di Silvia Treves

“Si ricomincia insieme, tutt*: persone di qualsiasi colore, provenienza, condizioni fisiche, età, genere e identità sessuale, riunite in comunità paritarie. Animali uman* e non uman*. Creature: fauna, flora, terra”.

Manifesto Solarpunk Italia

In questo articolo propongo alcune riflessioni sul concetto di “non umano” che, in questi anni, attivist*, filosof*, femminist*, studios* e ricercator* hanno approfondito, andando ben al di là delle considerazioni più ovvie sul rispetto per l’ambiente e gli ecosistemi.

Il non umano è tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che abbiamo danneggiato in questa dissennata – ma voluta e perseguita – gestione predatoria del pianeta.

L’animalità, – di cui l’umanità è parte ma che per molta della sua esistenza culturale ha rifiutato – è un ponte naturale verso questo tutto. Eppure, oggi più che mai, il nostro rapporto con gli animali (ad eccezione delle poche specie definite “da compagnia”) è di indifferenza, sfruttamento, utilizzo intensivo e crudeltà.

Cercherò di mettere in evidenza che capitalismo, abilismo, razzismo, oppressione della donna e delle persone queer, specismo e consumo del pianeta sono profondamente intersecati e hanno una radice comune. Poiché nulla come le buone storie stimola l’immaginario, e poiché la descrizione di mondi diversi aiuta ad esplorare concetti complessi, citerò qua e là narrazioni fantascientifiche.

Qualche precisazione:

Rispetterò alla lettera il testo delle citazioni che ho scelto. Il mio contributo, invece, conterrà il numero di * necessario a ribadire che il linguaggio forma – oltre a esserne formato – la nostra visione del mondo1.

Inoltre, scrivendo di chi esercita o – a vario titolo – è l’origine dell’oppressione, mi riferirò a categorie socio-culturali e non, ovviamente, ai singoli individui che ne fanno parte.

Illustrazione di Alexandr Iwaac, Brasile

Intersezionalità

Specismo e patriarcato si presuppongono e rafforzano a vicenda2.

Questa affermazione di Giulia di Loreto è parte di un ampio discorso nel quale femminismo e specismo vengono messi in relazione: entrambi sono parte di una costruzione socio-culturale che divide il mondo in pochi “noi” e una moltitudine di altrə nella quale finiscono come in un tritacarne non solo gli “animali” ma anche tutt* l* uman* “di scarto”. Combattere il solo specismo, senza vederne gli intrecci con le altre oppressioni, non libera il non umano.

Non solo le oppressioni sono unite, sovrapposte, intersecate tra loro, ma derivano anche e soprattutto da un unico paradigma2.

Ed è proprio questo paradigma comune che va combattuto.

Il termine [intersezionalità] è stato proposto nel 1989 dall’attivista e giurista statunitense Kimberlé Crenshaw. La teoria suggerisce ed esamina come varie categorie biologiche, sociali e culturali (il genere, l’etnia, la classe sociale, la disabilità, l’orientamento sessuale, la religione, l’età, la nazionalità e altri assi di identità) interagiscano a molteplici livelli, talvolta simultanei […] le concettualizzazioni classiche dell’oppressione nella società – come il razzismo, il sessismo, l’omofobia, la transfobia, la xenofobia e tutti i pregiudizi basati sull’intolleranza – non agiscono in modo indipendente, bensì […] sono interconnesse e creano un sistema di oppressione che rispecchia l’intersezione di molteplici forme di discriminazione3.

Come spiega Di Loreto:

Ciò che siamo abituati a chiamare «specie umana» è in realtà una comune etichetta per pochi individui, che a lungo hanno parlato a nome della stessa. L’Uomo, il maschio bianco cisgender eterosessuale abile proprietario, ha assimilato e silenziato tutte le individualità ed esperienze che erano altro da lui2.

Lo chiarisce lucidamente l’attivista decoloniale Syl Co:

Ciò che ora è considerato biologico si rivela in realtà l’idea che avevano di sé – e del resto del mondo naturale – i bianchi europei al fine di renderla una verità […] L’invenzione della razza ha riconfigurato anche l’«uomo» e l’«umano» […] I bianchi europei hanno designato se stessi e i propri punti di riferimento come costitutivi dell’«essere umano». Avevano il potere di universalizzare la bianchezza in quanto umana. Quindi, il nuovo linguaggio della razza ha postulato l’umano come bianchezza naturalizzata2.

Non possiamo dimenticare le infami teorie sulla gerarchia delle razze, dal bianco al nero. Razza è una parola che oggi non ha più diritto di esistere.

Se il confronto tra razzismo e specismo pare forzato, pensiamo a modi di dire come “si è comportato come un animale!” o a termini offensivi “animali” usati per insultare una donna. L’animale, insomma, è all’ultimo posto della gerarchia, chi ci sarà in cima?

E cosa ci può essere di più lontano dall’Uomo dell’animalità? Fra “Lui” e il non umano c’è una frattura che ha spinto fuori l’animalità: da una parte un “noi” ristretto, dall’altra tutto il resto, più o meno vicino all’animale. A scavare questo solco è stata la concezione bianca, patriarcale e soprattutto colonialista del mondo e questo retrodata alla Conquista delle Americhe l’inizio di ciò che molti studiosi chiamano Antropocene. Capitalocene è un termine decisamente più chiaro, ma altri ne incontreremo più avanti.

La narrativa fantascientifica, solarpunk e no, ci racconta moltissime storie di discriminazione, dove l’Altr* è il nemico da cancellare e privare della terra, anche su un nuovo pianeta appena colonizzato. Fra i tanti cito il racconto lungo che ha inaugurato la collana Atlantis: Cinque stagioni su Eureka4 di Davide Del Popolo Riolo. A parlare, nel brano che segue, è un colono che ha creduto nella promessa dell’Amministrazione Planetaria Centrale di non danneggiare mai l’ecologia del nuovo pianeta:

Succede che non è così! Succede che l’APC sta facendo proprio ciò che doveva impedire! Nel disinteresse di tutti sta distruggendo l’ecologia di Eureka, estirpando la vegetazione autoctona per immettere flora e fauna terrestri nella biosfera, distruggendo le risorse naturali di questo pianeta!4

“Fioritura” di Andrej Lazarev, Kyiv (Ucraina)

Pratiche immaginative per il mondo a venire

Merita, per molte ragioni, la lettura di un saggio pubblicato su KabulMagazine5 nel quale viene, fra l’altro, approfondito il discorso sulle forze “antropogeniche”.

Lungi dall’appartenere a tutta la specie umana, queste forze sono piuttosto circoscrivibili a specifici profili di azione e operano attraverso lo sviluppo di strategie di addomesticamento, organizzazione e sfruttamento della natura e di quelle soggettività che restano escluse dai poteri egemoni (indigeni, donne e queer)5.

Il saggio sottolinea l’importanza della narrazione:

Immaginare, scrivere, architettare nuovi mondi possibili che costituiscano il radicalmente altro

rispetto al presente e siano necessitati dall’incombere delle minacce dell’Antropocene rappresenta uno sforzo rivoluzionario5,

e cita il Solarpunk, spiegando come questa letteratura immagini

società altre, de-urbanizzate, in cui la natura non sia più estromessa all’interno di perimetri, eterotopie e quant’altro, ma divenga la radice da cui le città del futuro, imparando a convivere con il non umano, possano finalmente fiorire5.

Ma ci mette in guardia:

raccontare alternative radicali a quelle che ci vengono imposte dalle forze antropogeniche significa intessere future narrazioni di consapevolezza ecologica, grazie alle quali non sarà più possibile prescindere da un continuo lavoro di critica e decostruzione dell’attuale sistema economico, e di inclusione di tutto quanto rimasto finora escluso: non solo del non umano, ma di tutto ciò che è stato marginalizzato. I diritti della natura sono i diritti di tutti, e solo mediante una completa inclusione possiamo giungere a una piena rappresentazione politica. Porsi dalla parte del non umano (di ciò che storicamente è stato relegato a questo status dal potere egemone) significherà quindi abbracciare anche le lotte delle comunità più vulnerabili alle conseguenze delle forze antropogeniche, così come quelle delle soggettività femminili e queer, parimenti escluse e marginalizzate5.

A proposito di future narrazioni ecologiche, che cosa ci dice la narrativa fantascientifica rispetto alla possibilità di imparare a convivere con ciò che preferisco chiamare “più che umano”, un “noi” ampio quanto il pianeta? Dall’antologia Città di luce6 ho scelto Il profumo dei Freetails.

Il protagonista è un padre di mezza età che, reso diffidente e rassegnato dalla vita, ritroverà emozioni e forza di lottare durante una visita ai parenti. che vivono a La Estrella. Comunità energeticamente autonoma, organizzata secondo principi non proni al profitto, La Estrella convive orgogliosamente con una enorme colonia di pipistrelli, divenuti attrazione per i turisti. Una scelta geniale, quella dei pipistrelli, creature molto diverse dai soliti “animali da compagnia”.

il primo pipistrello volò da sotto il ponte, zigzagando attraverso il cielo blu-nero. Gli parve di sentire il battito delle sue ali […] I pipistrelli uscirono dall’ombra in un impeto di energia frenetica. Migliaia, poi decine di migliaia di pipistrelli avvitati nel crepuscolo […] Raj notò il profumo dei pipistrelli, un muschio di guano crudo, una sorta di purezza torba-muschio, terrosa e primordiale […] Quando gli ultimi pipistrelli uscirono dal ponte, l’intero paesaggio fluviale si illuminò in una vertiginosa serie di fibre ottiche. La luna si stava sollevando sopra le querce. Abbassò lo sguardo sul viso di sua figlia, raggiante di aspettativa6.

Ma è possibile che umano e non umano si alleino formando un NOI più che umano per fronteggiare insieme la catastrofe climatica? Sì, secondo Malka Older, che ci spiega come nel suo racconto Una lanterna e scale a pioli robuste7.

Natalia, biologa marina freelance, lavora badando a un polpo studiato dai ricercatori. Il mondo di lei – e di chi partecipa allo studio – si allarga improvvisamente quando lei impara a “vedere” il mondo come lo vede Ringo, il suo protetto. L’impegno di entrambi servirà a molto più di quanto Natalia creda.

Intendiamo usare i ricordi dei polpi per ricostruire la Grande barriera corallina7.

Ma questa è solo una parte della missione di Natalia e Ringo.

Silvia Treves

1 – continua

Il presente articolo è apparso su Robot n. 94, Delos Digital 2022


Note

1 Fantaschwa: la scifi come palestra per il linguaggio inclusivo

2 Giulia Di Loreto, Perché l’Antispecismo deve essere Femminista ed il Femminismo deve essere Antispecista in Balthazar, 2, 2021 DOI: https://doi.org/10.13130/balthazar/15326

3 Intersezionalità: di cosa parliamo? https://www.sinapsi.unina.it/intersezionalita_bullismoomofobico

4. Davide Del Popolo Riolo, Cinque stazioni su Eureka, Delos Digital, Atlantis.

5 Le utopie del futuro. Pratiche immaginative per il mondo a venire. Kabulmagazine.com.

6 Deji Bryce Olukotun, Il profumo dei Freetails in Cities of Light Cities of Light: A Collection of Solar Futures, 2021, ASU, Center for Science and the Imagination, trad. mia.
N.B. Freetail: pipistrello con una lunga coda che continua oltre il patagio.

7 Malka Oder, Una Lanterna e scale a pioli robuste in «Nuove frontiere», parte 1, Urania Millemondi Autunno/Inverno n. 91 2021, trad. A. Guarnieri.

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