Jess Spear

da «Rupture», trimestrale eco-socialista irlandese 10/03/2021, traduzione di Silvia Treves

Faceva caldo fuori quel giorno. Nella remota zona della provincia di Kwazulu-Natal, in Sudafrica, un giovane uomo guardò mentre cinque uomini si avvicinavano al portico. “Potremmo bere qualcosa?” chiese uno di loro. Quando finirono l’acqua chiesero se potevano entrare e ringraziare la donna che viveva lì. Il giovane li condusse alla porta d’ingresso. Pochi istanti dopo risuonarono i colpi mentre gli uomini sparavano alla nonna del giovane, l’organizzatrice ambientale Fikile Ntshangase, e correvano fuori.

La morte di Ntshangase rimosse una spina nel fianco della società mineraria Tendele Coal. Aveva fatto pressioni per più di un decennio per ottenere che le poche famiglie rimanenti abbandonassero la loro terra consentendo all’attività mineraria di espandersi.

Come per Berta Cáceres prima di lei, la resistenza di Ntshangase e della sua comunità fa parte di una lunga storia di persone che difendono la natura come parte della difesa di loro stessi, della loro storia, della loro cultura, e del loro futuro. Il ruolo di donne come Ntshangase e innumerevoli altre nella difesa della natura e insieme della vita, illustra la connessione tra lo sfruttamento delle donne e lo sfruttamento della natura.

L’ascesa dell’ecofemminismo

Dovunque le forze della distruzione tentino di abbattere alberi, inquinare la nostra aria e la nostra acqua, e di lacerare la terra per i minerali, le donne guidano la resistenza. Nelle città e nelle comunità, le donne hanno lottato per l’acqua pulita, l’aria e la terra per fare prosperare le loro famiglie. Dai primissimi “abbraccia-alberi” del Chipko Movement in India e del Comitato dei danneggiati (Injured Persons’ Committee) che protestarono contro l’inquinamento nell’Italia fascista, ai contadini di La Via Campesina[1], alla gente degli Appalachi che combatte la rimozione delle montagne e ai difensori indigeni dell’Amazzonia, le donne hanno guidato e guidano tuttora le principali comunità in lotta contro la distruzione capitalista del nostro ambiente.

L’ascesa del femminismo della seconda ondata insieme ai movimenti ambientalisti negli anni Settanta portò all’emersione della politica ecofemminista che vide “una connessione tra lo sfruttamento e il degrado del mondo naturale e la subordinazione e l’oppressione delle donne”[2]. Il termine «ecofemminismo» è stato coniato dalla femminista francese Françoise d’Eaubonne nel suo saggio Le Féminisme ou la Mort [Femminismo o morte] pubblicato nel 1974. Uno dei primi movimenti ecofemministi è il Movimento Cintura Verde – volto a prevenire la desertificazione piantando alberi – iniziato da Wangari Maathai in Kenya nel 1977.

Naturalmente, anche molti uomini sono fieri attivisti contro la distruzione capitalista, organizzando movimenti di massa per difendere le foreste e la terra, come Chico Mendes in Amazzonia e Ken Saro-Wiwa nel delta del Niger, entrambi tragicamente uccisi per il loro attivismo. Tuttavia, i più noti attivisti ambientali oggi sono senza dubbio donne: Vanessa Nakate e Greta Thunberg, Alexandria Ocasio-Cortez, Naomi Klein e Vandana Shiva. Anche qui in Irlanda, Maura Harrington ha contribuito a condurre la campagna Shell to Sea e oggi la più nota attivista ambientalista radicale è probabilmente Saoirse McHugh.

Il fatto che sia le donne sia la natura siano dominate e sfruttate è innegabilmente vero. La domanda per le ecofemministe e le ecosocialiste è: perché e cosa si può fare?

Ecofemminismo, patriarcato e capitalismo

Per alcune ecofemministe, l’affinità delle donne con la natura deriva dalla “loro funzione fisiologica (parto, cicli mestruali) o da qualche elemento profondo della loro personalità (valori orientati verso la vita, la nutrizione e la cura)”[3]. In questo modo esse “comprendono” la natura, mentre gli uomini non lo fanno e non possono farlo. Le donne hanno un legame spirituale con la “Madre” Terra. Queste ecofemministe individuano lo sfruttamento e l’oppressione delle donne e della natura nel patriarcato, nel quale gli uomini controllano, saccheggiano, stuprano e distruggono entrambi.

Il cambiamento climatico è letteralmente “un problema creato dall’uomo che richiede una soluzione femminista”. La soluzione femminista, in questo caso, è: più voci femminili, più donne in posizioni di potere, e più donne al tavolo a discutere le loro esperienze e le loro idee su cosa fare riguardo ai problemi ambientali.

Innegabilmente, la società è patriarcale (vedi riquadro “Capitalismo & patriarcato”). Lo sappiamo dalle statistiche e noi donne lo sappiamo dal milione-e-una esperienze avute che rafforzano l’idea che gli uomini siano migliori, più forti, più intelligenti e nel complesso più capaci.

Capitalismo & Patriarcato

Alexandria Ocasio-Cortez
Maura Harrington
Naomi Klein

Il capitalismo è emerso da una società patriarcale feudale in cui l’eredità maschile della proprietà privata richiedeva che i corpi e le vite delle donne fossero subordinate alle esigenze della famiglia. Tutti i tipi di idee sessiste sostenevano la presunta inferiorità delle donne rispetto agli uomini, anche se le forme di oppressione sperimentate dalle donne erano naturalmente variabili tra classi e linee razziali. Le contadine di certo non erano costrette ad imparare più lingue e le basi dell’etichetta per attrarre un marito. Lavoravano nei campi e in casa. Ma furono comunque influenzate dalle idee e dalla cultura che emanavano dai vertici della società perché, come spiega Marx, “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti… Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale delle relazioni materiali dominanti, le relazioni materiali dominanti afferrate come idee…”

Le norme e i comportamenti patriarcali, e soprattutto le leggi che sancivano il diritto degli uomini di possedere la proprietà (comprese le donne della loro famiglia), implicavano che gli uomini, non le donne, sarebbero diventati i primi capitalisti. Mentre le donne ricche furono confinate in salotti soffocanti, a lavorare a uncinetto e aspettare il giorno del matrimonio e garantire l’eredità in linea maschile della proprietà, le donne della classe operaia e contadina, che non avevano proprietà, lavoravano come madri, badanti, e domestiche, indipendentemente da quanto dovessero lavorare fuori casa per sopravvivere.

Oggi questa continuazione del lavoro riproduttivo sociale da parte delle donne significa che anche se in molti paesi hanno guadagnato diritti politici e civili – attraverso la lotta persistente di innumerevoli donne, persone LGBTQ+ e uomini – la possibilità delle donne della classe operaia e povere di esercitare tali diritti continua ad essere limitata. È ostacolata dalla dipendenza del capitalismo dal lavoro libero che svolgono in casa, dal lavoro di assistenza sottovalutato e dal lavoro part time e spesso precario che svolgono nell’economia formale, e le idee sessiste che persistono e garantiscono la divisione del lavoro di genere vengono riprodotte anno dopo anno, generazione dopo generazione.

Greta Thunberg
Vandana Shiva
Saoirse McHugh

Le idee, le norme e i comportamenti patriarcali hanno oggi un impatto devastante sulle donne. Non solo a causa della discriminazione, degli abusi e delle violenze subite dagli uomini, ma anche dallo Stato e dalle istituzioni sostenute dallo Stato. La grande divisione del lavoro nella società implica che le donne non solo lavorino fuori casa per assicurarsi che le loro famiglie abbiano tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere, ma anche che in media lavorino tre volte più ore degli uomini in casa. In Irlanda, le donne lavorano in casa 11 ore in più alla settimana rispetto agli uomini. Questo ha un impatto sul tipo di posti di lavoro che possono assumere, influisce su salari e stipendi, sulle condizioni di lavoro, e sulla libertà o meno di sviluppare pienamente i loro interessi e talenti.

Le donne sono anche in prima linea contro la distruzione dell’ambiente e l’inquinamento tossico, così come contro il degrado climatico ed ecologico. A Flint, nel Michigan, quando gli effetti dell’avvelenamento da piombo sono diventati chiari, sono state le donne della comunità ad alzare la voce e a lottare ancora oggi, dopo sei anni, per l’acqua pulita. Nell’agricoltura di sussistenza, producendo metà del cibo a livello globale, e nel Sud del mondo, piantando e raccogliendo fino all’80% del cibo, le donne sono costrette a fare i conti più degli uomini con la desertificazione, la mancanza di cibo nutriente, l’accesso all’acqua pulita e la distruzione della natura in generale. In un disastro naturale, le donne hanno anche 14 volte più probabilità di morire.

Le esperienze di queste donne, che costituiscono la maggioranza delle persone più povere del pianeta, che sono e saranno maggiormente colpite dalla pandemia e dalle sue conseguenze, dovrebbero essere portate al centro delle discussioni su come risolvere il cambiamento climatico e la crisi ecologica. Non solo perché sono le più colpite ma anche perché hanno conoscenze e competenze uniche che saranno la chiave per pianificare come stabilire un’interazione più armoniosa tra società e natura. Vandana Shiva spiega che

“Nella maggior parte delle culture le donne sono state custodi della biodiversità. Producono, riproducono, consumano e conservano la biodiversità in agricoltura. Tuttavia, come tutti gli altri aspetti del lavoro e della conoscenza delle donne, il loro ruolo nello sviluppo e nella conservazione della biodiversità è stato rappresentato come non-lavoro e non-conoscenza”

Mies M. e Shiva V., 2014, Women’s Indigenous Knowledge and Biodiversity Conservation from Ecofeminism, Zed Books, New York

Il coinvolgimento delle donne nelle organizzazioni agricole e contadine ha ampliato la lotta per la sovranità alimentare fino a includere la lotta contro la violenza di genere e l’uguaglianza per le donne. Le donne all’interno di La Via Campesina, ad esempio, “difendono i loro diritti di donne all’interno delle organizzazioni e della società in generale… e lottano come donne contadine insieme ai loro colleghi contro il modello neoliberista dell’agricoltura”. Esse aiutano le organizzazioni a comprendere i molti ostacoli che impediscono alle donne di aderire e contribuire ai movimenti, in particolare “la divisione del lavoro per genere [che] significa che le donne rurali hanno meno accesso alla risorsa più preziosa, il tempo…”

Al centro dell’ecofemminismo vi è il rifiuto del dominio del controllo umano sulla natura, a favore di un riconoscimento “della centralità dell’integrazione umana nel mondo naturale”[4]. Come hanno sostenuto John Bellamy Foster[5] e altri teorici della frattura metabolica, questo è anche un punto centrale nella critica di Marx al capitalismo. Marx scrisse che

“[gli esseri umani] vivono dalla natura… la natura è [il nostro] corpo, dobbiamo mantenere un dialogo continuo con essa per non morire. Dire che [la nostra] vita fisica e mentale è legata alla natura significa semplicemente che la natura è legata a se stessa, perché [noi] siamo una parte della natura”.


Se non lottiamo per una trasformazione completa della nostra interazione società-natura, dove la produzione sia organizzata in modo ecologicamente equilibrato, la frattura tra natura e umanità peggiorerà con conseguenze devastanti per la salute umana, la distruzione ambientale, la perturbazione del clima e una perdita irrimediabile della biodiversità.

Femminismo ecosocialista

Mentre le ecofemministe indicano giustamente la subordinazione e il dominio delle donne e della natura come una causa comune, le ecofemministe marxiste (o quelle che io chiamo femministe ecosocialiste) non sono d’accordo sul fatto che il legame delle donne con la natura sia radicato nella loro biologia riproduttiva. L’essenzialismo[6] di alcuni filoni ecofemministi ci conduce lungo un percorso di determinismo biologico che tanto femminismo della seconda ondata combatteva per distruggere, e contro il quale stiamo ancora lottando[7]. Dobbiamo anche fare i conti con la rivoluzione sulla questione gender/binarietà richiesta dalle persone trans, intersessuali e di genere non conforme, che non rientrano e non rientreranno nelle semplici categorie maschio/femmina e in tutto il bagaglio culturale che ne deriva.

Pur riconoscendo la conoscenza unica che le donne hanno nel lavoro di cura, per le famiglie e per la natura, non accettiamo che esso sia intrinsecamente da donne o femminile, come suggerisce un certo ecofemminismo. Pulire la casa, cucinare i pasti, allevare bambini, coltivare per sfamare la famiglia, o raccogliere l’acqua quotidiana non è “lavoro da donne”, ma piuttosto forzare i bisogni della società sulle loro spalle. “Salvare il pianeta” non è né lavoro delle donne né loro responsabilità.

Vogliamo porre fine alla divisione di genere all’interno e all’esterno della casa e chiediamo che questo lavoro sia organizzato tra la comunità più ampia, ad esempio attraverso l’assistenza pubblica gratuita all’infanzia, lavanderie comunali e mense. Ciò avrebbe l’effetto di liberare le donne da questo lavoro, ma aprirebbe anche la porta a una società in cui la comunità sia responsabile dell’organizzazione del lavoro di riproduzione sociale in modo che le idee sessiste su “lavoro delle donne” vs. “lavoro degli uomini” possano iniziare ad appassire. Le donne saranno quindi libere di scegliere il lavoro che vogliono svolgere, inclusa l’agricoltura, il lavoro ambientale/ecologico che tante già svolgono, arricchendo tutta la società con i loro contributi.

In contrasto con l’ecofemminismo “essenzialista”, il femminismo ecosocialista vede il “legame” delle donne con la natura e il nostro ambiente come costruito e rafforzato socialmente per ragioni materiali. “Le donne non sono «tutt’uno» con la natura… ci siamo «lanciate» in un’alleanza” con essa[8].

Il capitalismo considera la natura e il lavoro riproduttivo sociale delle donne come doni liberi, completamente al di fuori dell’economia formale (e quindi senza valore) e tuttavia assolutamente centrali per la propria capacità di generare profitti. Ad esempio, il valore di una vecchia foresta non viene contabilizzato quando gli alberi vengono abbattuti e il legno utilizzato per fare mobili. Sotto il capitalismo, il valore di una merce (che sia una camicia o una casa) si basa sulla quantità media di forza lavoro utilizzata per realizzarla, compreso il lavoro speso nell’acquisizione dei materiali, ma non il “valore” delle materie prime in sé. È lo stesso per il lavoro domestico. Il lavoro in casa – cucinare, pulire e fare la spesa – assicura che i lavoratori siano in forma e in grado di sgobbare sul posto di lavoro giorno dopo giorno; e il lavoro necessario per partorire e prendersi cura dei bambini assicura che una nuova generazione di lavoratori sia pronta ad entrare nel luogo di lavoro e a creare ricchezza per i capitalisti. Tutto questo è fatto principalmente dalle donne e gratuitamente per quanto concerne il capitalismo. Questi “doni liberi” – da parte della natura e delle donne – sono “espropriati” dal capitalismo. Essi vengono presi e consumati nel processo di accumulazione del capitale senza compensazione, riducendo il costo di produzione e esternalizzando i costi reali sul resto della società.

Per le ecofemministe marxiste, il dominio degli uomini sulle donne nella società e nella natura in generale non è quindi un risultato delle sole idee patriarcali. La loro continuazione e l’utilizzo da parte del capitalismo mantiene le divisioni tra donne e uomini (insieme a quelle tra neri/ bianchi, etero/ LGBTQ, cis/ non-binari) lavoratori e poveri per garantire che i profitti continuino e il loro marcio sistema di classe persista.

Cosa più importante, le femministe ecosocialiste sottolineano la differenza cruciale tra le donne della classe operaia o contadina e le donne che arrivano ai vertici del potere. L’ecofemminismo può a volte “idealizzare eccessivamente le donne e la storia delle donne…” e “[riaffermare] l’immagine ‘totalizzante’ di ‘donna’ universalizzata… ignorando le differenze tra le donne”[9]. Mentre tutte le donne sperimentano il sessismo, i bisogni e le richieste delle “donne”, anche delle lavoratrici e delle contadine, non sono uniformi. Non tutte le donne della classe operaia furono costrette ad assumere il ruolo di casalinghe. Come ha spiegato la socialista rivoluzionaria nera Claudia Jones nel suo saggio An End to the Neglect of the Problems of the Negro Woman!, il razzismo strutturale del capitalismo implicava che le donne nere negli anni Quaranta fossero spesso la principale fonte di sostentamento della famiglia e dovessero lavorare per lunghe ore, di solito pulendo o badando ai bambini per le famiglie bianche, prima di tornare a casa a lavorare per conto proprio[10].

Dobbiamo anche tenere a mente che la richiesta di più voce alle donne si incontra fin troppo facilmente all’interno del capitalismo con quella delle Josepha Madigan, Angela Merkel e Ursula von der Leyen. La nuova amministrazione Biden negli Stati Uniti è il caso più recente con la prima vice presidente nera e asiatica e la prima donna indigena a guidare il Dipartimento degli Interni.

L’ascesa del nuovo movimento femminile accanto a un crescente movimento di giustizia climatica dà impulso alle idee ecofemministe, cosa nel complesso positiva (nonostante gli argomenti essenzialisti, che vanno fortemente contrastati). Tuttavia, fintanto che i diritti di proprietà privata vengono rispettati affinché le multinazionali facciano praticamente tutto ciò che vogliono alle foreste, alla terra e all’acqua impunemente e fintanto che gli stati agiscono a favore dei loro interessi contro i nostri, che sia per mano di uomini o donne, la natura continuerà a essere distrutta, il clima sconvolto e le donne soffriranno in modo sproporzionato (con le donne povere, nere e non bianche e le emarginate che soffrono di più). Dobbiamo spingerci molto oltre e chiedere un ecofemminismo che sia risolutamente anti-capitalista e socialista e andare verso un femminismo ecosocialista che veda il nostro lavoro come l’inizio della via d’uscita. Sotto il capitalismo patriarcale e razziale[11], le lavoratrici e le contadine lavorano dentro e fuori casa. Questo duplice ruolo dà loro una visione dell’insostenibilità e del carattere distruttivo del capitalismo. È per questo che così tanti movimenti per un cambiamento radicale sono guidati dalle donne, nonostante le barriere supplementari sul nostro cammino. Ma è nella nostra fatica nei luoghi di lavoro e dove produciamo per il capitale che abbiamo più potere per combattere e vincere.

Come il carburante per il motore, il profitto è ciò che alimenta il capitalismo, e tutti i profitti provengono dalla nostra fatica sul posto di lavoro. Sia che stiamo pulendo i pavimenti, che ci occupiamo del registratore di cassa, o che azioniamo macchinari in una linea di produzione, il nostro lavoro è ciò che fa andare avanti il sistema capitalista. Se decidiamo di intraprendere un’azione collettiva, di rallentare il nostro lavoro o addirittura di scioperare, per un’ora, un giorno o per un tempo indefinito, porteremo a un brusco arresto imprese, città e persino interi paesi. Ciò significa che ə lavoratorə, che comprendono la maggioranza sfruttata e oppressa, hanno un enorme potere potenziale se organizzatə.

Le lavoratrici insieme agli uomini nei loro luoghi di lavoro hanno usato il loro potere per combattere il sessismo che sperimentano – come hanno fatto i lavoratori di McDonald’s – e per prendere di mira carbone e gas – come hanno fatto gli insegnanti in West Virginia. Quando le operatrici sanitarie dell’INMO[12] hanno scioperato nel 2019, hanno chiarito che le loro richieste di retribuzione e mantenimento hanno avuto un impatto diretto sull’assistenza sanitaria inadeguata che riceviamo tutti e, sebbene non abbiano ottenuto tutto ciò che chiedevano, hanno ottenuto più di quanto originariamente offerto dal governo. Dobbiamo basarci su questi e innumerevoli altri esempi della storia, rafforzare i nostri legami nei luoghi di lavoro così come nella comunità e organizzarci per sfidare il capitalismo patriarcale ovunque attacchi la vita, la società e il nostro ambiente.

Jess Spear
Traduzione di Silvia Treves

Jess Spear, scienziata del clima, è stata candidata e responsabile della campagna elettorale di Socialist Alternative al parlamento dello stato di Washington (USA) nel 2014. Oggi è attivista socialista a Seattle.


Note

[1] movimento internazionale che raggruppa le organizzazioni contadine di svariate parti del mondo, con l’obiettivo principale di promuovere politiche agricole ed alimentari solidali e sostenibili [NdT]

[2] Mellor M., 1996, The Politics of Women and Nature: Affinity, Contingency or Material Relation?, Journal of Political Ideologies, vol. 1, no. 2

[3] Ibid.

[4] Mellor M., 1996, The Politics of Women and Nature: Affinity, Contingency or Material Relation?,Journal of Political Ideologies, vol. 1, no. 2.

[5] John Bellamy Foster, Marx’s Ecology (2000); Kohei Saito, Karl Marx’s Ecosocialism (2018). 

[6] Genericamente, nel linguaggio filosofico, dottrina che assegna all’essenza una superiorità ontologica rispetto all’esistenza [Vocabolario Treccani]

[7] Cioè, la capacità riproduttiva dovrebbe determinare (e in molti casi, limitare) il vostro ruolo in casa e sul posto di lavoro a quelli ritenuti lavori “da donne”: badare ai bambini, cucinare, pulire, insegnare, fare assistenza infermieristica e così via [NdA]

[8] Mellor, op.cit.

[9] Mellor, op.cit.

[10] Spear, Jess, ‘Lesser-spotted comrades: Claudia Jones’, Rupture, Autunno 2020

[11] Il capitalismo razziale denota la storia dello sviluppo del capitalismo come una storia di brutale schiavitù, genocidio dei popoli indigeni e immensa distruzione del mondo naturale. “Capitale” ha scritto Marx in Capital Volume 1, “[è venuto] gocciolante dalla testa ai piedi, da ogni poro, con sangue e sporcizia” [NdA]

[12] Irish Nurses and Midwives Organization [NdT]

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