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di Alyssa Hull, da Literary Hub, traduzione dall’inglese di Silvia Treves

Alyssa Hull cerca di trovare l’ottimismo nell’insegnamento della Climate-Fiction
agli studenti terrorizzati

Sento ciò che segue più spesso di quanto vorrei, da alcuni dei miei colleghi educatori:

I miei studenti non possono o non vogliono discutere del cambiamento climatico. Sono troppo privilegiati/preoccupati per i loro telefoni/semplicemente non interessati”.

Ovviamente questi giovani, questi adolescenti, questi frequentatori del college che appartengono alla Generazione Z, non vogliono discuterne con noi. Stiamo letteralmente (letteralmente) chiedendo loro di confrontarsi con la propria mortalità.
Nonostante l’incredibile coro a cui ora stiamo assistendo sul movimento per il clima guidato dai giovani – gli scioperi delle scuole, le proteste alle Nazioni Unite, la rabbia e la visione di ragazzini e adolescenti come Greta Thunberg – molti dei miei studenti sentono le parole abbiamo 18 mesi per affrontare il cambiamento climatico o sarà troppo tardi e pensano che tra 18 mesi moriranno. Forse questo pensiero è ciò che li ispira a unirsi ai movimenti giovanili per il clima o a Extinction Rebellion; o, in modo più determinante, forse questo è il pensiero che li paralizza, li anestetizza, li tiene lontani e li fa addormentare.
Io spiego loro che il pianeta non sta per bruciare spontaneamente nei prossimi 17 o 18 mesi se non “risolviamo” il cambiamento climatico. Come scienziata e docente di scienze, ammetto che riconoscere l’incertezza  che riguarda qualsiasi attività scientifica, comprese le scienze del clima, rischia di dare potere ai negazionisti. Ma la scelta (anche se forzata) fra 1, 2, 3 o 5 gradi di riscaldamento globale non è mai stata scientifica: è una scelta sociale e politica del futuro che vogliamo, estrapolata dalla scienza e ponderata rispetto a ciò che possiamo sacrificare per arrivarci e a quanto velocemente possiamo farlo.
Siamo costantemente bombardati da messaggi di “catastrofe climatica”, “cataclisma” e, quello che meno preferisco, “apocalisse”. Ora siamo nella crisi e dobbiamo, come dice la studiosa ecofemminista Donna Haraway, convivere con il danno. Per fare ciò, abbiamo bisogno di narrazioni che non siano ingenuamente ottimiste sul futuro della nostra specie e delle altre che abitano questo pianeta insieme a noi. Abbiamo un disperato bisogno di narrazioni che vadano oltre l’apocalisse come punto di arrivo, non solo perché ci sono persone e società che già vivono quotidianamente nella visione dell’apocalisse climatica secondo il mondo occidentale, ma perché guardare alla crisi climatica come a un’apocalisse può solo ispirare l’attesa senza speranza che giunga il post-apocalisse, all’improvviso, per separare il passato dal futuro.
Il clima non è il tempo meteorologico, il tempo meteorologico non è il clima e non ci facciamo alcun favore pensando che gli scienziati del clima possano fornirci una previsione adeguatamente ottimistica o apocalittica per il nostro codice postale tra 18 mesi o 5 anni a partire da oggi. Invece abbiamo bisogno di storie che mostrino una varietà di possibili futuri, dal cupo al promettente.

“The Fallen” di Jessica Woulfe, Edmonton (Canada)

È qui che guardo alla narrativa speculativa, come scrittrice e lettrice, a un genere che si cimenta sia nei presenti che nei futuri. Il rifiuto di una tendenza al futuro climatico apocalittico e distopico ha ispirato il sottogenere speculativo solarpunk, nato dai post sul sito del social media Tumblr nei primi anni 2010. Il Solarpunk, sia stile di vita che movimento culturale, si concentra su futuri verdi e eco-sostenibili resi possibili dall’eliminazione dell’energia da combustibili fossili in favore dell’energia solare e del design bio-ispirato. Può essere o meno del tutto utopico, ma certamente aspira ad essere bello, verde e colorato, un’estetica che spesso fonde l’eleganza dell’Art Nouveau con la natura selvaggia della permacultura. Sebbene il Solarpunk come genere non abbia ancora conquistato i lettori di narrativa speculativa allo stesso modo dei suoi predecessori Cyberpunk e Steampunk, le sue antologie di racconti, come The Weight of Light (“Il peso della luce”, prodotto dal Center for Science and Imagination dell’Arizona State University) e Sunvault, e i suoi scrittori, come Andrew Dana Hudson, hanno prodotto visioni avvincenti del futuro.
Anche se trovo stimolanti le proposte di moda, architettura ed energia del Solarpunk, cerco narrazioni che mi offrano qualcosa oltre all’ottimismo assoluto o alla totale disperazione.

Guardare alla crisi climatica come a un’apocalisse può solo ispirare l’attesa senza speranza che giunga il post-apocalisse

Ecco dunque l’Hopepunk, un termine coniato da Alexandra Rowland nel 2017 per descrivere una narrativa di genere opposta alla sempre popolare mentalità fosca tutto-fa-schifo-ed-è-terribile.

Le storie hopepunk non sono specificamente focalizzate sul clima e, cosa più importante, non richiedono mondi pieni di speranza. Nell’era di Trump, questo atto fondamentale di estendere a un’altra persona la gentilezza, piuttosto che il disprezzo o il vetriolo, diventa una narrativa politica, che si trova negli scritti dell* autor* di narrativa speculativa Becky Chambers e Cat Rambo, tra l*  altr*. (If This Goes On: The Science Fiction Future of Today’s Politics, un’antologia di racconti di narrativa speculativa curata da Cat Rambo, nata da “rabbia, dolore e speranza” e pubblicata nel marzo 2019).

La letteratura speculativa potrebbe fare di peggio che ampliare il proprio spettro di futuri climatici rappresentati dal distopico, apocalittico e grimdark, per includere quelli in cui l’Hopepunk è ancora necessario nel mezzo di un clima che cambia, e persino i futuri ottimisti dei solarpunk. Mi ritrovo a apprezzare l’Hopepunk perché mettere in conto 3 o 5 C° di riscaldamento – cosa possiamo gestire e come possiamo saperlo? – significa che probabilmente perderemo cose (specie, case, persone) che avevamo pianificato di salvare.

Le narrazioni che costruiamo, le storie che raccontiamo a noi stessi devono riconoscere che, mentre c’è un consenso scientifico sul fatto che l’atmosfera si stia riscaldando a causa delle nostre emissioni di combustibili fossili, molti aspetti ed entità del cambiamento climatico rimangono incerti. Scrivere narrazioni non apocalittiche sui cambiamenti climatici può fare spazio, intellettualmente ed emotivamente, ai nostri fallimenti nell’agire in tempo. Alcune cose andranno perse; molto è già stato perso.

Voglio dire ai miei studenti: Anche se è già troppo tardi, non abbiamo ancora modo di saperlo, perché temo che si arrendano comunque.
Uno dei libri più cupi e tuttavia più edificanti che ho letto di recente è Blackfish City [La città dell’orca, Zona 42, trad. Chiara Reali], un romanzo speculativo che si svolge nel futuro prossimo in un mondo che lo stesso autore Sam J. Miller ha definito “realisticamente terrificante”. È desolante perché il futuro che offre è oscuro, disperato e tuttavia, occasionalmente, consente la sopravvivenza in un modo che sembra in linea con la concezione dell’Hopepunk.

La città di Qaanaaq galleggia da qualche parte tra la Groenlandia e l’Islanda, è progettata per funzionare con il metano prodotto dai rifiuti cittadini e divisa in bracci che si irradiano dal centro e che contengono i diversi strati della società. Dal Braccio Uno – che è per i più ricchi e potenti, i super ricchi che sono sfuggiti alle peggiori devastazioni climatiche e hanno fondato la città prima di cercare l’anonimato per proteggere sé stessi e la loro ricchezza – giù fino al Braccio Otto, il più povero e sovraffollato. È una città di rifugiati globali che fuggono dalle guerre per l’acqua, dall’innalzamento dei mari e dal fanatismo religioso per venire a Qaanaaq (qualcuna di queste crisi suona familiare?). Il processo decisionale in città è attuato tramite l’intelligenza artificiale, con soltanto un input minore da parte dei manager umani.

La narrazione è un mosaico di personaggi diversi; seguiamo l’assistente di un politico minore, un combattente per un boss della mafia locale e un corriere, tutti tentano di sopravvivere all’interno di un sistema ferocemente apatico. I loro atti quotidiani di resistenza semplicemente esistono come persone queer e persone di colore, fino a quando non sono intrappolati nel tentativo di fermare una malattia nota come il “frantumo”, un disturbo del ricordo fuori luogo: chi ne è afflitto vive ricordi che non sono i suoi, e il chi e il come diviene uno dei punti centrali della trama di La città dell’Orca.

Questi personaggi non sono nominati da una mano invisibile. Nessuno di loro è altruista. Sono intrinsecamente ordinari. Come gli attivisti per il clima che sono scesi in piazza negli ultimi giorni, mesi e decenni, il loro desiderio di portare un cambiamento epocale a Qaanaaq è motivato dal riconoscimento (e forse dalla conoscenza storica) di vivere in una comunità dove le risorse sono scarse e la cooperazione è fondamentale. Non sono gli apripista della resistenza, piuttosto beneficiano dei trionfi e dei fallimenti di una generazione precedente.

Alcune cose andranno perse; molto è già stato perso.

C’è così tanto di terribile in Qaanaaq e in come e perché sia nata, eppure è un mondo in cui i personaggi che costituiscono il seme della resistenza contro i ricchi azionisti del Braccio Uno sono persone fieramente queer, non binarie, di colore, o tutte e tre; la storia non offre alcuna spiegazione del perché lo siano, né ai personaggi viene chiesto dalla società che li circonda. In La città dell’Orca la costruzione del mondo rende esplicitamente testuale ciò che spesso è sottotestuale nella discussione mainstream sul clima (razza, genere, sessualità); i gruppi emarginati, in particolare i poveri e le persone di colore, soprattutto nel Sud del mondo, stanno sopportando e continueranno a sopportare difficoltà maggiori di quelli di noi che sono bianchi, della classe media e vivono nel Nord del mondo. Vedere un collettivo di personaggi provenienti da identità emarginate in prima linea in un movimento di resistenza, lavorare contro un sistema che considerano ingiusto, è un potente riconoscimento di questa realtà.

Voglio che i miei studenti leggano questi libri. Voglio che sappiano che avranno un futuro, se ci lavoriamo insieme, ora. Voglio che abbiano libri che danno spazio alla conversazione sul dolore, sul fallimento e sul futuro.
Sono ispirata da così tanti membri di questa generazione in arrivo. Si stanno svegliando molto più velocemente e si stanno unendo con molto più coraggio di quanto abbiamo fatto io e i miei compagni millennial. Ma sospetto che alcuni, ancora, abbiano comprensibilmente paura di impegnarsi. Riconoscere che il cambiamento climatico è qui, che cambierà le loro vite, significa accettare la fine di quelle vite. Ed è una fine: di un certo modo di vivere, di una certa mentalità; ma non è la fine.
Noi abbiamo bisogno di storie per portarli oltre.

traduzione di Silvia Treves

Alyssa Hull è una scienziata del recupero che vive nel piccolo (ma affascinante) stato del Delaware (USA). Appassionata sia dei numeri che delle parole, divide il suo tempo tra l’insegnamento di biologia e scienze ambientali alle scuole superiori e la scrittura di narrativa speculativa.

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