Elvia Wilk

Questo intervento tradotto da Silvia Treves e tratto da e-flux architecture è uno dei post più citati in tutto il mondo quando si parla di Solarpunk


Siamo Solarpunk perché le uniche altre opzioni sono negazionismo o disperazione.

Adam Flynn, “Solarpunk: Notes toward a Manifesto

La distopia oggi potrebbe essere diventata un genere di lusso. Indulgere in orribili scenari futuri non è qualcosa per cui abbiamo tempo da perdere. William Gibson recentemente ha riproposto il proprio adagio: “il futuro è qui, ma non è distribuito equamente” per dire che neanche “la distopia è distribuita equamente”. Per la maggior parte, le distopie con le quali i privilegiati tengono occupati se stessi sono vecchie notizie.  Nell’attuale paesaggio politico “quando noi stiamo tutti vivendo nell’ombra di almeno una mezza dozzina di scenari fantascientifici a rotta di collo,” – per citare ancora Gibson – e mentre Hollywood sproloquia su qualsiasi visione paranoica per costruire un migliaio di secondo la regola, soffermarsi sulla distopia potrebbe essere considerato decisamente sciatto.

Insieme alle risorse per trastullarsi e riflettere sul futuro dell’umanità, non dovrebbe arrivare la responsabilità di inventare proposte attuabili invece che racconti ammonitori?

Lasciamo allora che venga quel movimento coalescente chiamato Solarpunk. In un blog post del 2015  intitolato “Solarpunk vuole salvare il mondo” lo scrittore Ben Valentine riassume:

Il Solarpunk è il primo movimento creativo che risponde in maniera cosciente e positiva all’Antropocene. Quando nessun luogo sulla Terra è esente dall’edonismo dell’umanità; il Solarpunk propone che gli umani possano imparare di nuovo a vivere in armonia con il pianeta.
Il Solarpunk è un movimento letterario, un hashtag, una bandiera e una dichiarazione di intenti sul futuro che speriamo di creare.

Ben Valentine, “Il Solarpunk vuole salvare il mondo”

I primi fermenti Solarpunk sono emersi online intorno al 2008, con una notevole espansione intorno al 2014. Almeno finora, le sue origini disperse su internet lo hanno per lo più tenuto lontano da un’unica definizione perentoria o da un deciso orientamento politico. Alcuni solarpunks invocano il futuro specista di Donna Haraway e le utopie del disastro di Rebecca Solnit, mentre altri dicono che i loro ideali si inseriscono perfettamente nella “più ampia tradizione della sinistra decentrata”; alcuni citano il canone fantascientifico del New Weird o della climate fiction, si cita il “post-nichilismo,” e un libro recente aggiunge i draghi al mix. Mentre questa diversità di visioni è il vero punto, si trova anche menzione della “comunità centrale degli amministratori che sanno chi sono”.

Come molti movimenti nati in digitale, specialmente quelli tolleranti dell’anonimato, il Solarpunk è alle prese con che cosa significhi nella pratica l’inclusività. Se tutti sono responsabili,  nessuno è responsabile.

Come “un movimento, un hashtag una bandiera”, il Solarpunk punta a trasformare la fantascienza in azione scientifica. Una emergente sensibilità estetica sostiene e guida questo impulso. Come stile di genere la rappresentazione visuale Solarpunk è decisamente architettonica e infrastrutturale: nonostante molti blogger enfatizzino l’importanza del “locale”, è necessariamente globale nella concezione.  La consapevolezza della scala planetaria della distruzione ambientale è precisamente il punto da cui deriva un senso di urgenza. Di fronte alla crisi percepita, il Solarpunk chiede narrazioni costruttive, formative. Narrazioni che non siano timide circa la fatttibilità delle loro intenzioni.

Le storie di fantascienza che hanno previsto il futuro sono legioni, dai satelliti in orbita geostazionaria di Arthur C. Clarke alle interfacce controllate dal movimento di Minority Report e al cyberspazio di Gibson (anche se il modo in cui la parola è di solito usata non è veramente fedele al suo concetto). Questi miti sono spesso invocati come una sorta di forma obliqua di validazione del genere grazie all’abilità oracolare degli autori, che è un modo discutibile di valutare un’opera d’arte. In verità, naturalmente, la finzione e la realtà si influenzano sempre reciprocamente, si intrecciano e si fondono. “La fantascienza è un Uroboro” scrive Claire L. Evans.

Eppure la previsione differisce dall’intenzione. In generale, il Solarpunk preferisce essere propositivo, e per farlo propende verso il positivo, l’ottimista.

Molti autori popolari di fantascienza esprimono convinzioni di tipo Solarpunk, sia consapevolmente, schierandosi personalmente con il termine, sia no. Neal Stephenson fondò il progetto Hieroglyph nel 2011: “una iniziativa per creare una fantascienza che intende spronare l’innovazione nella scienza e nella tecnologia”.

In un saggio che descrive il progetto, spesso considerato come un testo centrale del  Solarpunk, Stephenson deplora la mancanza di grandi progressi scientifici negli ultimi decenni, sostenendo che – con tutto il parlare di perturbazioni nella Silicon Valley  – la reale innovazione progressista è stata in gran parte bloccata dal processo decisionale aziendale e accademico volto a ridurre al minimo il rischio. “Dov’è la mia stazione spaziale a forma di ciambella? Dov’è il mio biglietto per Marte?” A fianco di altri, come David Graeber, Stephenson crede che l’attuale povertà di tecno-miracoli promessi da lungo tempo, che potrebbero rivoluzionare la società, non sia dovuta a mancanza di capacità tecnologica, ma alla mancanza di immaginazione collettiva e organizzazione. L’abilità collettiva di immaginare futuri migliori è stata soffocata dalle inibizioni strutturali delle sole istituzioni che possiedono le risorse per fare accadere grandi cose. La fantascienza, dice Stephenson, può aiutare.


Il Solarpunk intende strappare la fantascienza sia dalle fantasie magico-tecnologiche dello Steampunk sia da quelle sulla tecnologia deviata del Cyberpunk.


Chi o cosa è il Solarpunk?

Come i suoi predecessori di genere, Steampunk e Cyberpunk, il Solarpunk dipende da una estetica che si estende all’architettura, al design, alla moda e all’arte. Un dibattito presente nelle sezioni di commento ruota intorno alla domanda se il Solarpunk sia realmente un movimento politico o “soltanto” un genere estetico. Ma naturalmente queste opzioni non sono completamente in opposizione, e l’estetica legata al movimento può lavorare sia pro, sia contro fini esplicitamente politici.

Pur tenendo conto della pluralità e della contraddizione di un fenomeno ancora emergente, e senza fare ipotesi sulla paternità,  è possibile identificare filoni estetici dominanti. In un post ampiamente condiviso su tumblr del 2014, molto dibattuto ma comunque emblematico, l’utente Olivia Louise ha descritto la sua visione di Solarpunk:

Colori naturali! Art Nouveau! Prodotti artigianali! Sarti e stilisti! Tram! Dirigibili! Finestre di vetro colorato, pannelli solari!!! Formazione tecnologica e cibo in crescita! Meno capitalismo corporativo, e più piccole imprese! Tetti e strade solari! Serre comuni in cima agli edifici! Auto elettriche dall’aspetto antiquato! Passerelle senza auto fiancheggiate da negozi indipendenti! Vita tecnologica alimentata da energia rinnovabile in stile Art Nouveau!

Olivia Louise, da Tumblr

Nella sua ostinata ingenuità, quest’ornata visione è filtrata di nostalgia per un immaginario tempo passato in cui la tecnologia era riparabile e libera da produzione di massa e dalla standardizzazione. In generale, questo passato immaginario deriva dal movimento Arts & Crafts che feticizza l’artigianato e il fai-da-te, spesso da parte delle classi superiori con hobby e troppo tempo a disposizione.

Oggi questa scelta è un cambiamento di rotta mirato dal lindo universo aziendale vetro e acciaio, visto dai tecnologi come il modo in cui appare (per i ricchi)  “il futuro” — la maligna essenzialità dei nostri tecno-padroni. Olivia Louise spiega: “Molte persone sembrano condividere una visione della tecnologia e dell’architettura del futuro che assomiglia a un ipod liscio, geometrico e bianco. Che a mio parere è un po’ noioso e sterile, ed è per questo che ho scelto un’estetica Art Nouveau”.

Da questo post e da altri simili, si ha la sensazione che l’estetica del Solarpunk sia in parte negativa, definita da ciò che va evitato: il futurismo tutto scatole bianche di Apple da un lato, e dall’altro, lo spaventoso hackeraggio anarchico – ovvero il caso non utopistico nel caso il sistema di produzione vada in pezzi. Il Solarpunk non vuole né fantasticare sul biancore commerciale da  saponetta Dove del ricco insediamento spaziale in Elysium (che assomiglia molto a Cupertino) né sulla misera Los Angeles tormentata dal bio-hackeraggio pompata dalla musica portoricana  che il film raffigura sulla Terra sottostante. Tra l’orrore della totale opacità tecnologica “scatole bianche” e quella della totale trasparenza tecnologica, questa particolare versione del Solarpunk propone un pannello solare semi-trasparente e colorato.

Il possibile inconveniente di evitare questi due poli problematici si avvita in una forma di nostalgia. A questo proposito il Solarpunk condivide un pezzo di terreno con lo Steampunk, il cui tratto stilistico nella tradizione dei primi autori come H.G. Wells e Michael Moorcock è il neovittorianesimo. Un computer appare nel diciannovesimo secolo a Londra; un ingegnere con cappello a vilindro viaggia nel tempo fino ai giorni nostri; spavaldi navigatori di ethernet salvano damigelle mascherate. Lo Steampunk è affascinato dall’anacronismo tecnologico, che spesso non può evitare di contenere altri anacronismi, ovviamente più problematici.

Molti hanno sostenuto che i tropi Steampunk indicano un desiderio sottilmente velato di tornare a un ordine mondiale in cui i robusti ragazzi bianchi non erano gravati  dai lavori domestici, bensì liberi di essere eroi. Era un mondo in cui i balzi in avanti nella tecnologia industriale permisero il dominio europeo attraverso l’espansione coloniale. In altre parole, è difficile dissociare concettualmente il vapore con cui quell’epoca alimentava l’impero e il patriarcato dalla sovversione rivendicata dal “punk”.

Altri sostengono che, mentre lo Steampunk mostra una palese nostalgia, lo fa con un tocco “postmoderno”; ironia o addirittura satira da un punto di vista contemporaneo sono  spesso integrate nelle narrazioni. A dire il vero, una certa letteratura steampunk usa le convenzioni di genere come armi, altri vi soccombono; alcuni etichettano e altri criticano. Ma la critica diventa un’affermazione complessa, in quanto le caratteristiche estetiche del genere sono diventate tropi, luoghi comuni di stili di vita. Anche se lo Steampunk caldeggia la tecnologia fai-da-te e rivendica i mezzi di produzione, la sua estetica è una nicchia consumistica distinta. Come ha detto il guru della controcultura V. Vale, mentre gli steampunk amano l’estetica del ferro battuto fai-da-te, “non molte persone hanno davvero imparato a saldare.” Perché dovremmo, dal momento che “Hot Topic[1] vende occhiali”?

Sebbene lo Steampunk in teoria glorifichi l’abilità tecnica, la sua scienza è spesso impraticabile o impossibile. “A differenza del disco rigido imperscrutabile di un iPod, è possibile vedere fili e bobine, ingranaggi e ruote dentate che espongono il funzionamento interno di questi dispositivi. [Ma questi] sono solo una rivelazione estetica, non una giustificazione tecnologica.[2]Il Solarpunk si differenzia proprio per il realismo tecnologico che decisamente manca allo Steampunk.

Rispetto a questa distinzione, Il Solarpunk evidenzia le crisi contemporanee. Mentre gli steampunk potrebbero permettersi di essere dei dilettanti, i solarpunk anticipano la necessità: dovrete imparare a saldare quando la produzione di fabbrica inevitabilmente collasserà e le acque alluvionali aumenteranno. In questo senso mostra  somiglianze con il suo cugino più recente, il Cyberpunk (senza considerare, per il momento, seapunk, dieselpunk, atompunk, Teslapunk, splatterpunk, spacepunk, cattlepunk, e quello che Bruce Sterling suggerisce: tutta la fantascienza contemporanea dovrebbe essere chiamata: nowpunk). Il cyberpunk si allontanò dalla nostalgia e indebolì tutta la narrativa sul progresso tecnologico, “introducendo, come fece, la distopia delle multinazionali e un forte senso di lotta di classe[3]”.

Il Solarpunk intende strappare la fantascienza sia dalle fantasie magico-tecnologiche dello Steampunk sia da quelle sulla tecnologia deviata del Cyberpunk. Se il substrato energetico dell’era Steam era il carbone, e quello dell’era Cyber era il petrolio, Il Solarpunk prefigura e mira ad anticipare la catastrofe ambientale passando al solare. Come scrive l’estensore di A Solarpunk Manifesto Adam Flynn, se «lo Steampunk è: “questo è il futuro di ieri che vorremmo aver avuto”», e «il Cyberpunk era: ”Questo è il futuro che vediamo arrivare e non ci piace”» allora «il Solarpunk potrebbe essere: “Ecco un futuro che possiamo desiderare e che potremmo effettivamente essere in grado di ottenere”»

Quindi chi è “noi”?

“Retrodomani” di Sergi Brosa, Barcellona

Passati solari

Il Solarpunk ha una storia segreta. Nel diciottesimo e agli inizi del diciannovesimo secolo, le innovazioni nell’architettura solare videro un deciso boom. Stimolata dalla “piccola era glaciale” (dal 1550 al 1850), una peculiarità geologica durante la quale l’Europa attraversò un periodo estremamente freddo – i metodi di riscaldamento alternativi portarono nell’Europa occidentale del XVIII secolo alla proliferazione di strutture in vetro e alla “età della serra”.

La capacità di garantire la produzione agricola tutto l’anno era particolarmente apprezzata, dato che i nuovi frutti coloniali importati dagli europei avevano suscitato interesse.

Verso la metà del XIX secolo, con l’espansione della classe media, la tipologia della serra portò al giardino d’inverno, una stanza riscaldata a energia solare presente nelle case agiate. In opposizione alla funzione pratica e agricola della serra, i giardini d’inverno presentavano meraviglie botaniche come oggetti estetici e ostentazione della ricchezza accumulata. “Verso la fine dell’Ottocento la nobiltà di campagna era così innamorata dei giardini d’inverno che essi divennero un’importante caratteristica architettonica” della costruzione tardo-vittoriana.

Un secolo dopo, tuttavia, l’energia del carbone divenne più diffusa e molti poterono permettersi di evitare  l’ingegneria solare necessaria per riscaldare i giardini d’inverno in modo naturale, e di riscaldarli artificialmente bruciando carbone. All’inizio dell’epoca Art Nouveau, la serra aveva già smesso di funzionare, ma rimase come ornamento ispirato alla natura: un’imitazione decorativa dell’architettura sostenibile. Questa botanica d’interni, inoltre, era legata al gender, un hobby apprezzato per consentire alle casalinghe di occupare il tempo.

Le serre solari furono accompagnate da altri progressi nel settore solar-tech. Un matematico francese, Augustin Mouchot, inventò un motore a vapore basato sull’energia solare, costruendo il primo prototipo funzionale negli anni 1860.

Fu applaudito come una meraviglia, ma il sole francese non era abbastanza forte da alimentare la macchina in modo affidabile, e così fu inviato nelle colonie più soleggiate per un ulteriore sviluppo. Mouchot si recò ad Algeri per proporre l’espansione del motore a energia solare (con moderato successo; i suoi forni e pozzi a energia solare erano più popolari). Storie simili si ripetono nelle colonie britanniche e tedesche nei decenni successivi, la maggior parte delle quali senza esito per lo scoppio della Prima guerra mondiale.


L’innovazione tecnologica non garantisce in alcun modo una determinata consapevolezza politica. L’utopia del motore solare di Mouchot era la distopia di un intero continente. E la tecnologia globale che si ostinò a esportare non fu particolarmente rilevante o necessaria da essere implementata a livello locale. Se Mouchot a Algeri si fosse semplicemente guardato intorno, avrebbe notato un avanzato sistema termico passivo, già impiegato nell’architettura tradizionale algerina.

Remy Hoff, Norvegia

Dislocazione

Io vedo le utopie come intensamente pratiche, in realtà come pratiche portate agli estremi.

Mckenzie Wark


Se i riferimenti all’Art Nouveau diventano una scorciatoia estetica verso un futuro utopico, per i ricchi diventeranno un altro tropo di consumo a cui aggrapparsi. Per fortuna, “Un’estetica coerente di solito non si normalizza attraverso l’immaginario”, dice l’artista, teorico e solarpunk Jay Springett. Con questo egli implica che il Solarpunk non intende e non può significare una cosa sola, non importa quanto diventi meme; è sempre disponibile all’adozione e all’appropriazione. Egli enfatizza influenze Solarpunk ad ampio raggio lontane dall’Art Nouveau: gli aggiornamenti dell’architetto saudita Sami Angawi sui metodi tradizionali di controllo del clima nell’architettura mediorientale; le tradizioni permacolturali[4] in tutto il mondo; i grattacieli di Singapore con facciate viventi. È importante sottolineare che il primo compendio di fiction auto-proclamato Solarpunk sia giunto dal Brasile. Questo non è sufficiente in sé – c’è sempre la possibilità del vecchio atteggiamento paternalistico di “imparare da” per il quale sono noti gli architetti occidentali – e  “il Solarpunk dovrebbe stare attento a non idealizzare né il gotico high tech né la favela chic”, come lo scrittore di narrativa speculativa Andrew Dana Hudson giustamente ammonisce.

Ma queste manifestazioni dell’ethos Solarpunk mantengono una promessa politica molto più degli stanchi idealismi eurocentrici.

Le definizioni di genere sono una spada a doppio taglio. Essi permettono l’emergere di un corpo di lavoro con una politica identificabile, ma rischiano anche di eviscerare la politica delle singole opere incluse nella massa. Infatti, Gibson sostiene che la denominazione di sottogeneri come il Cyberpunk è stato in parte ciò che ha aperto la strada alla depoliticizzazione della fantascienza. “Un’etichetta brillante e un manifesto sarebbero state due delle ultimissime cose sulla lista dei desideri della mia carriera. Quell’etichetta ha permesso alla fantascienza mainstream di assimilare in modo sicuro la nostra influenza dissidente, così com’era. Il Cyberpunk poté allora essere abbracciato e ricevere premi e pacche sul capo, e il genere fantascienza continuò invariato”.

Inoltre, il Cyberpunk poté finire relegato come moda ormai passata. Per quanto riguarda il  Solarpunk: è un obiettivo lodevole rendere di moda la tecnologia green, ma una volta diventata di moda, il passare di moda è sempre in attesa proprio dietro la curva.


“Siamo in un romanzo distopico, ma un noioso romanzo distopico scritto da uomini bianchi”


Nella rete, lo stile in voga può mutare. Il Solarpunk vive nello stesso cyberspazio (forse ora post-cyberspazio) dal quale emerse il Cyberpunk. Internet può essere sempre più sterile e omogeneizzato, ma ci sono ancora crepe dove la vegetazione cresce inaspettata.

A questo proposito vale la pena notare che le estetiche evolvono in tandem con le piattaforme che si scelgono, vale a dire che Pinterest potrebbe inserire visioni solarpunk in uno stampo diverso da tumblr o reddit, per non parlare dei canali segreti Slack o dei gruppi privati di Google (presumo che esistano). Il trucco per gli amministratori autonominati è trovare un modo per raccogliere e imbrigliare il discorso senza sorvegliarlo, rivendicarlo o normalizzarlo. Questo è vitale perché, contrariamente all’immaginario ancora non normalizzato del Solarpunk, “ciò che è normalizzato”, dice Springett, “sono le immagini di merda brandizzata che sono l’estetica futura del capitalismo globale. Città verdi di nuovo cemento e vetro senza persone”. E a queste il mondo ha certamente bisogno di alternative. Alla fine, difendere la possibilità di evitare l’apocalisse è un lavoro difficile e necessario.

Questo è particolarmente vero dato che il capitale contemporaneo non capisce molto bene l’ironia. Per esempio, Daisy Ginsberg, una designer che fa progetti speculativi a volte chiamati design fictions, ha parlato di come uno dei suoi progetti provocatori, E.Chromi, inteso per evidenziare sia i potenziali benefici sia i rischi delle biotecnologie personalizzate, sia stato apparentemente preso sul serio come un’opportunità di business da parte di investitori affamati che si sono imbattuti in esso. La critica si era persa nella parte di potenziale audience che aveva i mezzi per attuarla. Se la critica è inevitabilmente destinata a essere presa a un certo livello come proposta, occorre discutere sul fatto che uscire con idee che si ritengono positive è semplicemente la scelta più etica. Cioè, dove regna il realismo capitalista, si potrebbero anche sostenere modi per migliorare il reale.

Eppure, la fiction dovrebbe essere davvero gravata da responsabilità pratiche? O non è nella libertà dalla responsabilità come mezzo per il proprio fine, piuttosto che per fini esterni,  che giace esattamente il suo potenziale politico? Non è proprio la fiction che contiene una missione o una visione ciò che porta alla cattiva letteratura di Ayn Rand? Non ha detto Hannah Arendt che la produzione estetica al servizio dell’idealismo è ciò che costituisce il totalitarismo?

Certamente la fiction-come-contenitore-ideologico comporta pericoli. E le proposte serie, anche senza una forte inclinazione ideologica, sono probabilmente sempre in qualche modo a rischio di sfruttamento funzionale; possono essere ridotte ad un minimo comune denominatore e trasformate in dogma, le sfumature cancellate. Eppure c’è una differenza fondamentale tra proposta e persuasione: come la differenza tra fiction che si presenta come una possibile opzione e l’unica soluzione. L’una ammette l’esistenza di molteplici realtà coesistenti; l’altra insiste su un’unica realtà migliore, che ovviamente tende ad essere la realtà “migliore” per chi la propone. Forse il problema della fiction-come-progetto sono gli autori, non necessariamente il progetto stesso.

L’autore Omar El Akkad ha detto in una recente intervista:

Io non sono interessato alla questione se le idee alla radice della mia fiction possano accadere, tanto quanto al fatto che, per molta gente nel mondo, esse già siano accadute. Io penso a quanto scrivo meno come distopico e più come dislocativo.

Omar El Akkad

Il Solarpunk inteso come fiction “dislocativa”[5] potrebbe esser in grado di dissociare esplicitamente il progresso tecnologico sostenibile dall’intero ambito della storia occidentale. Questo non avverrebbe, come giustamente sottolinea Flynn nel suo manifesto, proponendo salti tecnologici nel futuro, né dando uno sguardo malinconico al passato, ma guardando lateralmente a ciò che c’è già nel mondo, o a ciò che storicamente è stato trascurato. Come lo definisce Jared Sexton, “Speculativo: non solo su possibili futuri, ma anche su possibili passati e presenti”.

La distopia è depoliticizzata quando sostituisce la critica, suscettibile di essere cooptata verso qualsiasi scopo ideologico.  La distopia “fa appello sia alla sinistra che alla destra, perché, alla fine, richiede così poco all’immaginazione letteraria, politica o morale, chiedendo solo che godiate della compagnia di persone la cui paura del futuro si allinea comodamente con la vostra”. (Jill Lepore)

Chelsea Manning[6] ha recentemente tenuto un discorso in cui un membro del pubblico ha chiesto: “Cosa è cambiato da quando sei uscita di prigione?” Lei ha risposto: “Siamo in un romanzo distopico, ma un noioso romanzo distopico scritto da uomini bianchi”. In altre parole, in una storia, altrettanto importante dell’inclinazione affettiva è la questione di chi la scrive.

Come ottimismo e pessimismo, utopia e distopia non si escludono a vicenda. Coesistono in eterno come due facce della stessa medaglia, sempre minacciando di capovolgersi. Penso, per esempio, a un libro di narrativa dislocativa di Octavia Butler, La parabola del seminatore, storia di una nuova utopia spirituale che nasce da un continente distrutto. Nel seguito del libro, quella stessa comunità speranzosa si deforma sotto la tensione del fanatismo, ribaltandosi di nuovo; la speranza si cementa in dogma, che diventa distruzione, che diventa (apparentemente) di nuovo speranza. Per proporre l’utopia, si deve anche proporre ciò che viene dopo.
Ecco perché, se l’obiettivo del Solarpunk è di colmare il divario di plausibilità, la positività di per se stessa non è necessariamente il punto.

Essere costruttivi non significa avere gli occhi pieni di stelle. L’ambientazione, la storia, lo stile, non sono secondari nella fantascienza, anche nel più duro hard-tech. Piacevole architettura verde non significa nulla se diventa un’estensione della fantasia colonialista attraverso le narrazioni degli stessi eroi che abbondano in molto Steam- e Cyber-. Per evitare che la serietà si trasformi in leziosità, le storie stesse devono essere dislocate insieme alle immagini. La dislocazione, piuttosto che l’utopismo, è ciò che impedirà al Solarpunk di scomparire come una visione di comunità libertarie, un’ implosione accelerazionista, o anche solo un negozio nel centro commerciale – e forse anche di recuperare, se una cosa del genere esiste, il -punk.

Traduzione di Silvia Treves
ELVIA WILK

Nata nel 1989 a New York, Elvia Wilk è attualmente editor del sito online e-flux, da cui Silvia Treves da tradotto il presente post. Nel 2019 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Oval, ambientato in una Berlino del futuro, teatro di un gigantesco esperimento ecosostenibile, edito in Italia da Zona42.


Cos’è il solarpunk – Manifesto

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Note

[1] Sito di oggettistica riferita alla pop culture.

[2] Mike D. Perschon, The Steampunk aesthetic: Technofantasies in a Neo-Victorian retrofuture (tesi di laurea)

[3] Margaret Killjoy, Steampunk Will Never Be Afraid of Politics, su Tor.com

[4] La permacultura è una sintesi di ecologia, geografia, antropologia, sociologia e progettazione.

[5] In questo caso dislocativo sembra alludere per similitudine allo spostamento di significato, dal francese dislocation: spostamento di un componente della frase da quella che sarebbe la sua posizione ritenuta normale, spesso collocando al suo posto un pronome

[6] Attivista americana che, prima di cambiare genere sessuale, con il nome di Bradley Mannin ha consegnato a WikiLeaks documenti sulle operazioni segrete di inìtelligence USA in Iraq.

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