Una specie di salamandra, un animaletto molto dolce e carino. E praticamente immortale.


Scaricalo qui: Un racconto dell’arcipelago, Delos Digital

Il collasso della civiltà è già avvenuto, in un passato non così remoto: i più anziani ancora hanno memoria dei grandi disastri naturali e delle successive guerre. Sull’isola mediterranea di Gavdos, comunità statale di Nea Ellada, il vecchio Kostas, eroe della Guerra di Difesa, adesso vive in pace nella placida comunità marittima in cui tutti si conoscono — almeno, fino al giorno in cui nella baia entrano due navi a vapore dallo scafo di metallo. Per suo nipote Nikos e la moglie Irini è una novità, ma il vecchio combattente purtroppo ricorda bene quei vascelli da guerra… e scatta un piano di emergenza, che comincia con una fuga nella vicina Creta, dove l’ex moglie di Nikos, Ekaterini, dirige un laboratorio di ricerche genetiche sulla longevità animale, con l’obiettivo di trasferirla anche alla vita degli esseri umani. È questa la ragione per cui i fantasmi in divisa riemersi dal passato invadono Gavdos e torturano gli abitanti in cerca di informazioni? Ma cosa possono Kostas e i suoi pochi contro un esercito armato e organizzato, che si getta sulle loro tracce? Non sempre, però, le armi più efficaci sono quelle da fuoco, e nei laboratori di Ierapetra sta avvenendo qualcosa di assolutamente rivoluzionario a partire dal patrimonio genetico di un piccolo anfibio messicano, l’axolotl.

Civiltà post-industriale, democrazia, genetica, longevità in un racconto lungo di Stefano Carducci e Alessandro Fambrini

Stefano Carducci e Alessandro Fabrini durante un’intervista radio
Gli autori

Stefano Carducci (Venezia, 1955) è laureato in letteratura americana all’Università Ca’ Foscari Venezia con una delle prime tesi dedicate alla fantascienza. Dal 1983 al 1990 ha collaborato con la Perseo libri di Bologna curando la rivista “Nova SF*” e i romanzi di Brian W. Aldiss, Christopher Priest, Ian Watson, e altri. Ha tradotto tra gli altri Michael Moorcock, Theodore Sturgeon, Lucius Shepard, K.S. Robinson. Ha pubblicato numerosi romanzi, racconti e saggi sul fantastico in diverse pubblicazioni del settore. 

Alessandro Fambrini (Seravezza, 1960) è professore ordinario di Letteratura Tedesca all’Università di Pisa. Si è occupato di letteratura tedesca dell’Ottocento con saggi e articoli su Tieck, Heine, Hebbel, Stifter, Wagner, Nietzsche. La sua ricerca si è rivolta anche alla letteratura del Novecento con saggi su scrittori come Wedekind, Rilke, Mann, Kafka. Contribuisce come critico e come scrittore all’ambito del fantastico e della fantascienza, e sono numerosi i suoi racconti e saggi usciti su varie pubblicazioni del settore. Ha tradotto opere di Kurd Laßwitz e di altri autori del fantastico tedesco.


L’incipit

Il vecchio Kostas, occhi chiusi sulla terrazza di casa, si lasciava scivolare addosso i gentili raggi del sole pomeridiano. Non era più, da tempo, il sole feroce della sua impietosa giovinezza, a curare asini sghembi sugli scheletrici monti dell’isola di Gavdos. Avevano tentato di spiegargli com’era possibile, in una singola vita, che il sole si fosse placato e i pendii desertici e petrosi della sua isola, tenuti insieme da cespugli spinosi ed eriche ferrose, fossero diventati prati verdi e campi di frumento. Non aveva bisogno di spiegazioni, lui, che aveva visto l’estrema povertà della sua famiglia di pastori tramutarsi in pochi anni nell’effimero benessere del turismo, per essere poi spazzato via d’un tratto dalle alluvioni, e dalla guerra. E ancora, quando i suoi figli erano piccoli, il lungo periodo sospeso, le ferite che lentamente si rimarginano, il mare che si riposa, finalmente, le persone che ricominciano a parlarsi. Da quel momento, a Kostas era sembrato che, d’improvviso, la vita avesse accelerato, molti cambiamenti l’avevano mutata, ma erano state trasformazioni necessarie, metamorfosi dovute a quell’aria che aleggiava sulla sua isola e che i suoi lontani progenitori avevano chiamato destino. O forse era soltanto lui che era diventato vecchio, e si era fermato.
Ma dopo una vita senza respiro, stava bene a non fare nulla nella sua modesta casa a mezza costa sulla spiaggia, la terrazza che dominava la baia, le barche allineate lungo il molo, e quelle che rientravano dai loro traffici, finalmente pacifici, gli scafi affusolati che sfioravano l’acqua, il ghiaccio delle loro vele solari che si confondeva con l’argento del mare illuminato dai raggi del sole.
Aprì gli occhi. Vide un paio di vele scivolare verso il molo con una manovra azzardata; alcuni marinai saltarono a riva senza aspettare di aver completato l’attracco e partirono di corsa verso l’edificio della capitaneria.
Da dietro la collina che terminava la baia strisciava una nuvola grigia. I temporali erano rari in quel periodo dell’anno, pensò Kostas, eppure qualcosa si stava avvicinando. Si tirò in piedi, appoggiandosi al bastone con l’impugnatura a forma di gabbiano, e fissò l’orizzonte che si stava sporcando di un fumo color cenere.
Lontano, all’imboccatura della baia, con lentezza, quasi volendo annunciarsi in pace, comparve prima la prua poi l’intero scafo di una grande nave di una forma che soltanto la memoria di Kostas poteva ricordare. Alta sull’acqua, imponente e aggressiva, il colore metallico della chiglia che appariva e scompariva sotto la linea di galleggiamento sembrava assorbire la luce come un buco nero. Il vapore che usciva dai due fumaioli disegnava fantasmi di fumo sullo sfondo della baia. Kostas per un attimo sentì di essere ripiombato in un tempo che non avrebbe mai voluto rivivere.
Per qualche minuto sembrò che tutta l’isola trattenesse il respiro. Poi una scialuppa venne calata in acqua dalla nave venuta da un altro tempo, si sentì il rumore di un motore a scoppio che veniva azionato, e la barca si diresse verso la baia. Dietro di lei altre due scialuppe più grandi, cariche di uomini. Prima di raggiungere il porto le imbarcazioni decelerarono, disponendosi attorno al molo. Il rumore, la scia di scarichi venefici, tutto aveva un aspetto angosciante di minaccia.
Kostas rientrò in casa e si preparò a partire.

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