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AA.VV., Futuri uniti d’Africa. fantascienza contemporanea africana, a cura di Francesco Verso, trad. di Stefano Ternavasio e Francesca Secci, 284 pagine, € 17,00 Future Fiction 2021

In Africa non manca niente, neppure la fantascienza. Il continente più ricco di risorse naturali del pianeta ci sorprende ancora sfornando una messe di scrittori e scrittrici che si cimentano nel genere letterario del futuro.

Giovani e pieni di talento, smaliziati, consapevoli di dover scrivere il divenire dei loro Paesi, spesso ironici, gli autori e le autrici di Futuri uniti d’Africa ci conducono alla scoperta dell’Africa che sarà.

La linea narrativa che accomuna i racconti si sviluppa intorno al conflitto fra vecchio e nuovo. Clifton Gachagua affronta uno dei problemi storici dell’Africa: la guerra. In Scrutare verso il sole la guerra è lunga quanto la strada infinita che attraversa il Kenya, il Sudan e altre nazioni. La generazione dei padri e delle madri accetta senza ribellione lo stato delle cose e si fa un punto d’onore di fornire figli al conflitto. Il mantenimento del perenne stato di guerra prevede la cancellazione della memoria di ogni reduce; il figlio è sempre nuovo e perciò sempre pronto ad accettare di tornare in battaglia, ma il povero Stanislaw (mai nome fu più fantascientifico) conserva i ricordi dell’orrore e si comporta in modo insolito. Vive in contemplazione del sole, bacia la terra, attende lo sbocciare dei fiori. Dorme, soprattutto. E non ha alcuna intenzione di tornare a combattere, il suo istinto di uccidere è svanito, la catena di morte interrotta, con grande scandalo dei suoi genitori.

Lo stesso dramma vive il protagonista di Africanewsia, in una Nigeria protesa alla salvaguardia delle foreste, governata da una dittatura ecologista che pretende il sacrificio degli anziani per poter assegnare le risorse agricole alla popolazione giovane. La propaganda del potere punta il dito contro i vecchi, dissipatori della natura, primitivi ammazza-pianeti. Per salvare Madre Africa gli anziani, i malati terminali, i prigionieri devono essere “neutralizzati”. I bambini, che non saprebbero distinguere un iroko da un albero di karité, fanno parte della green-police e denunciano i genitori che non vogliono sacrificare i vecchi, come già succedeva in 1984. Ma senza la memoria storica della realtà precedente, privi di anziani a indicare loro i segni della bellezza naturale, restano soltanto individui disumani, accecati dal denaro. E tuttavia il racconto è pervaso da un ambiguo sentimento di ostilità nei confronti del “vecchio”, sotto qualunque forma si presenti, e di spinta necessaria verso l’apertura al “nuovo”. Un nuovo reso emblematico dall’arrivo sulla Luna del primo astronauta nigeriano.

In quasi tutti i racconti le relazioni familiari sono forti, invadenti, spesso ostili nei confronti della diversità. A chi appartiene il figlio generato da un’androide? si domanda Mazi Nwonwu in Riunione di famiglia. Al padre, dice la tradizione yoruba; alla madre, dicono gli igbo. Oppure forse il bambino è una proprietà dell’azienda che ha costruito l’androide? Il problema esige un ripensamento delle consuetudini, pretende nuove regole sociali e prima ancora di un cambiamento del diritto di famiglia avrebbe bisogno di una mutazione di pensiero.

Il nuovo compare nella molteplicità di etnie mescolate a quelle locali: indiani, giapponesi, cinesi e libanesi, ma si manifesta anche sotto forma di robot. Robot dalle fattezze spesso femminili, privi delle caratteristiche di obbedienza e soggezione nei confronti degli esseri umani, le creature sintetiche si presentano ai colloqui di lavoro, pretendono rispetto, sono colte, si indignano quando sono equiparate ai computer, con il conseguente corollario di “idiozia mentale”. I robot provano dolore per la perdita del robot che amavano, anche se nessun essere umano è disposto a riconoscerlo.

Il nuovo è spesso solitudine, separazione da una società abbarbicata alle vecchie convinzioni, pronta ad assegnare alla creatura sintetica la definizione e il valore di un oggetto, rivelandosi così simile a quella europea. Non siamo pronti al cambiamento, ci dicono gli autori e le autrici africani, ma vogliamo provarci lo stesso. E lo fanno con un’invidiabile capacità di mescolare il comico e il drammatico, come in Computer femmina cercasi o in Le donne vengono da Venere.

La trasformazione dell’essere umano è iniziata e passa attraverso comunità subacquee, adattate all’innalzamento del livello del mare, scienziati che sperimentano la comunione mentale con le foche, vivendo le stesse esperienze corporee degli animali, fino all’estrema mutazione di Sunset blues, racconto di metamorfosi psicofisica in cui la protagonista si addentra nella coscienza dei vegetali, vivendo nella propria carne il rapporto speciale che le piante intrattengono col Sole. Sunset blues si inscrive in parte nel filone del solarpunk (l’accostamento umano-vegetale) in parte nella corrente filosofica di Donna Haraway e Rosi Braidotti, incline all’ibridazione, all’abbandono della centralità del soggetto umano per aprirsi a una molteplicità di punti di vista che amplia la coscienza del singolo e dell’umanità intera.

Resta il grande nodo della velocità del cambiamento.

L’essere umano, abituato alla placidità dell’evoluzione darwiniana, accoglie con timore e fatica la spinta forte delle tecnologie e delle mutazioni psicofisiche. La giovane Africa, giovane nella popolazione, sembra avere lo spirito giusto per inserirsi nel flusso della modernità e farsi portare verso il futuro. La fantascienza africana non dimentica le radici, anzi, si appoggia senza timore al passato, si interroga sugli errori politici, sulla tradizione e sulla collisione tra questa e il futuro con grande maturità e spirito critico. L’albero della nuova letteratura sta crescendo e sta già dando buoni frutti.

Clelia Farris

Stanislaw è vecchio, uno degli ultimi della specie: il figlio che gli arriva non è il modello giusto e… Così nel primo racconto, Scrutare verso il sole di Clifton Gachagua.

I protagonisti di Tappeti galleggianti di Mohale Mashigo – una delle 6 autrici di questa antologia – hanno scelto di vivere sotto l’oceano. Quelli che stanno sopra capiranno perché gli oceanici «vogliono tenere il segreto»?

Molto bello Il test di regressione (un’eco di Philip Dick) del nigeriano Wole Talabi dove dio solo è una possibilità, c’è «un mucchio di riso» e chissà se «le donne anziane sognano le loro madri elettriche?». A s/proposito “gran bastardo” in yoruba si dice «omo ale jati jati».

Tloto Tsamaase è una scrittrice motswana, cioè di un gruppo etnico del Botswana; il suo Istantanee virtuali è scritto benissimo ma gira un po’ a vuoto. A s/proposito in Afrikaans «se voet» significa “col cavolo”.

Bell’idea ma finale fiacco per La sua seconda pelle di foca della pluripremiata e tradotta in 25 lingua Lauren Beukes. È uno dei molti racconti – ne ho contati 7 – che sin dalla prima o seconda riga proietta nel futuro, qui con una «vasca di immersione sensoriale».

Bello e triste Modi nuovissimi (di perderti un’altra volta e un’altra volta ancora) del sudafricano Blaize Kaye.

Un po’ troppe sparatorie forse ma la trama funziona in Il villaggio del diavolo del rwandese-nigeriano Dayo Adewunmi Newari. Qui le prime parole sono «l’impianto corticale nella mia testa».

Invece fantascienza e fantastico sono quasi solo una cornice per Quel che disse il morto della nigeriana (ma vive in Canada) Chinelo Onwualu. La storia si svolge nel Biafra del XXII secolo e per due volte leggeremo che «non si possono recidere i fili invisibili del debito familiare semplicemente scappando in una terra remota».

Ci muoviamo fra il 2025 e il 2080 nel racconto Nella blockchain noi confidiamo dell’abilissimo Solomon King Benge. Semplice e riuscito. Il minaccioso dottor Spoiler mi consente di dirvi solo che il futuro è nell’agricoltura (già, ma quale?).

Apre su «i cieli gialli di Abuja, capitale della Repubblica dell’Africa Unita» la storia che il nigeriano Yazeed Deselè ha intitolato Afrinewsia: triste e bello anche questo, fra i migliori dell’antologia.

Riuscito e assai inquietante Corpi ospiti di Tendai Huchu: occhio alle frecce e al «me che guardo me che guardo me» in un loop infinito.

Quasi perfetto – forse il lieto fine è un po’ forzato – anche nell’ironia Le donne vengono da Venere della malawi Tiseke Chilima.

Efficace e semplicissimo Piedi di metallo della scrittrice Temitayo Olofinlua che si definisce «un’impicciona di contenuti».

Robot anche in Riunione di famiglia del nigeriano Mazi Nwonwu (pseudonimo del giornalista Chiagozie Nwonwu) ambientato fra 2072 e 2089.

Computer femmina cercasi, candidarsi all’interno del nigeriano Innocent Chizaram Ilo è, a mio avviso il meno riuscito dell’antologia.

Assai insolito – persino per i “canoni” della fantascienza – Sunset Blues dello scrittore e regista Wanini Kimemiah. Torna anche qui la questione linguistica e politica della schwa (o scevà): magari in “bottega” ne parleremo un’altra volta ma in questo racconto “il genere” non è il maggior problema. Comunque la si pensi c’è un gran finale.

Struggente, bellissimo L’ultima narratrice di Dilman Dila. Dopo averlo letto due volte io continuo a chiedermi se «mamma avrebbe avuto le risposte» e perché la protagonista urla «no».

L’antologia si chiude con un giallo quasi in stile Charles Bukovsky (se il più noto fra gli ubriaconi ha scritto thriller, controllerò): Diario di un pirata del Dna del sudafricano Stephen Embleton. Terrorismo vecchio e nuovo, apocalittici e integrati, un grido d’allarme (datato 2085) in arrivo da Marte per «l’homo sapiens del cazzo».

Interessantissimo anche Perchè l’Africa ha bisogno di creare più fantascienza di Wole Talabi: la sua pensosa prefazione è un inno all’Africa (alle molte Afriche) in marcia nella fantascienza come negli ambiti «STEMM» ovvero «scienza, tecnologia, ingegneria, matematica e medicina» ricordando che «dobbiamo essere capaci di immaginare il futuro prima di poter iniziare a crearlo».

Erremme Dibbì
INDICE del libro

Prefazione: Atti di coraggio di Nicoletta Vallorani
Introduzione: Perché l’Africa ha bisogno di creare più fantascienza di Wole Talabi
Scrutare verso il Sole di Clifton Gachagua
Tappeti galleggianti di Mohale Mashigo
Il test di regressione di Wole Talabi
Istantanee virtuali di Tlotlo Tsamaase
La sua seconda pella di foca di Lauren Beukes
Modi nuovissimi (di perderti un’altra volta e un’altra volta ancora) di Blaize M. Kaye
Il villaggio del diavolo di Dayo Adewunmi Ntwari
Quel che disse il morto di Chinelo Onwualu
Nella blockchain noi confidiamo di Solomon King Benge
Afrinewsia di Yazeed Dezele
Corpi Ospiti di Tendai Huchu
Le donne vengono da Venere di Tiseke Chilima
Piedi di metallo di Temitayo Olofinlua
Riunione di famiglia di Mazi Nwonwo
Computer femmina cercarsi, candidarsi all’interno di Innocent Chizaram Ilo
Sunset Blues di Wanini Kimemiah
L’ultima narratrice di Dilman Dila
Diario di un pirata del DNA di Stephen Embleton


Il presente post è già apparso in due parti, l’8 marzo e il 17 settembre 2022 sul blog “La Bottega del Barbieri

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