Solarpunk Italia ha partecipato a Milano alla mostra tematica “Come raccontare la crisi climatica” che Extinction Rebellion ha organizzato in contemporanea anche a Verona, Parigi, Abuja, Copenhagen e Singapore.

Nel concept della mostra XR sfida gli artisti a sperimentare nuove modalità non necessariamente distopiche e catastrofiche per comunicare la gravità e l’urgenza di questa crisi.
All’umanità serve una via di uscita, e per questa serve immaginare un mondo migliore.


Giovedì 27 ottobre la redazione di Solarpunk Italia è stata presente all’Academy Franco Angeli di Milano con un panel per spiegare il solarpunk.

Solarpunk: la parola, la visione, la letteratura

Questo è il testo degli interventi di Romina Braggion e Silvia Treves

Cos’è il solarpunk

Romina Braggion

Cos’è il solarpunk. Una volta incontrato il termine, una ricerca su internet produrrà numerosi risultati.
Sul sito Solarpunk Italia di cui faccio parte insieme a Giulia Abbate, Franco Ricciardiello e Silvia Treves potrete trovare numerosi contributi, tra cui anche una cronologia solarpunk, che tentano di fornire una bussola per orientarsi nel genere.
Sebbene il solarpunk sia in divenire, la visione a cui ci atteniamo è ancora ben rappresentata dal nostro manifesto che recita:

Il solarpunk immagina un futuro migliore, coltiva la speranza, pratica la rivolta, rigetta il capitalismo, include umani e non umani.

Per inquadrare il genere a livello temporale e territoriale si può affermare che sia nato intorno al 2008/2010 in America Latina; se ripensate allo slogan del manifesto si comprende facilmente il motivo per cui proprio nel sud del mondo si è sentita la necessità di immaginare la speranza.
Infatti mi piace pensare che il solarpunk sia un movimento artistico o la voce artistica di cui si è dotato l’attivismo ambientale proprio nei territori più predati e danneggiati dall’intervento umano.

Nel nome è celato il destino del genere: solar è la fonte di vita che irradia rinnovamento.
Dalla fonte ancestrale e archetipica si trae l’energia intesa meramente come combustibili rinnovabili, di qualsiasi tipo, esistenti e da inventare; è l’energia spirituale impiegata in nuove immaginazioni; è l’energia sociale praticata per progettare insieme e costruire insieme; è la potenza attiva dell’impegno per contrastare modelli di sviluppo non più percorribili (a tale riguardo vi suggerisco la lettura della biografia intitolata La via di Laura Conti, una donna dai mille talenti e di esemplare impegno civile); è la perseveranza di prendersi cura del nostro pianeta infetto e imparare ad adattarsi (di nuovo suggerisco un libro recensito da me su solarpunk italia: Chthulucene, come sopravvivere su un pianeta infetto di Donna Haraway.)

Punk è la ribellione nei confronti di un sistema economico, sociale, culturale, patriarcale, coloniale realizzata mediante attivismi collettivi in aperta opposizione all’individualismo elitario e distruttivo caratteristico del cyberpunk, per esempio.

L’energia “solare” incanalata verso la ribellione implica progettualità, responsabilità e coraggio nella costruzione di mondi migliori. Inoltre impone lo svelamento e l’individuazione dei responsabili della catastrofe in corso, intesi come sistemi e come individui che li sostengono, e il contrasto in quanto antagonisti alla vita sul pianeta.

Finora ho detto cos’è il solarpunk. Posso ora mostrarvi cosa non è. Intanto non è fuffagreen, non è decorazione incosciente e superficiale, non è ciò che ha una parvenza di sostenibilità ma serve solo a mantenersi all’interno dell’attuale sistema tossico.
Un esempio eclatante sono le numerose attività volte a promuovere la transizione ambientale e foraggiate dalle risorse del PNRR. Si tratta spesso di stratagemmi inutili e insensati per accaparrarsi denaro pubblico, spacciati per progetti di educazione alla cittadinanza responsabile.
Inoltre il solarpunk non è appropriazione ideologica da sottomettere al volere del mercato e non è una novità modaiola da cavalcare alla bisogna.
Infine il solarpunk impone a3 narrator3 ragionamento, analisi e smantellamento del sistema che regola le nostre vite affinché le opere prodotte siano coerenti con i fondamenti del solarpunk stesso.

Franco Ricciardiello, Silvia Treves e Romina Braggion davanti all’opera “From Linear to Circular” di Mariella Ferrari, selezionata per la mostra di Extinction Rebellion

Antropocene o Capitalocene?

Silvia Treves

Rispetto ad altri tipi di narrazione a tema climatico, il Solarpunk pone un netto discrimine contro il modello di sviluppo imperante che ha provocato, tra l’altro, la crisi climatica. In poche parole, contro il capitalismo.

Sono convinta che, dietro i nomi, esistano verità profonde, per questo mi soffermerò sull’uso della parola Antropocene.

I geologi hanno chiamato l’epoca in cui viviamo Olocene, facendola iniziare circa 11.700 anni fa. La linea di demarcazione con il periodo precedente (Pleistocene) coincide con due eventi, uno geologico – la fine della glaciazione di Würm – e uno che potremmo chiamare “culturale”: l’introduzione dell’agricoltura.

L’Antropocene (il cui inizio è datato a metà del Novecento) sarebbe quindi la “naturale” continuazione dell’Olocene, ovvero l’epoca in cui l’azione umana sta condizionando il pianeta Terra su scala globale, divenendo una vera e propria forza geologica, superiore ad ogni altra, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica (CO2) e metano (CH4) nell’atmosfera.

Noi umani – e le specie Homo che ci hanno preceduto – proprio per le nostre caratteristiche di specie gregarie e collaborative, con ampio volume cerebrale, la capacità di parlare e con le mani che ci permettono di costruire utensili complessi, abbiamo da subito modificato gli equilibri ecosistemici. Ne è un esempio l’estinzione pleistocenica della megafauna nordamericana (bradipi giganti, tapiri, orsi, bisonti, mammut, mastodonti, castori giganti, leoni, smilodonti ecc.) avvenuta dopo l’arrivo dei Sapiens nel Nord America, dove le prime tracce di presenza umana datano a 14.000 anni fa, con probabili datazioni precedenti. Secondo studi più datati, il contributo umano fu determinante, ma uno studio del 2015 attribuisce ai Sapiens un concorso di colpa insieme a un cambiamento climatico.

L’impatto umano è aumentato successivamente, a causa dell’agricoltura e, molto più avanti, dell’industrializzazione.

Da allora i Sapiens hanno lasciato sul pianeta tracce che resteranno visibili per milioni di anni. Uno studio recente pubblicato su «Science» ce ne presenta le cause:

  1. Esplosioni atomiche: dagli anni Quaranta in poi.
  2. Combustibili fossili: in poco più di 150 anni, la concentrazione di CO2 in atmosfera ha raggiunto il record di 420 ppm (e continua a salire) e lascerà tracce un po’ ovunque, nei ghiacci antartici, nei sedimenti del terreno, in ossa fossili e conchiglie ecc.
  3. Nuovi materiali: alluminio, acciaio, calcestruzzo, plastica (500 milioni di tonnellate ogni anno che contribuiscono a creare negli oceani strutture come il pacific trash vortex), e così via.
  4. Impronta geologica: attività minerarie, deforestazione, erosione costiera, agricoltura intensiva.
  5. Fertilizzanti: l’aumento di fosforo e azoto inquina le falde acquifere e lascerà un’impronta chimica visibile per millenni.
  6. Riscaldamento globale: (qui i dati di United in Science, rapporto delle Nazioni Unite 2022).
  7. Eventi estremi  che si succedono su vasta scala (nel 2022 inondazioni e piogge intensissime in Bangladesh, siccità profonda in Cina).
  8. Estinzioni di massa: come spiega Elizabeth Kolbert, in La sesta estinzione, una storia innaturale, siamo vicini a provocare un’altra estinzione di massa che colpirà non soltanto animali ma anche piante.

Il termine Antropocene, in definitiva, è motivato. Ma ingannevole: pare un’ammissione di colpa ma, in realtà, diluisce le responsabilità su tutti i Sapiens. Sappiamo, bene, però, che questo non è vero. La responsabilità non può essere contemporaneamente dei colonialisti e dei colonizzati, dei padroni e della povera gente, dei danneggiatori e dei danneggiati, dei predatori e dei depredati.

Ecco perché Antropocene non basta al Solarpunk, e Capitalocene – che non si traveste da epoca geologica – ci pare un termine più chiaro.

È vero che, se anche magicamente scomparisse il capitalismo, il danno inflitto non sparirebbe, ma – finché continueremo a tirare in ballo tutti gli umani – non riusciremo mai a eradicare le cause di tutto ciò che è stato. E con tutto intendo non soltanto la crisi climatica, ma razzismo, sessismo, specismo, ingiustizie di genere, sfruttamento e così via.

In poche parole, la crisi climatica, per quanto assolutamente di primaria importanza, è soltanto una delle facce del Capitalocene.

Per vederle tutte, queste facce, sarebbe utile una riflessione sulla nostra storia di europei che hanno invaso altri continenti, depauperato le altre culture fino a farle sparire, depredato le Americhe (regalando ai nativi un gran numero di malattie come il vaiolo, il morbillo ecc.) e l’Africa delle loro ricchezze oltre che dei loro abitanti (non dimentichiamo che l’economia degli Stati Uniti del sud è prosperata grazie agli schiavi che lavoravano nelle loro piantagioni) e colonizzato parte dell’Asia. Quello, probabilmente, è davvero stato l’inizio di tutto.

Colonialismo, quindi, è una delle parole chiave, legata com’è al razzismo, ma anche allo specismo, dal momento che il capitalismo considera il non umano soltanto merce: gli allevamenti intensivi, oltre a essere crudeli, sono anche fonte diretta di inquinamento (CO2, CH4) e di consumo d’acqua e, indirettamente, di deforestazione per tenere i terreni a pascolo.

A difendere la foresta amazzonica sempre più minacciata restano soltanto gli attivisti, spesso di popolazioni indigene, che pagano con la vita le loro azioni.  Nel 2020 in America Latina sono stati uccisi 170 attivisti. Quasi il 70% di loro conduceva battaglie contro la deforestazione.

Per finire scelgo una citazione “speranzosa” presa da un lungo articolo, Pratiche immaginative per il mondo a venire («Kabul Magazine») che, riferendosi al Solarpunk, afferma che questo movimento immagina:

società altre, de-urbanizzate, in cui la natura non sia più estromessa all’interno di perimetri, eterotopie e quant’altro, ma divenga la radice da cui le città del futuro, imparando a convivere con il non umano, possano finalmente fiorire.


Silvia Treves e Romina Braggion
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