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La catastrofe climatica ha trasformato un genere letterario minore in un importante strumento del pensiero umano.

di Kim Stanley Robinson, da The Nation, 16/07/2021. Traduzione di Silvia Treves

Recentemente ho letto un ottimo libro: The Soviet Novel, di Katerina Clark, la quale osserva come il realismo socialista dell’URSS soffrisse di quella che lei chiama “schizofrenia modale”, perché gli scrittori dovevano rimanere fedeli alle situazioni che descrivevano mentre evocavano anche il mondo migliore che il socialismo avrebbe portato. Sono stati sorpresi a cercare di colmare il divario tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.

La diagnosi di Clark mi ha divertito. Scrivo romanzi utopici da molto tempo e ho riconosciuto fin troppo bene la sindrome che ha descritto. Il romanzo è generalmente considerato una forma d’arte realista, e andrei anche oltre: raccontando le storie che usiamo per capire le nostre vite, il romanzo aiuta a creare la nostra realtà. Nei romanzi, le cose vanno male: questa è la trama. Le persone poi reagiscono. Questo è realismo.

L’utopia, d’altra parte, è notoriamente “nessun luogo”, una società idealizzata a volte descritta fino al suo sistema fognario. Nell’utopia tutto funziona bene, forse anche perfettamente, ma sicuramente meglio di come funzionano le cose ora. Quindi le utopie sono come i progetti, mentre i romanzi sono come le soap opera. Incrociare questi due generi otteniamo l’ibrido chiamato romanzo utopico: soap opera frullate con progetti architettonici. Non sembra così promettente.

Poi è arrivato The Dispossessed [I reietti dell’altro pianeta] di Ursula K. Le Guin. Pubblicato nel 1975, questo è stato il primo grande romanzo utopico e ha dimostrato quanto possa essere buono il povero, disgraziato ibrido. Naturalmente, c’erano stati romanzi utopici precedenti, come News From Nowhere [Notizie da nessun luogo] di William Morris, o A Modern Utopia [Una utopia moderna] di H.G. Wells, o Herland [Terradilei] di Charlotte Perkins Gilman, o Island [L’isola] di Aldous Huxley. Questi furono tutti sforzi interessanti. Ma il libro di Le Guin è stato un trionfo. Quello che ha mostrato è che descrivendo una società utopica in un momento di pericolo storico, le crei tutti i tipi di problemi che i suoi personaggi devono risolvere. Verrà attaccata dall’esterno, corrotta dall’interno; le cose andranno male, ed ecco che hai hai la tua trama. Le Guin ha combinato un’intrigante utopia con un romanzo avvincente, e il risultato è stato superbo. Le persone sulla sua luna abitabile, Anarres, hanno formato una società alternativa a un mondo capitalista imperialista, Urras. Hanno ideato un sistema sicuramente femminista e socialista democratico, o anarco-sindacalista, ma in ogni caso in uno stato di flusso: la gente fa tutto il possibile per mantenere il meglio del proprio sistema e allo stesso tempo respingere le imposizioni dal mondo di origine. È fantapolitica al suo meglio.

Illustrazione per “Sōlaria”, di Amanda Assumpção, Montréal (Canada)

Ispirato dall’esempio di Le Guin, ho spesso provato questa forma ibrida, e sono stato ostacolato dai suoi problemi e stimolato dal suo potenziale. Un punto debole di cui mi sono reso conto è la frequenza con cui gli autori di utopie le ambientano dopo un’interruzione della Storia che consente alle loro società di ricominciare da zero. Nel XVI secolo, Sir Thomas More inaugurò l’uso di questa tecnica con un simbolo fisico: i fondatori della sua utopia scavarono una Grande Fossa, tagliando in due una penisola e creando un’isola difendibile. Altri tipi di nuovo inizio appaiono nelle utopie nel corso dei secoli, sempre facendo spazio a un nuovo ordine sociale. Anche Annares di Le Guin è fondata da esuli di Urras.

Ma in questo mondo, non avremo mai la possibilità di ricominciare da capo. Questo era uno dei motivi per cui Karl Marx e Friedrich Engels si opponevano alle utopie ottocentesche come quella di Charles Fourier, il progettista francese di piccole comuni che vivevano in perfetta armonia: erano soluzioni fantasiose che servivano solo a distrarre le persone dal vero lavoro della politica e della rivoluzione. Erano anche in competizione con le idee di Marx ed Engels, quindi c’erano le solite lotte interne alla sinistra. Ma era una critica legittima: se l’utopia non è un programma politico, allora a cosa serve?

La necessità ha incastrato l’utopia nella Storia, e l’ha trasformata da genere letterario minore a importante strumento del pensiero umano.

La risposta dovrebbe essere ovvia. Le utopie esistono per ricordarci che potrebbe esserci un ordine sociale migliore di quello in cui ci troviamo. Il nostro sistema attuale è il risultato di una secolare lotta di potere e sta devastando le persone e la biosfera. Dobbiamo cambiarlo, e in fretta. Ma con cosa?

Le utopie sono esperimenti mentali. Immagina se le cose andassero così: non sarebbe bello? Beh, forse… viviamoci dentro fittiziamente per un po’. Quali problemi emergono in questo sistema? Possiamo risolverli? E se modifichiamo le cose in questo modo o in quello? Raccontiamo questa storia e poi quella storia, e vediamo quanto sembrano plausibili dopo averci trascorso dentro un po’ di tempo immaginario.

I problemi che potrebbero svilupparsi in un sistema migliore proposto muovono la trama del romanzo e ti danno cose su cui pensare. Quindi, si spera, puoi applicare ciò che hai imparato alla tua attuale situazione politica. Dopo aver intravisto una destinazione che ti piace, puoi quindi considerare le azioni disponibili nel tuo tempo per arrivarci. Le grandi utopie femministe di Joanna RussThe Female Man [Female Man] – e Marge PiercyWoman on the Edge of Time [Sul filo del tempo] – hanno dato vita all’esperienza della solidarietà politica delle donne, e i lettor* sono stati quindi incoraggiat* a cambiare la loro situazione attuale in quelle direzioni.

Ora l’ondata di catastrofici cambiamenti climatici ci ha costretto a una resa dei conti. O inventiamo e istituiamo un modo migliore, o un’estinzione di massa ci porterà via con sé. La necessità ha così incastrato l’utopia nella storia e l’ha trasformata da genere letterario minore a importante strumento del pensiero umano. Ne abbiamo bisogno come mai prima d’ora, e poiché il bisogno è diventato acuto, l’asticella è stata in effetti abbassata: se riusciamo a evitare un evento di estinzione di massa, allora possiamo chiamarla utopia. Le persone in qualsiasi futuro non catastrofico possono tirare un sospiro di sollievo, grate per uno sforzo così straordinario della nostra generazione. Un sano rapporto con la natura creerà e richiederà molto buon lavoro e un impegno per la giustizia verso tutte le creature della Terra, inclusi gli umani. Potrebbe essere il più vicino possibile all’utopia, e sarebbe abbastanza vicino.

Dopotutto, non vorrete mica privare della loro trama le persone del futuro.

Traduzione di Silvia Treves
Kim Stamley Robinson
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