Terza e ultima parte del paper accademico di Shane Brennan tradotto da Silvia Treves.
Leggi qui la prima parte: Infrastruttura visionaria: lampioni solari comunitari a Highland Park – di Shane Brennan (1)

Leggi qui la seconda parte: Infrastruttura visionaria: lampioni solari comunitari a Highland Park – di Shane Brennan (2)

4. La visualità critica dell’illuminazione pubblica

Per comprendere meglio come il coinvolgimento nelle infrastrutture di illuminazione possa essere trasformativo non solo di un sistema materiale, ma anche dei sistemi sociali e politici che lo circondano e lo permeano  è necessario dare uno sguardo più da vicino a come la luce sulla strada si interseca con razza e visione nello spazio urbano. Come mostra questa sezione, l’illuminazione pubblica è profondamente legata alla politica della razza e della razzializzazione, e reinventare e cambiare il modo in cui opera l’illuminazione rielabora anche queste dinamiche sociali, culturali e politiche immateriali.

Creando un sistema di illuminazione stradale controllato dalla comunità locale di colore in Highland Park, Soulardarity sta intervenendo in un ampio insieme di discorsi che hanno mappato l’oscurità o l’assenza di luce sulla ne(g)ritudine (e l’alterità) e l’illuminazione sul bianco (e il privilegio).

Nella sua analisi della razza nell’immaginario letterario americano, Toni Morrison (1992: 38-39), ad esempio, mostra “come l’immagine dell’oscurità reintrodotta, legata, soppressa e repressa è diventata oggettivata nella letteratura americana come una persona africana”. Collegando ulteriormente le visibilità sociali di razza e classe alle visibilità letterali fornite e modellate dalle infrastrutture di illuminazione, in Invisible Man (1995 [1952]), il narratore senza nome di Ralph Ellison accumula luce ed elettricità come un modo per resistere all’ordine politico che lo ha reso socialmente invisibile, nonché per combattere il monopolio energetico; la sua dimora nel seminterrato di Harlem è riempita da 1.369 lampadine a incandescenza, che assorbono illegalmente corrente dalla rete. In sintonia con la situazione di Highland Park, dove la città e molti residenti sono in “debito” verso la compagnia elettrica, il romanzo può essere letto come una storia sull’infrastruttura di illuminazione come mezzo di protesta, sull’intreccio tra energia elettrica e potere politico sulla vita degli altri, e sui legami simbolici tra l’illuminazione reale e la politica razziale di (in)visibilità nell’ambiente urbanizzato.

Oltre a spostare questi discorsi dando ai residenti afroamericani il controllo sulla luce e la visualità, Soulardarity sta anche rielaborando dinamiche più specifiche intorno a come l’illuminazione pubblica venga mobilitata nelle pratiche di sorveglianza e polizia stabilite dallo stato.

Come hanno sostenuto studiosi tra cui Chris Otter (2008), la luce sulla strada è sempre già politica, perché aiuta a determinare come la visione è ordinata, organizzata e gestita nello spazio urbano. Questo è ciò a cui alludevo all’inizio parlando di visualità infrastrutturale, ed è un potere su chi può vedere cosa, dove, quando; e come ciò sia storicamente spettato allo stato (e solo più recentemente, alle società di servizi)[1].

La riappropriazione dell’illuminazione di Highland Park può essere inteso come una continuazione della visualità infrastrutturale, poiché ha coinvolto la rimozione e il riposizionamento della luce da parte dello stato e dell’azienda di servizi pubblici (concentrandola negli incroci, riducendola quasi ovunque) al fine di modellare i contorni della visualità urbana. Di conseguenza, si potrebbe leggere la resistenza di Soulardarity sotto forma di una rete di illuminazione al di fuori delle utenze pubbliche come una forma di “controvisualità” (Mirzoeff, 2011), o come una rivendicazione di autonomia contraria all’autorità – in questo caso, l’autonomia dei residenti locali per determinare le condizioni del visibile e dell’invisibile, contrarie all’autorità dello Stato e dell’azienda di servizi.

Questa rivendicazione di autonomia, inoltre, si oppone a un lungo schema di luce sulla strada utilizzato dallo stato per tracciare, identificare e classificare gli abitanti urbani non bianchi come parte della più ampia “infrastruttura” di sorveglianza della polizia.

Approfondire questa storia sottolinea fino a che punto la razzializzazione della luce artificiale ha svolto – e continua a svolgere – un ruolo centrale nella strutturazione della relazione tra le comunità di colore e le forze di polizia come estensioni del potere statale. E può essere fatto risalire almeno al 1600, quando le cosiddette “guardie notturne” furono istituite per la prima volta nelle città coloniali degli Stati Uniti come precursori delle moderne forze dell’ordine.

Queste pattuglie di strada informali, spiega lo storico Peter Baldwin (2012: 11), “erano state incaricate di camminare per le strade [di notte] sopprimendo i disordini e interrogando le persone sospette. Portavano lanterne per illuminare la loro strada, sonagli per invocare aiuto e armi come bastoni, mazze o picche”.

Come osserva il teorico culturale Wolfgang Schivelbusch (1988: 97), le lanterne a candela delle sentinelle avevano una “doppia funzione: come strumento di sorveglianza e come marchio di identificazione”; simultaneamente estesero la capacità delle guardie di vedere di notte e, come conferma la storica Jane Brox (2015: 15), “le hanno rese visibili agli altri e riconoscibili come esecutori dell’ordine”.

Detroit istituì la sorveglianza notturna subito dopo la sua incorporazione come città nel 1802. Un’ordinanza della città approvata il 31 agosto 1804, ad esempio, richiedeva “una polizia migliore… per garantire ulteriore sicurezza alla città… dagli Indiani, così come da altre persone, e dal fuoco, ecc.”, con una delle disposizioni per formare una pattuglia di cinque persone che: “saranno impiegate come guardie notturne … e dovranno prendere, interrogare e confinare nella sede della guardia tutti gli individui e le persone ribelli trovate nelle strade… e tutte le persone che dopo le 23:00 non possano dare un resoconto soddisfacente di se stesse.”(Farmer, 1884)

In servizio tra il tramonto e l’alba, la guardia notturna trasportava luci/fuochi controllati e cercava luci/fuochi incontrollati. (Senza queste fonti di luce, le strade sarebbero state estremamente buie; questo avveniva molto prima dell’avvento dei lampioni a gas a metà del 1800 e degli esperimenti urbani con le torri da illuminazione con lampade ad arco, più avanti nel secolo.) Già in questa fase iniziale, la luce sulla strada veniva utilizzata per orchestrare la visibilità e, in questo modo, per “mantenere l’ordine” nelle strade.

A partire dal XVIII secolo, le “leggi sulle lanterne” (Browne, 2015: 25) hanno ulteriormente centralizzato il controllo sulla luce e la visibilità pubblica con lo stato. “Poiché i viaggiatori senza luci avrebbero avuto un vantaggio – potevano vedere la guardia ma non potevano essere visti – chiunque per le strade dopo il tramonto doveva portare anche una lampada [lanterna a candela] o una torcia”, spiega Brox (2015: 15).

Queste leggi rendevano la visibilità notturna obbligatoria per molti cittadini urbani, ma come sottolinea Baldwin (2012: 11), non si rivolgevano a tutti i cittadini allo stesso modo: “Le donne potevano essere arrestate per ‘passeggiata notturna’ se sospettate di prostituzione. Anche i non bianchi erano vulnerabili. Nel 1703 i funzionari di Boston ordinarono a tutti i neri e agli indiani di lasciare le strade dopo le 21:00. a causa dei loro presunti “disordini, intolleranze e furti con scasso”… New York nel 1713 proibì agli schiavi di età superiore ai quattordici anni di stare nelle strade senza una lanterna durante le ore di guardia, anche se l’applicazione sembra essere stata inefficace.”

Le luci nelle strade così funzionarono come una modalità di oppressione statale, nonché di razzializzazione e discriminazione di genere. In questo contesto le lanterne, sostiene il teorico della razza e della sorveglianza Simone Browne (2015: 79), erano “una tecnologia che consentiva al corpo nero di essere costantemente illuminato dal tramonto all’alba, reso conoscibile, localizzabile e contenuto all’interno della città”.

Strutturalmente, le leggi delle lanterne erano l’inverso delle lanterne dei guardiani notturni: costringevano coloro che erano sotto sorveglianza a essere visibili di notte come quelli che effettuavano la sorveglianza. Eppure hanno prodotto una forma complementare di potere statale: invece di estendere la visione notturna della polizia e di evidenziare letteralmente la loro posizione di autorità, le lanterne servivano come un modo per tracciare e quindi regolare i movimenti degli individui oppressi, parte di un più ampio apparato dedicato a ciò che Browne chiama “la regolazione della mobilità nera” (p. 77).

Le moderne forze di polizia sono emerse in tandem con le reti fisse di luci a gas nelle città del XIX secolo, continuando l’intricata relazione tra illuminazione e controllo statale su soggetti razzializzati. “Poiché poliziotti e lampioni a gas si diffondevano quasi simultaneamente”, scrive Baldwin (2012: 15), “erano intesi come modi che si rafforzavano a vicenda per conquistare il territorio ai barbari urbani. Le lampade a gas avrebbero potuto essere essere i migliori poliziotti – poliziotti che avrebbero potuto consentire di vedere, capire e navigare in sicurezza la città notturna”. L’esistenza della polizia e quella dei lampioni si erano intrecciate così strettamente che erano spesso viste come la stessa cosa (Bouman, 1991: 66 ). L’oscurità, per estensione, divenne legata all’illegalità e alla criminalità, che a loro volta erano connesse a soggetti non bianchi attraverso le leggi razziste sulle lanterne[2].

Il passaggio dalle lanterne portatili ai lampioni a gas, che erano molto più luminosi e installati a intervalli regolari sui pali della strada, ha anche dato alla sorveglianza disciplinare una nuova geografia spaziale. Piuttosto che illuminare solo i singoli corpi, sia quelli delle forze dell’ordine che quelli dei sospetti criminali, l’illuminazione pubblica ora cercava di illuminare la città stessa, estendendo la portata visiva del potere statale a tutto il regno urbano[3]. La funzione normativa dell’illuminazione stradale, in altre parole, divenne meno una questione di monitoraggio dei corpi mobili e “sempre, già criminalizzati” (Browne, 2015: 79) dei residenti neri, di razza mista e indigeni, e più la creazione di un’infrastruttura fissa di visibilità che supportasse una sorveglianza costante e completa.

E per ottimizzare la sorveglianza notturna, sia la polizia che i lampioni furono posizionati agli incroci: “I poliziotti potevano spesso essere trovati agli angoli delle strade”, racconta Baldwin (2012: 25), “che servivano come punti di osservazione strategici per il controllo della città oscura… Gli incroci consentivano ai poliziotti di sorvegliare le strade in più direzioni, e l’illuminazione superiore consentiva loro di controllare i passanti e riconoscere i criminali ricercati”.

Questo indica una delle probabili ragioni per cui i lampioni agli angoli furono in gran parte preservati (e talvolta persino illuminati) durante la riappropriazione in Highland Park, mentre la maggior parte degli altri furono eliminati: se abbinate alla sorveglianza della polizia, le luci agli incroci facilitano il controllo centralizzato sugli abitanti urbani migliorando i “punti di vista strategici” della città.

Storicamente, contrastare le luci (e lo sguardo) del potere statale significò letteralmente distruggere le lanterne per creare spazi di oscurità e invisibilità all’interno del quale ci si può muovere autonomamente. Descrivendo le rivolte della Parigi del XIX secolo, ad esempio, Schivelbusch (1988: 106) comunica che “la distruzione delle lanterne” servì come “strategia pratica nella lotta di strada contro le forze dello stato”. Le lanterne erano allo stesso tempo uno strumento e un simbolo del potere statale, continua Schivelbusch, e la loro distruzione “creò un’area in cui le forze governative non potevano operare” perché non potevano vedere chiaramente, formando “un muro di oscurità, per così dire”, che “andò di pari passo con… l’erezione di veri muri, o barricate”.

La visualità infrastrutturale della riappropriazione dell’illuminazione di Highland Park e la controvisualità di Soulardarity delle installazioni di lampioni solari è essenzialmente l’opposto di tutto questo.

La riappropriazione ha incanalato il potere statale nel tessuto urbano, non aggiungendo più luce sulla strada, ma togliendo le luci, costringendo i residenti a conformarsi a questo schema di illuminazione ridotta evitando gli isolati più bui e mantenendosi nelle sezioni ancora illuminate della città. E Soulardarity sta rispondendo non creando zone provvisorie di oscurità e invisibilità (quelle che potrebbero essere chiamate barricate ottiche), ma costruendo i propri lampioni e stabilendo così spazi di luce e visibilità permanenti e autonomi, separati dall’autorità centralizzata. Essi stanno ancora rivendicando libertà e autonomia per i residenti di Highland Park, ma lo fanno utilizzando le infrastrutture per rendere i luoghi, i corpi e le cose visibili, piuttosto che invisibili.

Questa “performance di libertà”, per prendere in prestito una frase da Browne (2015: 76-77), riguarda meno la fuga dalla sorveglianza disciplinare e più la creazione di un’infrastruttura indipendente e autosufficiente che consenta alla comunità di ottenere la libertà dalla rete elettrica e, per estensione, dall’economia energetica centralizzata, aziendale, basata sui combustibili fossili. Non è tanto un rifiuto della visibilità statale obbligatoria, quanto la creazione di visibilità alternative e autonome attraverso le infrastrutture di illuminazione.

Queste zone autonome di visibilità sono strategicamente posizionate per massimizzare il loro vantaggio per i residenti locali. Invece di localizzare le luci solari agli incroci dove potrebbero migliorare la sorveglianza e la polizia, Soulardarity ha posizionato le sue luci a metà dell’isolato nelle aree in cui i residenti si incontrano, fanno rete e socializzano, costruendo la “infrastruttura” sociale della comunità.
(La luce su Avalon Street, ad esempio, è posizionata a diversi metri dal marciapiede, e in questo modo è quasi più una luce da parco che un lampione, il suo scopo è generare visibilità all’interno e intorno a questo spazio di interazione sociale).

Le luci di Soulardarity lavorano quindi per mantenere e supportare i singoli quartieri piuttosto che il controllo statale centralizzato sul regno urbano. Lo fanno consentendo ai residenti di rivendicare una sorta di stabilità o radicamento alla luce: i lampioni aiutano la gente di Highland Park a continuare a risiedere in isolati o in quartieri che la rimozione dei servizi municipali statali potrebbe altrimenti spingerli ad abbandonare.

“Vogliamo essere nella posizione di non avere mai i nostri lampioni rimossi per nessun motivo”, spiega Margaret Lewis (2015, comunicazione personale), anziana di Highland Park e consulente di Soulardarity: “Ora, se la città accende i lampioni, non sappiamo se quei lampioni saranno ancora di proprietà dell’azienda energetica locale. Non sappiamo se [ci sia] qualche accordo tra la città e la compagnia energetica, e se, nel caso che la città fosse inadempiente, noi, i residenti, pagheremmo di nuovo il prezzo di avere le luci spente. Ma se possediamo le luci, allora siamo in possesso di tutte le informazioni su di esse.”

Lewis sta descrivendo un’infrastruttura di illuminazione sostenibile in un modo che va ben oltre quello in cui normalmente pensiamo alla sostenibilità: in termini di energia rinnovabile. Sì, le luci Soulardarity sono più sostenibili perché funzionano con la luce solare, ma sono anche sostenibili nel senso che sono di proprietà della comunità e quindi non possono essere rimosse in futuro. Questa è sostenibilità come fiducia in se stessi e autosufficienza.
È la sostenibilità economica che deriva dal non dover fare affidamento su un fornitore di servizi per l’energia (almeno per i lampioni), così come è la sostenibilità sociale e geografica creata quando i residenti possono soddisfare i propri bisogni di base, e quindi mantenere le loro comunità [4].

Conclusioni

La sostenibilità attraverso la luce e la produzione di zone autonome di visibilità sono aspetti chiave di ciò che rende le luci Soulardarity un’infrastruttura visionaria. Evidenziano un drammatico ripensamento di ciò che un lampione può fare e a chi dovrebbe servire, ricordando l’osservazione di Sean Cubitt (2013: 313) secondo cui i significati e le esperienze della luce artificiale non sono mai stabili; piuttosto, vengono costantemente “negoziati, combattuti, dominati qui, contrastati lì, sovvertiti e rifatti”. Invece di fornire semplicemente luce ai conducenti o scoraggiare il crimine, un lampione è configurato da Soulardarity come qualcosa che può ancorare una comunità e cambiare fattivamente le dinamiche di potere politico riguardo a come il vedere opera nella città, spostando l’azione su queste condizioni dallo stato e dalla compagnia delle utenze agli stessi residenti.

In Highland Park, questa lotta sui termini della visualità e del significato della luce è inseparabile dalla politica razziale, e quindi ha implicazioni su come potremmo continuare a impegnarci in discussioni urgenti sulla visibilità delle vite e dei corpi neri. Ad esempio, potrebbe indurci a pensare a queste preoccupazioni in modo più infrastrutturale.

L’infrastruttura visionaria, come esemplificata da Soulardarity, si occupa meno di rendere visibili le comunità di colore all’interno di strutture di visualità esistenti (sorveglianza statale, polizia, ecc.) e più di interrompere queste strutture, affidando alle comunità locali il controllo delle infrastrutture che dettano la visibilità.

Questo caso riguarda ovviamente la visibilità letterale, l’illuminazione effettiva. Ma potrebbe essere esteso per parlare delle dinamiche razziali e di potere delle visibilità sociali e culturali mediate, o dei modi in cui le persone e le comunità di colore sono rappresentate (e diventano visibili) nelle immagini, nelle narrazioni e nei discorsi dei media.

Piuttosto che aumentare la visibilità su piattaforme e canali multimediali esistenti e dominanti, un’infrastruttura multimediale visionaria comporterebbe la concettualizzazione e la costruzione di sistemi di produzione di media nuovi, locali, autonomi e sostenibili che siano di proprietà e gestiti a livello di quartiere – non solo la visibilità delle vite nere, ma un’infrastruttura della comunità per supportare e mantenere quella visibilità.

Il progetto Soulardarity punta anche a una diversa teoria su come avvengano il cambiamento infrastrutturale e le sue ramificazioni politiche e sociali che espanda le attuali comprensioni accademiche.

Piuttosto che presumere che il rifacimento dell’infrastruttura avvenga solo gradualmente attraverso processi di manutenzione, decadimento e riparazione, o attraverso sforzi di ricostruzione dopo un guasto improvviso e accidentale, Soulardarity ci porta a pensare al cambiamento infrastrutturale come a un momento dal potenziale rivoluzionario.

Il lavoro necessario per riaccendere le luci o far scorrere l’acqua può essere un atto deliberato, compiuto in risposta a uno stato e un modello di governance delle aziende di servizi che non è riuscito a fornire
un servizio adeguato; un atto che porta non solo alla possibilità di un ripristino del servizio, ma anche al potenziale per cambiare le stesse strutture di potere del sistema energetico, in modi che lavorano contro le forze del razzismo istituzionale, la privatizzazione neoliberista, i cicli di povertà e crescente degrado ambientale. È questa potenzialità che l’infrastruttura visionaria incapsula e verso cui lavora.

Altri progetti infrastrutturali visionari possono intervenire in sistemi che sono meno apertamente visibili dell’illuminazione e della rappresentazione dei media, ma implicherebbero comunque – e sarebbero definiti da – una riconcettualizzazione altrettanto radicale e democratica dello scopo, delle potenzialità e dei differenziali di potenza dell’infrastruttura.

La ricerca futura potrebbe iniziare a mappare un’intera rete di infrastrutture visionarie che si estende ben oltre Detroit e il Midwest, dalle fattorie urbane che praticano un’agricoltura visionaria a pozzi comuni e sistemi di cattura dell’acqua piovana che funzionano come acquedotti visionari per le loro comunità. Anche così, Detroit e Highland Park rimarranno un nodo critico in questa rete più ampia; proprio come una volta erano l’epicentro della produzione automobilistica americana, queste città sono ora un epicentro di infrastrutture comuni e sostenibili.

Questo perché tali progetti tendono ad essere costruiti per necessità, come soluzioni al crollo – o alla totale rimozione e riappropriazione – di precedenti sistemi municipali gestiti dallo stato, cosa che purtroppo è avvenuta più qui che in molti altri luoghi.

Esempi degni di nota includono non solo Soulardarity, ma anche le centinaia di orti comunitari che hanno trasformato lotti vuoti in siti di produzione alimentare, la James and Grace Lee Boggs School che sta aprendo la strada all’istruzione elementare con un’enfasi sull’impegno nelle comunità locali e sulle loro storie, e il progetto Heidelberg, un’installazione di arte pubblica multi-isolato e sforzo di rivitalizzazione del quartiere.

Come Soulardarity, queste iniziative di collaborazione creano nuovi sistemi di supporto per la città (agricoltura locale, istruzione e programmazione culturale) mentre lavorano anche per l’empowerment della comunità e la sostenibilità in grande.

In questo modo, Soulardarity è parte di un cambiamento molto più ampio che sta avvenendo a Detroit, verso infrastrutture di base costruite da e per i cittadini, modi di organizzare le condizioni materiali ed economiche della vita urbana che non sono incentrati sui profitti delle grandi società o sul mantenimento del potere statale.

Questi sistemi sorgono quando i vecchi sistemi falliscono, ma sono interamente il prodotto del duro lavoro, della dedizione e del pensiero visionario delle comunità locali. Anche se Detroit e Highland Park sono in prima linea in questo cambiamento, si tratta di una trasformazione che potrebbe presto avere un impatto su molte altre parti degli Stati Uniti e del mondo, poiché le economie continuano a smaterializzarsi, le infrastrutture si sgretolano, le disuguaglianze soci si intensificano e il cambiamento climatico richiede modi di vivere nuovi e più sostenibili.

“Detroit non sarà mai ricostruita com’era”, predice Solnit (2014: 76): “Sarà la prima di molte città costrette a diventare del tutto qualcos’altro”.

L’infrastruttura visionaria descrive il processo di immaginare e iniziare a costruire questo “qualcos’altro”. In quanto tale, serve come un modo per collegarsi e costruire solidarietà attorno a una serie di progetti che si svolgono in diversi luoghi e settori della società. Questo sottolinea il ruolo dell’immaginazione e della visualità critica nella produzione e nel dispiegamento di infrastrutture alternative come forma di attivismo. E spiega come progetti come Soulardarity non solo si prefiggano di risolvere un problema urgente, ma anche di catturare un senso di urgenza attorno alla necessità di rifare sistemi più grandi in una direzione più giusta e sostenibile.

Quando guardiamo una cooperativa di illuminazione solare o una fattoria comunitaria, vediamo in superficie la fornitura necessaria di luce e sicurezza, cibo e relazioni sociali. L’infrastruttura visionaria propone che impariamo anche a vedere tali progetti come modelli rivoluzionari e visioni del futuro a sé stanti, e quindi impariamo a guardare attraverso di loro verso qualcosa di più grande.

Shane Brennan

Ringraziamenti

Questa ricerca è stata parzialmente supportata da una Leboff Dissertation Research Grant da parte del Dipartimento di Media, cultura e comunicazione, NYU. Desidero ringraziare Nicholas Mirzoeff e Nicole Starosielski per i loro commenti penetranti durante il corso di questa ricerca, mentre eventuali errori sono interamente miei.

[FINE – Traduzione a cura di Silvia Treves]

NOTA DELLA REDAZIONE.
Non siamo riuscit* a comunicare con l’autore dell’articolo, a oggi per noi irreperibile. Restiamo a disposizione!


NOTE

[1] Mentre la mia analisi si concentra su come i lampioni aiutano a modellare e determinare ciò che è visibile o meno nello spazio della città, riconosco anche pienamente che la visualità è molto più ampia della semplice visione, della visibilità e di come funziona il vedere. Come suggerisce Nicholas Mirzoeff (2011: 3-4), la visualità è una disposizione del campo politico in cui corpi, luoghi e cose nel mondo sono classificati e separati. Si tratta quindi del lavoro culturale mediante il quale questi regimi classificatori vengono “estetizzati” per apparire “naturali” o “corretti”.

[2] “Le luci della città non solo aiutavano la polizia; erano polizia”, afferma Mark Bouman (1991: 66, sottolineatura nell’originale), “lanterne e polizia, con il loro duplice scopo di sradicare l’oscurità e il crimine, erano intercambiabili.” “In molte città inglesi”, egli continua, “le lanterne erano chiamate letteralmente lanterne della polizia’ e i ‘commissari di polizia’ avevano giurisdizione sul posizionamento delle lanterne”.

[3] Questo cambiamento nella strategia dell’illuminazione ha coinciso con un cambiamento nella strategia delle forze dell’ordine dalla ricerca dei crimini già in corso alla prevenzione del crimine.

[4] L’artista con sede a Oakland Marc Bamuthi Joseph (2014) ha chiesto un movimento ambientalista che svolga un lavoro migliore nel collegare la sostenibilità alle questioni di razza e classe e che riconosca “che le pratiche di sopravvivenza sostenibile nelle comunità povere sono importanti quanto i pannelli solari e le luci a LED”. Souldarity collega con successo questi due significati e manifestazioni di sostenibilità: pratiche di sopravvivenza della comunità e tecnologie “verdi”. Pone l’energia solare non solo come una soluzione tecnologica alla mitigazione del cambiamento climatico (e un modo per aiutare a garantire la sopravvivenza del pianeta), ma anche una tattica per la sostenibilità della comunità definita come conservazione della vita quotidiana a livello locale.

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