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recensione di Franco Ricciardiello
Francisco Martorell Campos, Contra la distopía, La Caja Books, Valencia (Spagna) 2021

Nella storia della letteratura, la distopia ha radici antiche almeno quanto l’utopia. Il fatto nuovo, sostiene in questo libro Francisco Martorell Campos, tra i maggiori esperti del genere, è che “la distopia opera, per la prima volta da quando è nata, in un contesto socioculturale senza importanti utopie, contraddistinto dall’assenza di alternative all’esistente, e dalla presenza di una chiusura ideologica globale che impedisce di immaginarle e desiderarle.” [p. 197]

La tesi di Martorell è terribile nella sua semplicità: se la letteratura influisce sulla creazione del pensiero, qual è l’effetto politico delle distopie che, talvolta anche contro la volontà di chi le scrive, alimentano diffidenza e scoramento?

“Amo le distopie. Le ho lette e guardate con gran gusto dalla più precoce adolescenza, preferendole alla fantascienza post-apocalittica e agli zombie movies, le altre mie debolezze nella cultura popolare” [p. 11] Martorell indaga a fondo in un ventaglio di distopie storiche, alcune delle quali oggi praticamente introvabili; quindi le classifica in tipologie (p.e.s “Io contro il mondo”, “Rivoluzioni senza rivoluzione” etc.) giungendo a conclusioni sconfortanti: la “distopizzazione dell’immaginario” fa leva sulla paura. Entrambe le inclinazioni della moderna distopia, vale a dire la politica (il totalitarismo origina dall’ingegneria sociale) e la tecnologica (che è permessa dalla genetica, dalla realtà virtuale o dall’elettronica), producono storie che giustificano l’individualismo.

Alla base di molte distopie c’è un conflitto manicheo individuo/Stato, libertà/uguaglianza e differenziazione/identità, di una banalità disarmante, che trasmette un messaggio tendenzioso: non esiste tecnologia avanzata senza controllo centralizzato, non esiste uguaglianza senza totalitarismo, non esiste progresso scientifico che non alimenti il potere. E soprattutto, propaganda la diffidenza nei confronti dello Stato e dell’uguaglianza in nome dell’individuo e della libertà. Da qui, una serie di storie concentrate a denunciare il pericolo di uno Stato totalitario che soffoca le aspirazioni individuali, e di un’uniformità sociale che impedisce lo sviluppo delle capacità personali, quando la realtà del mondo occidentale è quella di colossi finanziari-industriali che comandano più dei governi eletti, e di una competizione selvaggia che schiaccia i più deboli.

“Nel XXI secolo la distopia ha cessato di essere un ramo della fantascienza che comprendeva titoli minori, dai risultati altalenanti. Si è convertita in moda di massa altamente redditizia che assicura ai fan una quantità di best-seller, blockbusters e merchandising”[p 24] Ma qual è l’ideologia veicolata da questa distopofilia, da questa distopizzazione dell’immaginario, i cui “codici ermeneutici veicolano il modo attuale di vedere, sentire e vivere la realtà, al punto che qualsiasi nullità crede di vivere in una distopia?” [p 39] La spiegazione è drastica: l’attuale incontrastato dominio della distopia giustifica la mancanza di alternative al capitalismo. Se qualsiasi visione futura è storia di controllo totale, orrori genetici, masse senza volontà, ne consegue che il capitalismo è non il miglior sistema di governo, ma l’unico sistema possibile.

Il nuovo distopico fa presa soprattutto sui giovani, che non hanno mai conosciuto alternative al sistema del libero mercato, percepito come l’unico possibile — al punto che l’unico futuro senza capitalismo che riescono a immaginare è uno scenario post-apocalittico.

Il capitalismo monopolizza i modi in cui immaginiamo il domani; di conseguenza, le distopie raccontano che più Stato significa meno libertà. I totalitarismi del XX secolo (nazismo, stalinismo, fascismo) che hanno generato le distopie storiche più famose (Orwell, Huxley, Zamjatin), sono storia del passato; eppure le distopie che si scrivono oggi raccontano ancora un controllo sociale capillare grazie alla tecnologia, quando è provato già dai tempi del cyberpunk che la medesima tecnologia può essere utilizzata anche per sottrarsi al controllo. Vedere per esempio Little Brother (2008) e Homeland (2013) di Cory Doctorow, nei quali un gruppo di ragazzi sventa un complotto liberticida grazie alla stessa IT.

Ma qual è l’elemento su cui fa leva questo nuovo distopico? È la paura. La politica della paura, che produce bisogno di protezione, vittimismo, desiderio di sicurezza, e al tempo stesso fa sì che l’individuo sia prevenuto contro lo Stato, in quanto altro-da-sé. È provato che in caso di calamità estreme, le persone si uniscono, si aiutano, eppure le distopie continuano a raccontare un futuro tutti-contro-tutti: perché non c’è alternativa, una volta crollato il sistema di mercato rimane solo lo homo homini lupus.

La sconsolante conclusione dell’autore è che nel nuovo millennio la distopia ha smarrito la capacità di attaccare il potere; si è trasformata in un genere d’evasione, e a questo proposito Martorell cita Ricardo Sánchez, direttore di Código Cine:

“La distopia perde la sua capacità di infliggere qualsiasi danno, e acquista una motivazione ludica, che le permette non solo di essere metabolizzata nel flusso sociale, senza straniamento né lacerazione, ma addirittura offerta al capitalismo per essere prima oggettivata e poi commercializzata, come merce che i soggetti possono semplicemente consumare.”

Ricardo Sánchez, La perversión distópica, Coencuentros
Franco Ricciardiello
Francisco Martorell Campos
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