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Claire Vaye Watkins, “Deserto americano” (Gold fame citrus, 2015), trad. Masssimo Ortelio, Neri Pozza 2015

Una terribile siccità si è abbattuta sulla California meridionale, trasformata in un unico grande deserto spopolato. Le grandi città sono state abbandonate dalla popolazione, costretta a migrare in altri Stati. Protagonisti sono due giovani. Lei, Luz Dunn, è una ex modella venticinquenne, sfruttata dall’industria della moda e dai media con il nome di Baby Dunn e poi messa da parte.

Lui, Ray, dice di essere un reduce di una delle molte guerre dell’esercito Usa, in realtà è un disertore. I due si sono messi insieme e vivono nella casa un tempo appartenuta a un’attrice, anche lei fuggita a est abbandonando le terre desertificate. La casa sorge in un canyon rovente, una costruzione moderna ma infestata da scorpioni e altri animali che si riprendono gli spazi lasciati vuoti dall’umanità.

Los Angeles è una città morta, abbandonata a se stessa, popolata da un’umanità senza regole che vive alla giornata. I due partecipano a un raduno di sballati che inscenano una danza della pioggia nella riarsa Venice Beach; qui vedono una bambina di due anni abbandonata a se stessa, trascurata e forse maltrattata dalla gente con cui vive. Impietositi, Ray e Luz la prendono e la portano con sé, crescendola come figlia propria.

Poiché temono che possano venire a riprendersela, decidono di trasferirsi verso est, in Wisconsin, dove Ray  è convinto di riuscire a ricominciare in una terra fertile e verde.

Ciò significa però attraversare l’enorme zona di sabbia che sta progressivamente mangiando la California, alimentata dai venti e dalla siccità che la spingono verso est, verso il cuore del continente: impresa improba con l’automezzo che sono riusciti fortunosamente a recuperare.

L’impresa fallisce, i due finiranno in una comunità mobile di sopravvissuti alla desertificazione, costretti a spostarsi in continuazione a causa della duna che si espande, seppellendo ogni cosa.

Incomincia per loro un’esperienza che li mette a dura prova, soprattutto a causa dell’ambigua personalità di Levi Zabriskie, leader indiscusso di questa comunità e suo guru, mistico e carnale, determinato e manipolatore.

Dopo una prima parte realistica, e letteraria in modo tradizionale, la struttura di questo romanzo, che è stato classificato come “climate fiction”, si complica, si riempie di inserti apocrifi come liste di oggetti, moduli del servizio immigrazione, dialoghi tra i personaggi riportati come sceneggiature teatrali, un’enciclopedia che ricapitola la flora e la fauna mutanti della duna di Amargosa, e altro ancora. Come un fiume che si disperde nel deserto invece di sfociare in mare, l’energia accumulata dai protagonisti e le loro buone intenzioni evaporano in quella bolla sospesa nel tempo che è la comunità di Levi, un non-luogo di sabbia, contorte relazioni sessuali e radici con proprietà allucinogene.

Questo romanzo originale, che sembra offrire una speranza sul futuro, racconta lo stravolgimento della psicologia umana per effetto del cambiamento climatico, della desertificazione dello “spazio interiore” che già J. G. Ballard aveva preconizzato negli anni Sessanta.

Franco Ricciardiello

Nata a Bishop, California, nel 1984, Claire Vaye Watkins è cresciuta tra il deserto del Mojave, dov’è ambientato questo romanzo, e il Nevada. La sua raccolta di racconti d’esordio, Battleborn, ha vinto nel 2012 divresi premi e una borsa di studio della Guggenheim Fellowship. Le sue storie sono apparse su «Granta», «One Story», «The Paris Review». Attualmente è assistant professor alla University of Michigan. Assieme al marito, lo scrittore Derek Palacio, coordina la Mojave School, un workshop di scrittura creativa per ragazzi.

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