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di Franco Ricciardiello
James G. Ballard, La città definitiva (The ultimate city, 1976), tr. Luca Briasco in Tutti i racconti 1969-1992, Fanucci 2005; tradotto anche come La civiltà del vento da M. Benedetta De Castiglione e Mario Galli, Urania Mondadori 1977

Già nel 1976 Ballard immagina in questo romanzo breve una civiltà del futuro basata unicamente sull’energia da fonti rinnovabili. Siamo solo un anno dopo Ecotopia, il romanzo utopico dell’americano Ernest Callenbach che ebbe grande risonanza, e che potrebbe avere influenzato la visione ballardiana di un futuro di energia “dolce”.


Ogni casa era attrezzata con dispositivi per il riciclaggio e per lo sfruttamento dell’energia solare, aveva a disposizione cinque acri di orto a coltivazione intensiva: un paradiso agreste auto-sufficiente, collegato con i vicini da una rete di canali e condotti. In quel paesaggio tutto era irrigato, riscaldato e raffreddato, motorizzato e mandato avanti grazie a una tecnologia assai più sofisticata, sotto ogni aspetto, di quella della città che avevano abbandonato.


Il protagonista, il diciottenne Halloway, abita a Città Giardino, moderna comunità situata probabilmente sulle coste dell’Inghilterra, basata sullo sfruttamento dell’energia solare e eolica, senza conflitti, con una popolazione vegetariana e pacifica. Halloway decide di provare un aliante costruito dal padre, morto in un grave incidente domestico; ma una volta che si ritrova in volo sullo Stretto, che  separa Città Giardino dalle terre abbandonate da tempo, decide di proseguire fino alla vicina, enorme metropoli evacuata dai suoi abitanti.

La città, che potrebbe essere Londra, è ormai da anni disabitata; a causarne l’abbandono è stato l’esaurimento delle fonti di energia.

Quando le riserve mondiali di combustibili fossili si erano del tutto esaurite, quando l’ultimo deposito di carbone era stato svuotato e le ultime petroliere avevano dovuto gettare l’ancora, le centrali elettriche e le reti ferroviarie, le catene di montaggio e le acciaierie si erano definitivamente bloccate ed era iniziata l’era post-tecnologica.
[…]
Per duecento anni l’uomo proto-industriale aveva saccheggiato le risorse naturali della Terra […] Gli abitanti di Città Giardino sapevano che la loro tecnologia — con l’orticoltura tanto progredita e la loro capacità di attingere energia dal sole, dal vento e dalle maree — era andata assai più in là dell’età del petrolio e del carbone con le sue popolazioni affamate di proteine, l’illimitato inquinamento dell’aria, della terra e del mare.


Un’incauta manovra tra i palazzi porta Halloway a schiantare l’aliante, ma in questo modo conosce un abitante che si aggira nella città fantasma: un uomo di colore, muto, che si fa chiamare Olds, e possiede l’abilità di riparare congegni elettrici e meccanici. In un edificio presso il vecchio aeroporto, Olds possiede un’autentica collezione di automobili rimesse in ordine, in grado di muoversi in strada grazie alla benzina recuperata dai serbatoi di milioni di autoveicoli abbandonati.

Olds non è l’unico ad abitare ancora la città: ci sono anche Stillman, un ex carcerato violento e solitario, nonché un ex magnate dell’industria, Buckminster, che ha tenuto con sé la giovane figlia, Miranda.

Buckminster si fa aiutare a costruire piramidi di autoveicoli, come monumenti alla civiltà perduta. Miranda ha invece l’ossessione dei fiori, che va piantando dovunque in città, negli interstizi degli edifici e degli automezzi.

Ben presto Halloway, avvalendosi dell’aiuto irrinunciabile di Olds, intraprende l’opera di ricostruzione di un quartiere della città com’era un tempo; grazie a generatori a benzina, ripristina l’energia elettrica, restaura negozi, abitazioni e cinematografi, rifornisce supermercati. È un surrogato della città consumista del XX secolo, dove ben presto si riproducono i vizi che l’hanno condotta all’estinzione. Sempre nuovi abitanti arrivano alla spicciolata dalle città giardino circostanti, attratti dal rumore e dalle luci; Halloway e Stillmann hanno successo nel ridare vita alla città solo quando riescono a riprodurne il disordine, la violenza e la criminalità. I nuovi cittadini, invece di collaborare alla ricostruzione, si limitano a usare le automobili in maniera dissennata (c’è anche un incidente stradale mortale), a circolare in bande e a sparare agli animali che sono tornati nei parchi

All’apice di quello che considera un successo personale, Halloway immagina di possedere Miranda Buckminster, ma è evidente che lei lo detesta perché il giovane continua estirpare i fiori che lei si ostina a piantare.

La dissennata operazione di recupero del passato industriale-fossile, che si può solo attuare con il ritorno della violenza irrazionale e di un simulacro di consumismo esasperato, termina con una farsa-tragedia che disperde di nuovo i protagonisti dell’impresa.

L’atteggiamento di Ballard nei confronti della società dei consumi è ambiguo. Da una parte sembra rimpiangere il glamour, la vitalità, l’iper-attività del capitalismo industriale, dall’altra è come se sottolineasse l’impossibilità di continuare lo sfruttamento di risorse non riproducibili. Il XX secolo è stata un’epica di splendore e orrore che ha segnato un passaggi importante della civiltà umana, però è una storia chiusa: l’avvenire è collettivo, e l’iniziativa individuale comporta il ritorno di quanto d’irrazionale possedeva il capitalismo liberista.

Franco Ricciardiello
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