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Juli Zeh, Turbine, traduzione di Madeira Giacci, 618 pagg, Fazi editore 2018, € 18,50 (carta), € 9,99 (ebook)

“Turbine” di Juli Zeh, uscito in Germania a inizio 2016 ed edito in Italia da Fazi Editore nel 2018, è un voluminoso romanzo “di costume” che segue le reazioni e le storie di una composita serie di personaggi, abitanti del villaggio di Unterleuten nel momento in cui la loro zona depressa e sottopopolata è scelta come nuovo sito per una installazione di turbine eoliche.

(Proprio “Unterleuten” è il titolo originale, e ha un significato che è praticamente il manifesto: “Tra la gente”).

Il romanzo è stato un caso letterario in patria, e in effetti si concentra molto sulla realtà nazionale, in particolare quella di luoghi dismessi, non urbani e non rurali, che, posti nei dintorni delle città, sono lasciati in una zona grigia dove i fantasmi del passato, in questo caso i dolorosi decenni della DDR, si sentono ancora.

E c’è una loro graduale riemersione, attraverso il dipanarsi delle storie dei personaggi e la ricostruzione del loro passato, dei loro conflitti, dei loro traumi, che è uno degli elementi di interesse del testo, anche per chi non conosca nei dettagli la storia tedesca.

La questione delle turbine eoliche è il tema centrale, e di estrema attualità, visto che in pratica sta succedendo ora.

Gli impianti eolici sono opere mastodontiche che giocoforza coinvolgono le comunità presso le quali sono installati. Zeh parte con le relazioni tra alto e basso: ovvero tra decisioni statali e legate al trend mondiale di riconversione energetica, e le comunità che vengono espropriate di terra, panorama, potere decisionale, attraverso politiche di incentivi che nascondono il ricatto enorme, anche ideologico. Ma quasi subito l’autrice sceglie di concentrarsi sulle dinamiche che si ingenerano all’interno di una comunità piccola e svantaggiata, posta in tale relazione.

Il villaggio di Unterleuten diventa quindi un “caso studio”, un laboratorio nel quale Zeh riesce a isolare e mettere in luce varie direttrici della complessità sociale locale, attraverso capitoli in cui si alternano i punti di vista di vari personaggi, costruiti a tavolino per rappresentare queste direttrici.

C’è il vecchio comunista che non si è mai integrato nel capitalismo; c’è il “capo” del villaggio, ex possidente e poi quadro nella DDR, che si è ripreso molte terre con il ritorno della democrazia e non ha mai smesso di ragionare da padrone; c’è la coppia di accademici cittadini, trasferitasi in “campagna” alla ricerca di quiete e di aderenza a un proprio quadro ideale che si tenta disperatamente di far accadere; c’è lo speculatore berlinese che fiuta l’affare e corteggia la proprietaria dei terreni coinvolti dall’impianto, arrivata da fuori per avviare la sua impresa; c’è il sindaco pressato dalle autorità, che tenta di muovere i delicati fili delle relazioni e reputazioni per portare a casa il placet della cittadina; e tutta una serie di altri personaggi, la cui caratteristica principale è un arrivismo basico e non razionalizzato, che li porta a elaborare piani e contropiani nei quali il passato ha altrettanto peso del presente; e il contesto più ampio, quello appunto della grande riconversione pseudo ecologica capitalista, lo colgono solo a sprazzi, quasi per sbaglio.

Questo si potrebbe anche dire del romanzo stesso, che si concentra sul piccolo: sui pensieri, i ricordi, le digressioni di tutti questi personaggi, in capitoli lunghi e spesso pesanti, dove si procede per accumulo successivo, e per riscontro solo occasionale tra i vari punti di vista. Un climax lentissimo, a tratti estenuante, per arrivare al tipico finale (in stle millennial) in cui tutto conflagra ma nessuno vince davvero, e il messaggio civile c’è, ma dosato in modo abbastanza scaltro da non diventare tesi, e da lasciare molta, troppa parte delle conclusioni a chi legge.

La prova di questo mi sembra di trovarla nelle recensioni al romanzo, davvero molto disallineate tra loro. Alcune lodano la “composizione locale”, parlano di ironia, lucidità, e di sostrato di speranza; altre mettono in luce la violenza repressa che aleggia tra le righe e ne escono con sensazioni di oscurità e pericolo. Probabilmente hanno tutte ragione, perché nel romanzo c’è tutto questo in un equilibrio permesso dallo stile che sembra voler registrare senza giudicare, ma in cui il ricorso all’ironia sottotraccia permette sia di condannare, che di depotenziare la condanna, nello stesso momento.

La lettura in traduzione non mi consente di fare considerazioni stilistiche, eccetto la forte aderenza al contemporaneo, dimostrata dall’insistente nominare realtà commerciali e piattaforme online internazionali che tutti conosciamo. C’è attenzione al contesto locale, come già detto, attraverso accenni oscuri a chi non sia tedesco, ma abbastanza “potabili” per non restare del tutto incomprensibili.

La lettura di “Turbine”, è a mio avviso inutilmente pesante e lunga a causa dell’immersione in moltissimi punti di vista “selezionati in laboratorio”; resta interessante perché tocca un tema molto attuale, reso ostico dalla sua complessità e dal fatto che sta ancora avvenendo. Anche se la complessità più grande, quella dei grandi interessi economici della riconversione, non è affrontata se non con vaghezze, la prospettiva comunitaria di Zeh ci dà comunque un’idea delle tante poste in gioco, e di conflitti verosimili che portano con sé storie e vissuti esistenziali: quando arrivano, le pale non sono solo pale, né la salvezza green del mondo, ma un intervento molto pesante sul paesaggio naturale e umano, che in quanto “ecosistema” non può non patire pesanti conseguenze.

Giulia Abbate

Juli Zeh, nata nel 1974, lavora come avvocata a Lipsia. Autrice pluripremiata e tradotta in 35 lingue, è una delle scrittrici di spicco della Germania contemporanea. Ha pubblicato vari libri che spaziano fra i generi più svariati, ma sempre accomunati dalla questione morale di fondo.

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