Categories:

Riccardo Muzi
Trama:

Nei primi anni 70 l’economista Sebastião Salgado abbandona una promettente carriera per dedicarsi completamente alla fotografia, aiutato dalla moglie. Inizia così la vita artistica di uno dei più grandi fotografi dei nostri tempi. Il documentario co-diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (figlio di Sebastião) racconta lo straordinario percorso professionale del fotografo brasiliano, le sue vicende personali, i suoi progetti artistici. Ritratti delle meraviglie di un mondo contaminato dall’irragionevolezza umana.      

Recensione:

Troppe volte mi è capitato di imbattermi nella frettolosa considerazione secondo la quale la componente utopistica sarebbe la parte più debole del Solarpunk, come se la percezione dell’utopia fosse limitata alla sua irrealizzabilità e di conseguenza all’incapacità di leggere il presente per trarne spunti futuribili e credibili. Sembrerebbe quasi che alcuni confondano utopico con idilliaco, pensando erroneamente che il “solo” immaginare soluzioni migliori delle attuali, in merito all’equilibrio tra la Natura e il progresso tecnologico, sia un esercizio buonista fine a sé stesso. Il solarpunk non tende a descrivere l’idillio tra gli esseri umani e la Terra, è piuttosto il desiderio di interpretare al meglio una volontà comune, sicuramente ancora non ben definita, che nasce dall’esigenza di abbandonare e smaltire le macerie di una serie di modelli socio-economici fallimentari.

Un considerevole conforto a questa tesi, mi sembra possa provenire da chi l’Utopia l’ha praticata in tempi recenti, tramutando un “sarebbero bello se…” in un “è bello, ed è qui, ora”. È la trasformazione di un condizionale in un indicativo presente a cura di chi fa cose materialmente e basta, evitando l’utilizzo di elementi speculativi. “Il sale della Terra” non è un semplice documentario basato sul lavoro di uno dei più acclamati fotografi contemporanei, è un viaggio attraverso la tragedia e la disperazione umana, attraverso l’umanità spogliata di tutto, dei suoi pochi averi e dei suoi diritti fondamentali, un percorso che si infila nell’esistenza di esseri umani che vivono il nostro presente ma le cui vite si dipanano a distanze siderali dal nostro concetto di quotidianità. La meta di questo abbagliante viaggio è la realizzazione concreta di un’utopia.

Una immensa miniera d’oro a cielo aperto in Brasile invasa da brulicanti uomini, l’esodo in Etiopia di migliaia di persone dovuta alla carestia nel Sahel e, nel Ruanda, la fuga dal genocidio. Sebastião Salgado era lì con la sua macchina fotografica, ha guardato negli occhi l’umiliazione, la disperazione, la paura, la morte, e le ha immortalate rendendole opere d’arte. La sublimazione dell’arte: la bellezza diventa denuncia, racconto che indigna, che muove l’animo fino alla ribellione. Non è stato facile per il fotografo brasiliano affrontare tutto questo, l’Africa in particolare lo ha affascinato ma nello stesso tempo quasi annientato, il suo animo era diventato come Minas Gerais, la regione della fattoria in cui viveva da bambino, un tempo immersa in un lussureggiante verde e in seguito circondata da terra brulla e quasi desertica. Ma il cammino di Salgado è andato avanti. Forse perché non poteva sopportare che venisse meno il suo naturale afflato verso il genere umano, forse perché non poteva più vedere la terra dei suoi cari in quelle condizioni.

 “Il sale della Terra” è anche il racconto della riforestazione, ad opera di Salgado e famiglia, di quella zona diventata nel tempo arida e inospitale: la testimonianza della realizzazione di un’utopia. “Se questo piccolo fazzoletto di terra può tornare quello di una volta, chi può dire che l’umanità non ha una chance?”

Sarebbe troppo facile scrivere ora che chi ha visto e vissuto le esperienze più sconvolgenti è capace di qualsiasi cosa, persino di realizzare ciò che sembra irrealizzabile. Oltre che facile, sarebbe banale e non renderebbe onore alle incredibili opere fotografiche di Sebastião Salgado narrate dal maestro Wim Wenders. Semplicemente il fatto che una persona che ha conosciuto così intimamente la Terra e i suoi abitanti sia riuscita in un’impresa ritenuta utopistica, non richiede ulteriori commenti, e fa sicuramente rimbombare le menti per un bel po’ di tempo.

 “… ho osservato e ho capito che io sono parte della Natura come una tartaruga, un albero, un sassolino.” (S. Salgado)

Crediti:

Titolo originale: The Salt of the Earth (Brasile/Italia/Francia 2014); Durata: 110 minuti; regia : Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders; sceneggiatura Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, David Rosier, Camille Delafon; Musiche: Laurent Petitgand.

Riccardo Muzi

torna al blog di solarpunk.it

Leggi il nostro manifesto

Condividi il post

No responses yet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *