogliare la memoria delle compagne di cammino che l’hanno preceduta.
Il risultato è un’opera liberata dal canone, liberata dagli stereotipi, fantascientifica e visionaria nell’approccio narrativo e nei temi e, non da ultimo, stimolante per i lettori che desiderano una narrazione obliqua, imprevedibile, inclassificabile e strana. In una parola, oltrecanone.

Dunque, tutto bene. Non proprio.
“Noi” si ama o si odia, immagino, senza vie di mezzo. Io l’ho amato.
Vallorani predica e pratica 316 pagine, 380.000 battute spazi compresi, di impegno civile.
Individua e mostra l’antagonista, individua e mostra l’oppresso, individua e mostra il meccanismo di oppressione. Senza tentennare o tergiversare.
Perciò, ecco i cavalieri dell’Apocalisse solcare il romanzo: l’orco, in una versione amplificata e onnicomprensiva del Barbablu spesso citato dall’autrice; milizie sbandate; ragionieri del male; indifferenti e fiancheggiatori; scostamenti istituzionali, impercepibili e progressivi, verso la tirannide; emergenza e paura usate come clava per abbattere i diritti civili ed erigere il governo di polizia; la scienza, intesa come pensiero unico e verticale, incarnata  in un nuovo dio padre, megalomane e distruttivo.
Vallorani assume su di sé la responsabilità di ogni battuta, vuoti compresi, si schiera.
Fa il suo mestiere e lo fa molto bene, “Noi siamo campo di battaglia” è la sua “manifesta”.

Infine è necessario evidenziare pietre preziose disseminate tra le parole.

Il simbolo è un elemento della comunicazione che esprime contenuti di significato ideale dei quali esso diventa il significante. La parola simbolo viene dal latino symbolum che a sua volta si origina dal greco antico symbolon, segno, che a sua volta deriva dal tema del verbo, symballo, dalle radici insieme e gettare, avente il significato approssimativo di: mettere insieme due parti distinte6

Durante le manifesta i giovani attivisti si riconoscono da un gesto emblematico: alzano le braccia verso l’alto, con i palmi rivolti verso il cielo.
L’autrice fa dire a uno di loro che significa portare il mondo sulle proprie mani, prendersene cura.

«Nicoletta, aiutami, chi era la creatura che ha spiegato il gesto?»

Aggiungo il mio significato al simbolo. I giovani sono una connessione. Partoriti dalla terra e radicati dentro di lei, con i palmi uniscono e reggono un universo di molteplici altri – Noi plurali -.
Com-prendono e intramano.

Al termine della recensione mi accorgo di avere riletto “Noi”, in ordine sparso. Snodo nodi e riannodo nodi e tutto torna a formare un nuovo romanzo all’uncinetto, significante e pregnante quanto l’originale, arricchito di ulteriori significati.

Suggerisco la lettura.

Romina Braggion


Note

  1. Convegno: Neo materialismo e fantascienza delle donne: intramazioni.
    Clotilde Barbarulli ha aperto il convegno sottolineando l’importanza di “intramare, una parola usata anche dalla poeta Ilanda Insana: allude a una intra-azione che crea un collegamento tra di noi e con il mondo”.
    www.letteratemagazine.it post di Pamela Marelli, 21/11/21
  2. p. 55 – Donna Haraway – Chthulucene, sopravvivere su un pianeta infetto
  3. Ivi p. 151
  4. La frase costituisce una domanda dell’intervista, a Nicoletta Vallorani, che verrà pubblicata su Solarpunk Italia in gennaio
  5. Ursula K. Le Guin – The carrier bag theory of fiction
  6. Wikipedia

Nicoletta Vallorani, foto Facebook

NICOLETTA VALLORANI

Lettrice onnivora e docente di Letteratura inglese e angloamericana all’Università degli Studi di Milano, Nicoletta Vallorani ha esordito con Il cuore finto di DR (Premio Urania nel 1993, tradotto in Francia da Rivages), per poi continuare a scrivere seguendo la doppia pista del noir e della fantascienza.

A La fidanzata di Zorro, il primo di quattro romanzi “nomadi” (come tematiche e come editori: Marcos y Marcos, Einaudi, VerdeNero), è stato assegnato il Premio Zanclea nel 1996, e la serie è stata pubblicata in Francia da Gallimard. Le madri cattive (Salani – Petrolio, 2011), un romanzo scomodo e difficile sull’infanticidio, si è aggiudicato il Premio Maria Teresa Di Lascia nel 2012.

Dopo Avrai i miei occhi (selezione Campiello 2020, Premio Italia) ed Eva, Nicoletta Vallorani pubblica con Zona 42 Noi siamo campo di battaglia, il suo terzo romanzo ambientato nella Milano di domani, città dove l’autrice vive con molte contraddizioni.

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