Se è un’IA a calcolare geneticamente la tua etnia di riferimento, non esiste più razzismo. Ma è davvero così?

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Un ri-conteggio di routine del patrimonio genetico da parte dell’IA preposta, rivela che Jagoda è in perfetto equilibrio tra più “etnie”, senza che nessuna prevalga sulle altre. In una società futura in cui è l’identità a stabilire la cittadinanza, la giovane donna scopre che il mondo ha una parte giusta e una sbagliata, e di trovarsi in quella sbagliata. Il pachiderma della burocrazia le blocca conti bancari, auto e telefono, e viene licenziata dal lavoro; sembra che sia destinata a sprofondare nei meandri di una società regolamentata da fredde Intelligenze Artificiali. Al fianco di Jagoda rimane solo il marito Umut. Le sue speranze consistono in una terapia CRISPR per ritoccare i valori genetici, oppure nei suggerimenti del professor Cherruvue, o ancora in un pronunciamento di un tribunale del Galles, dove vive, sulla legittimità di attribuire un titolo di cittadinanza ex lege: perché a decidere sarà la giudice Ndeye, la cui sentenza farà in ogni caso giurisprudenza su tutti i casi analoghi.

Leggi, disuguaglianze, etica, cambiamenti di linguaggio in un racconto lungo di Sephira Riva
L’autrice

Sephira Riva, nata nel 1990, è laureata in Chimica e ha conseguito il dottorato di ricerca in Ingegneria dei Materiali. Ha vissuto per anni all’estero (Galles, Germania, Norvegia), lavorando per l’Agenzia Spaziale Europea e per l’Istituto Italiano di Tecnologia. Pur avendo intrapreso una carriera prettamente scientifica, ha mantenuto un profondo interesse per la letteratura, partecipando a corsi e workshops di scrittura e storytelling. Scrive in coppia da molti anni e co-gestisce il blog moedisia.eu, in cui si occupa di critica letteraria, narrativa inclusiva e fantasy, con post e approfondimenti tematici. Insieme a Gloria Bernareggi, è autrice per Delos Digital di una Guida al fantasy in più volumi.


L’incipit

Nel Museo di Storia Recente, a pochi minuti dall’orario di chiusura, è rimasta solo una donna di circa trent’anni. Ha un viso tondo incorniciato da un bob di capelli neri, che le piovono sulla fronte e su orecchini etnici. La sua figura minuta scompare dentro la poltrona foderata in ecopelle del Museo, lei è accartocciata, aggrovigliata in una posizione che potrebbe essere di yoga, se lo yoga causasse la scoliosi. Tiene le scarpe sulla poltrona, e ha lasciato una mezza impronta fangosa sul bordo della seduta; in mano ha un foglio piegato, aperto, e ripiegato decine di volte. Sopra le orecchie, le grosse cuffie gialle del Museo. Gli occhi allungati fissi su uno schermo retrò, su cui scorrono immagini bidimensionali.
I fotogrammi sono già passati decine di volte, senza che lei li registrasse. Ci sono le manifestazioni di Messina, migliaia di persone in fila dietro al simbolo di una medusa rossa per chiedere un modello di alimentazione sostenibile. C’è un’immagine satellitare di qualcosa di nero e contorto, che sembra il percorso di formiche, ma è la fila infinita di profughi climatici che lascia l’Indonesia. C’è l’azzurro limpido dei pezzi di ghiaccio che si staccano dall’Antartide e piombano nell’oceano, e il rosso cupo degli incendi che divorano pascoli rinsecchiti. L’ultimo fotogramma mostra il mondo cambiato, gli acquitrini delle nuove terre sommerse; il riallineamento dei poli magnetici, l’avvento della seconda età dell’uomo. Poi il video ricomincia daccapo.
— Scusa? Stiamo chiudendo, — la richiama il custode, un ragazzetto che ha scelto di lavorare al Museo come parte del servizio civile obbligatorio. Guarda la donna con le cuffie, e vede due cose: la prima, è che le cuffie sono staccate. La seconda, è che la donna sta piangendo.
— Signora, non faccia così. — la rincuora debolmente, — Questa roba è successa un sacco di tempo fa.
— Oh, non è per quello, — risponde lei, sfilandosi le cuffie e asciugandosi le guance con la manica del maglioncino, — è che oggi mi hanno licenziata.
Il custode sente una vampata d’imbarazzo arrivargli alle guance. Spera con tutto il cuore che la sconosciuta non si metta a raccontagli la propria giornata, perché non ha idea di come potrebbe consolarla (e poi gli amici lo aspettano per giocare a calcetto). La sua voce modula un — Sono sicuro che troverà presto qualcos’altro. — Lo pensa sinceramente, ha fiducia nel sistema di cui fa parte e nel fatto che vi troverà le risorse per la propria autorealizzazione: del resto, vive in un mondo fatto a propria misura.
La donna invece fa un sorriso triste e risponde — Non so.
Lei ha scoperto quella stessa mattina che il mondo ha una parte giusta e una sbagliata, e di trovarsi in quella sbagliata. Si alza, toglie il fango dalla poltrona borbottando delle scuse, augura una buona giornata e lascia l’edificio.

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