Nello scorso mese di settembre la redazione di Solarpunk Italia è stata contattata da Serena Marchio, studentessa della laurea magistrale in lingue presso l’università digitale Guglielmo Marconi. In preparazione della tesi di laurea con il relatore prof. Domenico Morreale, docente di sociologia dei processi culturali, abbiamo risposto a alcune domande sul fandom di fantascienza, sulla sua diffusione e su come venga studiato in chiave identitaria e partecipativa.

Hanno risposto alle domande Giulia Abbate e Franco Ricciardiello
Illustrazione di Igor Savin

Parte 2 – Franco Ricciardiello

[Serena Marchio]: Il mio lavoro di tesi verte sul fandom e su come questo fenomeno, all’interno di un contesto convergente, possa essere in grado di aiutare la costruzione identitaria, sia del soggetto che della comunità stessa.

  1. Partiamo da una domanda semplice e forse banale, cos’è per lei il solarpunk? Come si è avvicinato a questo genere?

Il solarpunk è per me la via del riscatto della fantascienza dalla parabola discendente del genere distopico, in direzione di un recupero dell’utopia. È una letteratura impegnata a indicare strade per un futuro luminoso. È la pratica di una teoria di movimento che non nasce nella scrittura, ma che della scrittura ha bisogno.

  • Secondo lei è possibile da attivista, o comunque persona che si interessa all’ambiente, ai cambiamenti climatici, a determinati movimenti socio-politici, diventare fan solarpunk? Ha mai avuto testimonianze di questo switch?

Da quanto ho visto, la grande maggioranza di coloro che si avvicinano al genere letterario solarpunk parte già da un preesistente interesse verso la sostenibilità, l’ecologia, l’allargamento della democrazia di base, i diritti civili; per molti, questo è un primo passo verso un impegno ulteriore. Il solarpunk comincerà veramente a cambiare le cose quando riuscirà a attrarre il lettore che per ora è indifferente, o scettico sul futuro indesiderabile che ci attende entro pochi anni.

  • In che modo il solarpunk è (o potrebbe essere) convergente e partecipativo? Magari potrebbe essere un “elemento” transmediale, questo è mai stato considerato?

Per sua natura, il solarpunk è interdisciplinare: infatti per prassi è definito come un movimento e un’estetica, cioè sia azione che arte. Attrae una vasta casistica di interessi in campi diversi, che convergono verso un obiettivo condiviso: architettura, arti figurative, letteratura, design industriale, arredo urbano, persino musica e speriamo presto anche cinema. Chi partecipa a movimenti d’impegno e d’opinione come Fridays for Future o Extinction Rebellion potrebbe trovare nel solarpunk un entusiasmante ambito di interesse. Occorre lavorare perché la produzione narrativa sia di alta qualità, non solamente sotto il profilo della coerenza ideologica, ma anche dal punto di vista letterario.

  • Solarpunk Italia ha profili molto attivi su tutti social, è quindi una comunità attiva nella quale è possibile interagire? Secondo Lei come si potrebbe incentivare l’interazione e la partecipazione nella comunità?

Il sito Solarpunk Italia, che abbiamo varato soltanto a metà gennaio 2021, continua a attrarre interesse in modo esponenziale: ci proponiamo sia di funzionare da archivio di informazioni interne al movimento (ma anche esterne, per documentazione), sia da motore per la letteratura sostenibile: per esempio con i “Semi”, idee pratiche per scrivere solarpunk, che estrapoliamo da riviste e siti di scienza. Per ora siamo molto contenti del livello di interazione, e abbiamo aggregato alla redazione anche tre collaboratori fissi. Stiamo studiando altre iniziative per i prossimi mesi, in modo da aumentare l’offerta di informazione e stimolare la partecipazione. Siamo stati presenti a diversi appuntamenti esterni al movimento, come trasmissioni TV (Rai), podcast, interviste, convention di appassionati, presentazioni librarie e così via. Tutto ciò che elaboriamo, è bene ricordarlo, è a titolo gratuito, perché ci troviamo nel campo del volontariato.

  • Il fan solarpunk potrebbe essere l’incarnazione del prosumer di McLuhan?

Certo sarebbe il fan ideale; non per nulla è di aiuto il fatto che io sia anche editor della collana Atlantis di Delos Digital, che pubblica racconti lunghi a partire da idee, ambientazioni e temi solarpunk: questo è già un primo passo per trasformare il lettore/fan in autore/produttore di contenuti.

  • Chi è fan ha una passione fondamentalmente, quanto conta la passione nella creazione di un’identità? Il solarpunk può essere considerato come elemento di costruzione identitaria secondo lei? (identità sia come identità di genere e come identità di comunità, come appartenenza al collettivo in cui si crede e ci si identifica, abbracciare in toto i valori che trasmette un fandom o un contenuto).

I “confini” del solarpunk sono ancora, in un certo senso, oggetto di definizione ideale, perché un movimento cambia e si evolve nel corso della propria azione. Sì, credo che un’identità/etichetta solarpunk possa definire in maniera comprensiva un certo tipo di atteggiamento nel confronti del pianeta, del futuro e dell’azione pratica. Non possiamo però dimenticare che siamo parte di un movimento più ampio, e che non tutte le istanze si questo si possono ricomprendere nell’etichetta “solarpunk”: è questa la ragione per cui il nostro lavoro si limita al campo della letteratura.

  • Secondo lei si potrebbe abbinare o associare il solarpunk all’ecopedagogia e quindi educare alla conoscenza dell’ambiente?

Sono già in atto iniziative in questa direzione: concorsi letterari rivolti gli studenti, per esempio. La volontà degli adolescenti di comunicare attraverso la parola scritta continua a essere molto forte, e il solarpunk potrebbe trovare in un primo tempo più ascolto in fasce di lettori giovani piuttosto che in chi già possiede un ricco bagaglio letterario.

  • Da un primo approccio il solarpunk sembrerebbe solo il racconto di utopie dell’ecologismo o climate fiction, ma è anche vicinanza a tematiche come la solidarietà tra esseri umani e ai movimenti gender friendly, volendo generalizzare; in che modo potrebbe contribuire a sensibilizzare su determinate tematiche?

È esattamente così. Quando diciamo che vogliamo un futuro migliore, non ci riferiamo soltanto al rapporto con la natura o il pianeta che ci ospita: il rispetto dei diritti civili è parte integrante della visione di futuro che vogliamo costruire, perché la democrazia non è il governo della maggioranza, ma il governo di chi rispetta i diritti di qualsiasi minoranza. Del resto, anche noi lettori solarpunk siamo una minoranza… per ora, almeno.

Seconda parte – nella prima parte le risposte di Giulia Abbate
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