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recensione di Riccardo Muzi
Trama:

Nel 2067 l’umanità si sta estinguendo, il mondo sta morendo, l’ossigeno è quasi finito, piante e alberi sono solo un lontano ricordo. La fine sembra già scritta, ma arriva un messaggio dal futuro sotto forma di una richiesta semplice e diretta: inviate una persona, mandate nel futuro Ethan White.    

Recensione:

Di solito, quando si pensa alla possibilità di vivere in armonia con la Natura, perché ormai l’attualità puzza terribilmente di smog, mentalmente si fa un bel salto nel passato. Il pensiero torna a quel periodo storico in cui il progresso tecnologico ancora non ci aveva corrotto e l’umanità aveva ben presente quali fossero le cose che più le dovevano stare a cuore. 2067 ribalta il verso del volo pindarico e, al posto del passato, sembra essere il futuro a fare da esempio da seguire per salvare il mondo. Ma cos’è successo nel futuro? Non è una domanda qualsiasi, è l’affascinante quesito sul quale si avvita tutta la vicenda del film. Il presente di 2067 è talmente devastante che non induce certo a pensare positivo, non suggerisce un futuro roseo, ma plumbeo, grigio tendente al nero, mortifero. Suggerisce che un futuro, non sia proprio previsto.

La pellicola firmata da Seth Larney ha una serie di prerogative accattivanti malgrado la sua narrazione si avvalga di stereotipi e luoghi comuni fantascientifici come futuribili catastrofismi e scorribande nel tempo con relativi paradossi. Intanto, 2067 è un’opera con una spiccata allure ecologista che si disvela lentamente durante il cammino sacrificale del protagonista. E anche la scelta dell’attore che lo interpreta, fornisce indicazioni più originali rispetto ai soliti volti e corpi ben definiti, a cui siamo stati abituati da una certa cinematografia statunitense. Nathan White è un tipo dinoccolato, magrissimo, quasi scheletrico, con un volto emaciato e poco armonico. Ma è lui il nuovo eroe. Lo invoca il futuro: il mondo ha bisogno di lui per salvarsi, ha bisogno di un operaio che lavora nei bassifondi di una metropoli che ricorda molto gli immensi agglomerati urbani di Blade Runner (tanto per non farci mancare anche gli omaggi, oltre ai luoghi comuni). E qui, 2067 ingrana una marcia diversa: Nathan White non lo sceglie il destino perché è senza macchia e senza paura; è un malcapitato con molte paure, con un padre completamente assente quando era bambino, e ora adulto con una moglie, unico affetto rimastogli, da curare e in fin di vita. La pellicola però non vive solo dei forti contrasti interiori del protagonista, anche fra presente e futuro, soprattutto visivamente, c’è una fortissima contrapposizione di colori, immagini e ambientazioni. Una scelta “scenografica” che risulta essere l’arma vincente del film: aver dipinto la speranza e dato forma al sacrificio di un uomo, sono i passaggi più convincenti. Magari 2067 non passerà alla storia, ma nella storia del cinema di fantascienza c’è anche chi, facendo dei passi piccoli e incerti, come nel caso di questo di film australiano, ha dato una mano all’immaginazione collettiva. E non è poco: la natura, prima o poi si riprenderà tutto quello che le abbiamo sottratto, ed è sempre più opportuno avere qualche idea in più sul ruolo che interpreteremo in quell’occasione.

Crediti:

Regia, sceneggiatura e soggetto: Seth Larney; anno: 2020; paese: Australia; durata: 114 minuti. Cast: Kodi Smit-McPhee, Ryan Kwanten.

Riccardo Muzi

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