Riccardo Muzi
Madre Terra si prende cura di noi, prendiamoci cura di Madre Terra di Romina Braggion non è solo un saggio, è un manifesto politico, ecologico e letterario. L’autrice, tratteggiando una trama complessa nei contenuti ma lineare nell’obiettivo che si prefigge, parte dalla storia geologica del pianeta, passa attraverso la critica al Capitalocene e, infine, si sofferma nel definire il ruolo della narrativa fantastica come strumento di resistenza e cura.
Il saggio (all’interno della raccolta Fantascientiste (femministe)n, una costellazione, a cura di Laura Coci e Roberto Del Piano, Delos Digital, 2025) si apre con una decostruzione del “marketing del benessere” per rivelare la nostra natura predatrice: anche quando cerchiamo la natura, lo facciamo spesso per “estrarne” benefici terapeutici, senza un ascolto reale. Per avere coscienza piena di ciò che costituisce il nostro cammino insieme a Madre Terra, è necessario ribaltare l’antropocentrismo: l’umanità non è la misura di tutte le cose, ma una “minuscola nicchia” in un sistema biologico vasto e indifferente.
Particolarmente efficace è il richiamo alla “Grande Ossidazione”. L’analogia storica tra i cianobatteri (che si autodistrussero producendo troppo ossigeno) e l’umanità attuale (che satura l’atmosfera di CO2) serve a ricordare che Gaia non è una madre benevola nel senso antropomorfico, ma un sistema omeostatico capace di “estinguerci” per rinascere in forme aliene.
Il saggio entra nel vivo della critica sociale utilizzando concetti chiave come il “Capitalocene” e “l’Impronta Ecologica”. L’analisi del debito verso il futuro è raccordata alla “coscienza del limite” di Elisabetta Donini. Qui la critica si fa serrata: il sistema capitalista non solo ignora il principio di precauzione, ma trasforma la “resilienza” in una parola d’ordine pedagogica per costringere l’individuo ad adattarsi al disastro anziché combatterne le cause sistemiche.
Uno dei punti più originali, profondi ed evocativi del pensiero di Romina Braggion è la riflessione sulla cura. L’autrice rifiuta il determinismo biologico (la cura non è nel DNA femminile), definendola invece un “ammaestramento” patriarcale che è stato reso invisibile e gratuito per generare profitto e propone di trasformare questo ammaestramento in un allenamento: una competenza politica da rivendicare per un vero progetto collettivo che possa portare alla fine del capitalismo prima della fine del mondo.
La parte conclusiva è un chiaro appello alle scrittrici di genere (fantascienza, fantasy, weird). La letteratura non è solo evasione, è anche militanza dell’immaginazione. Se il canone occidentale ha storicamente silenziato le voci femminili (salvo eccezioni “anomale” come Ursula K. Le Guin), oggi è necessario che le scrittrici si facciano “levatrici di buona vita”.
Il riferimento al Solarpunk chiude il saggio con una nota di speranza pragmatica. Non più distopie paralizzanti, ma la costruzione di un “plenum” dove ogni forma di vita trovi spazio. I “nuovi comandamenti” (non sprecare, condividere, vivere in armonia) non sono utopie ingenue, ma sentieri urgenti per riconnettersi all’olobioma Terra.
Romina Braggion lancia un grido di battaglia intellettuale che riesce a tenere insieme la rigida documentazione scientifica con una visione poetica e politica della scrittura. È un invito a smettere di essere “padroni” per diventare “care-giver” di un pianeta che, se continueremo a ignorarne i limiti, proseguirà semplicemente il suo viaggio senza di noi.



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