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recensione di Riccardo Muzi
Trama:

Dodici astronavi extraterrestri compaiono improvvisamente in diversi punti della Terra. L’umanità si trasforma in un punto interrogativo: cosa vorranno? totale mistero. L’esercito statunitense recluta una equipe di esperti per tentare di trovare delle risposte. Louise Banks, linguista affermata, fa parte della task force che dovrà interpretare le intenzioni dei nuovi arrivati.    

Commento:

Prendi un alieno, predi un umano. Mettili uno di fronte all’altro. Cosa fanno? Cercheranno di interagire. Finora la modalità d’interazione presa in considerazione, cinematograficamente parlando, è stata per lo più appiattita sulla polarizzazione alieno buono = aiuto, alieno cattivo = guerra. Esseri salvifici o portatori di distruzione, saltando a piè pari tutta un serie di considerazioni sulla complessità dell’evento e soprattutto non considerando la possibilità di comprensione fra terrestri e extra. Invece le astronavi di “Arrival”, oltre che sulla terra, atterrano proprio su questo punto: la comunicazione fra abitanti del cosmo. E se due civiltà lontanissime si mettono in contatto per comunicare davvero, si dissolve anche quel confine che divide mentalmente noi dall’esterno, dallo spazio. Anche perché, noi siamo lo spazio. Forse agli abitanti della Terra non è chiaro questo concetto e, per questo, arrivano le spiegazioni degli “eptapodi” di Villeneuve.

Certo, perché loro riescano a spiegarci qualcosa dovremmo, quanto meno, capire il loro linguaggio. E allora tutti a scuola. Beh, tutti no. Ne basta una. Louise Banks, nota linguista. Chi meglio di lei? Ma decodificare una lingua non vuol dire solo assegnare uno o più significati agli elementi che la compongono, significa entrare in un mondo inesplorato, in un universo completamente nuovo, in un modo diverso di percepire la realtà. Dicevamo delle spiegazioni degli alieni: anche qui non c’è una cattedra con alunni da indottrinare; benché siano molto più evoluti degli esseri umani, gli eptapodi si mettono sul fronte della condivisione della conoscenza. La Conoscenza, quella con la c maiuscola. Quella che va ben al di là del progresso tecnologico.

Progredire non significa riuscire ad assemblare un cannone laser più potente. Comunicare e condividere potrebbero essere degli atti d’amore che gli alieni di Arrival, magari non proprio in modo disinteressato, compiono nei nostri confronti. Ovviamente non possono essere compresi sin da subito sia per il limite del linguaggio sia per la nostra immancabile protervia a non accettare l’altro. Eppure “l’altro”, anche se proviene da luoghi lontani anni luce, può mostrarci la nostra salvezza e fornire finalmente un significato profondo alla vita. Progredire significa capire. Significa anche collocare diversamente lo spazio e il tempo e riuscire anche a sopportare il più profondo dei dolori avendo una prospettiva diversa della propria esistenza.

Arrival è un film spettacolare per immagini e contenuti. Raramente si ha la fortuna di assistere ad opere così perfettamente bilanciate: un’estetica sbalorditiva coadiuva in modo mirabile un registro narrativo dai molteplici risvolti esistenziali. L’astronave extraterrestre nel Montana sembra molto più omogena al paesaggio rispetto ai mezzi militari terrestri che la circondano. Sembra quasi esserci stata da sempre. E allora, chi è l’ospite indesiderato sulla Terra?

Arrival è, infine, un film circolare, deve essere assorbito nel suo complesso, sembra avere un inizio e una fine, ma è solo un’impressione dovuta all’abitudine di attribuire alle cose una durata. Una volta scevri da queste categorie, potremmo bearci completamente della grandezza di questa pellicola.

Crediti:

Titolo originale: Arrival; Paese di produzione: USA; anno: 2016; durata: 116 min; regia: Denis Villeneuve; soggetto: Ted Chiang; sceneggiatura: Eric Heisserer; fotografia: Bradford Young; Musiche: Jóhann Jóhannsson. CAST: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma.

Riccardo Muzi
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