“Gridare, fare, pensare mondi nuovi” è una raccolta di articoli scritti da Marco Calabria, giornalista, attivista e caporedattore del bellissimo portale Comune-info, fino alla dipartita, avvenuta nel 2024.
Della sua ampia produzione si presenta in questo volume un florilegio: un insieme di articoli e reportage che la penna di Calabria ha saputo mettere su carta in modo incisivo e appassionato.
Gli interventi sono posti in un ordine non cronologico – cosa che, ammetto, mi ha mandata un po’ in crisi. Comunque, si segue piuttosto il filo di un discorso, fatto di due filoni principali: la resistenza all’esistente, ovvero il “no!” richiamato in sinossi, il rifiuto di integrarsi nel meccanismo di rapina e sopraffazione che è il sistema capitalista; e parallelamente l’anelito a qualcosa di diverso e migliore, che si estrinseca nell’attenzione a esempi concreti.
“C’è un altro mondo” scriveva Paul Éluard, “ed è in questo”. Gli scritti di Calabria vogliono dimostrarlo a partire dai fatti: descrivendo esempi concreti, l’autore illumina questo “altro mondo” già esistente, in modo che possa ispirare anche noi a contribuirvi.
Scopo della pubblicazione è anche, naturalmente, quello di ricordare Calabria, di tributargli un sentito omaggio attraverso il riconoscimento del suo lavoro. Questo fanno gli interventi in paratesto, scritti da chi Marco lo ha conosciuto: una prefazione di Raul Zibechi, il commosso ricordo dei momenti passati insieme a un Calabria sempre teso verso l’impegno; un’introduzione di Gianluca Carmosino e Riccardo Troisi che illustra efficacemente i vari interventi e le sezioni; un racconto in chiusura, di Stefania Consigliere, che ci comunica il senso di perdita provato alla morte di Calabria e, menzionando la mancanza di un “freno di emergenza” di benjaminiana memoria, ci lascia con un’amarezza forse non del tutto in linea con il resto della raccolta, ma che ha almeno il pregio dell’onestà.
“Vince chi non si illude”, poetava Danilo Dolci, un riferimento importante per Calabria che in alcuni suoi versi assomiglia al grande educatore nonviolento. Quindi bisogna pur dire che, in questi anni Venti ruggenti non di charleston ma di bombe e traumi, il freno di emergenza della rivoluzione non si trova e non è in vista, e la situazione rispetto ai trent’anni coperti da questi scritti è per vari aspetti peggiorata.
Eppure, il lavoro di Calabria sembra avere altri riferimenti che non quello rivoluzionario: nei suoi pezzi, il giornalista non racconta strappi o eroiche contrapposizioni, ma un lavoro alacre e concretissimo, fatto di impegno quotidiano, di condivisione e azione organizzata, di fermezza (indicata come “preferibile alla bontà”), di presenza fisica sul proprio territorio e di presenza di spirito rispetto alla propria storia locale e collettiva. Io direi pure “di presenza rispetto alla propria identità”, ma la parola in questo milieu non piace, anche comprensibilmente: la strumentalizzazione demagogica ne ha oscurato il valore, privandoci però di una forza che non è necessariamente negativa, ma fonte anche di grande ricchezza umana.
Il titolo della raccolta sembra suggerire un percorso: dal “gridare” contro un torto che ci arriva addosso come un colpo, al “fare” qualcosa per opporvisi, fino al capire che contrapporsi non è sufficiente, bisogna anche “pensare” a cosa tendere, a un’idea verace di vita degna di essere vissuta.
L’organizzazione effettiva del testo, però, non segue quanto delineato nel titolo, preferendo un percorso forse più tradizionale, o forse più razionale: pensare-gridare-fare.
Pensare
Si prendono le mosse da quel “Pensare” – che mi piace immaginare, appunto, non come un punto di partenza ma come l’esito del percorso del titolo, dal quale si riparte – con alcuni testi di concetto, in cui Calabria illustra le proprie idee e direzioni, insieme ad alcune interviste.
Da “Oblò”, del 2021, si va a “Senza dominio”, scritto programmatico del 2012. Segue un’intervista a John Holloway realizzata nel 2003; poi una prefazione a un saggio di Zibechi (quindi a suo modo una conversazione, anche questa) uscito nel 2018; due interviste, alla filosofa Carolina Meloni Gonzàlez del 2020 e allo studioso René Gallissot del 1996. La sezione si chiude con un altro dialogo sublimato: l’introduzione al Rapporto sull’accoglienza diffusa in Italia, del 2021.
Dopo i due primi articoli teorici, in cui Calabria sgrana in punti succinti e con stile incisivo le proprie considerazioni sullo stato dell’arte (ovvero del mondo), i dialoghi seguenti hanno in comune la tematica antirazzista, declinata in diversi aspetti a seconda dei casi e dell’interlocutore, e la ricerca di un sotterraneo “che fare?”, qui ancora nella fase del “che pensare?”. Le domande con cui Calabria interloquisce hanno spesso la funzione di sollecitare al pensatore di turno ipotesi percorribili di resistenza e uscita dall’ingranaggio.
Gridare
La seconda parte, “Gridare”, è un tuffo nella realtà: alcuni reportage sulle reazioni organizzate delle popolazioni ai ladroncini che arrivano dall’alto.
Abbiamo un doloroso ritratto di Taranto avvelenata, la cui popolazione è sotto il ricatto del lavoro: dalla descrizione di un luogo poco guardato, l’occhio amplia poi la prospettiva ponendosi importanti interrogativi sul lavorismo e sui rapporti di forza che lo rendono una trappola (articolo del 2015). Il secondo reportage del 2014 segue coraggiose attiviste argentine che si oppongono alla Monsanto e ai “manipolatori di genoma”. Due brevi articoli si concentrano su scenari peggiori, che definirei di vero martirio: la morte in un carcere turco del musicista İbrahim Gökçek in seguito a uno sciopero della fame convertito in digiuno alla morte, in protesta contro la carcerazione politica (2020); e la distruzione della Bosnia vista da dentro Sarajevo (1994).
Chiude la sezione un testo più leggero, quasi scanzonato: la descrizione di una signora V., “ribelle piuttosto comune”, perfettamente in grado di riconoscere una balla, una manipolazione, un sopruso, e di opporvisi, a volte accendendosi “come un vulcano”, altre volte sentendo “stringersi il cuore”. Rabbia e compassione: sentimenti umani fisiologici, e valido carburante di qualsiasi azione politica.
Fare
Nel “Fare” troviamo altri reportage, su iniziative di più ampio respiro. Due articoli sulla resistenza indigena honduregna contro l’espansionismo statunitense del “Plan Colombia” (2000); un toccante resoconto sulle comunità campesine colombiane che scelgono la via del disarmo e della pace in una tenaglia tra militari e trafficanti (2018); il racconto della lotta per l’accesso all’acqua a Cochabamba (2018).
Abbiamo poi un breve articolo nuovamente “teorico” che sembra voler commentare i precedenti, dal significativo titolo: “Il Quid del cercare insieme”. Sono infatti la forza dell’azione collettiva e delle comunità locali protagoniste delle due sezioni “Gridare” e “Fare”.
Segue un’intervista (2014): “La cultura di far star meglio la gente” secondo il medico Gianluca Fratoni si coltiva favorendo “autogestione del corpo e autodeterminazione delle proprie cure e guarigioni”, lavorando sulla prevenzione, sulla consapevolezza dei limiti, sulla presa in carico personale della propria condizione, in cui la scienza medica sia un aiuto competente, ma tenuto ad ascoltare e a seguire la persona, invece che semplicemente “curare la malattia” con terapie tardive e invasive, come può esserlo un intervento non necessario o un protocollo farmacologico standardizzato.
A chiudere, un pezzo sulla scuola (2016) a partire da un caso di esclusione, che si concentra con delicatezza sui bambini fragili e disabili per guardare da lì la difficile dinamica tra una scuola con i suoi meriti e un sistema che vorrebbe che tutto funzioni al ritmo dei registratori di cassa.
…e muoverci
“Gridare, fare, pensare mondi nuovi” è un compendio prezioso: racconta a suo modo trent’anni di lotte sociali, e illustra il grande lavoro di Marco Calabria, che nella sua ricerca durata una vita non ha mai smesso di muoversi (“Il movimento è la vita”, chiosava il dottor Fratoni) né di lottare per un mondo migliore, in cui giustizia sociale, equità e felicità possano ricacciare fuori dalla Storia quel male che è il capitalismo. Un male che, se volessimo considerarlo una patologia, va forse affrontato nel modo indicato sempre da Fratoni: occupandosi in primis del “malato”, dell’umanità, della sua costituzione oggi ben poco sana e robusta; e impegnandoci in un percorso positivo di consapevolezza, ascolto, responsabilità e cambio delle nostre abitudini. Per una guarigione sostanziale e profonda. E per una vita di gioia, degna di essere vissuta.



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