Vince Beiser, I metalli del potere, Aboca 2025, 324 pagg. € 26,00
“I metalli del potere” è un saggio, in forma di réportage, con cui Vince Beiser si propone di sensibilizzare i lettori relativamente al costo ambientale e sociale legato all’estrazione dei metalli. Metalli di ogni tipo, dai più comuni e usati alle cosiddette “terre rare”, che vengono estratti, lavorati e a volte riciclati, con un impatto distruttivo sull’ecosistema e sulle società.
La tesi di Beiser, esposta in apertura del saggio, è che stiamo entrando in una nuova era, l’era “elettro-digitale”: è un movimento inevitabile, con impatti negativi che possono essere alleviati attuando un cambio di paradigma nei comportamenti individuali, rispetto al modello consumistico al quale siamo stati abituati. L’incipiente era “elettro-digitale” ha infatti un aspetto molto concreto, nonostante le tecnologie su cui essa si basa siano percepite come immateriali, a basso impatto, ecologiche e così via.
“Tutto questo insieme di macchine, cavi, fili e batterie è fatto di metalli. E i metalli non piovono dal cielo. Vengono strappati dalle viscere della Terra.
(…) Estrarre metalli è complicato. I metalli sono risorse naturali, sono doni della Terra, ma la Terra non li concede volentieri o facilmente. L’attività mineraria nella sua essenza più cruda richiede di fare a pezzi la Terra. Si tratta di distruggere foreste, praterie e deserti, far saltare in aria la roccia e il terreno a forza di esplosivi, ed estrarre quel che resta. E non finisce qui. Il minerale strappato al sottosuolo deve essere trattato, fuso e raffinato per mezzo di mastodontici macchinari industriali energivori e inquinanti, e con l’aiuto di grandi quantità di sostanze chimiche.”
Un concetto di “dono” abbastanza strano, verrebbe da dire leggendo queste righe. Ciò detto, dopo l’introduzione l’autore ci conduce lungo un percorso informativo occupato dalla Prima parte, “Gli elementi del futuro”, relativo a molti dei materiali cruciali per le tecnologie di oggi, allo scopo di “capire come affrontare questa transizione epocale senza ripetere i peggiori sbagli di quella precedente”.
Si parte da una panoramica sulla situazione delle “terre rare”, concentrandosi sugli Stati Uniti e citando anche qualche dato sulla Cina. Abbiamo poi un interessante viaggio all’inseguimento del rame, metallo richiestissimo che viene estratto, commerciato, scambiato, rubato attraverso complicate geometrie che percorrono l’intero globo. Nichel e cobalto sono minerali indispensabili alla fabbricazione di batterie e il loro sfruttamento passa sopra a guerre, disastri naturali e inquinamento. L’estrazione di litio e il caso specifico delle miniere nel deserto di Atacama ci mostrano tensioni sociali e rapporti di forza impari, per portarci a una conclusione interessante, pronunciata dalla microbiologa Cristina Dorador:
“Il problema reale è la pura e semplice quantità di risorse naturali che sono consumate dall’uomo. ‘Mantenere lo stesso consumo è impossibile. È materialmente impossibile’ afferma la studiosa. ‘Il modo in cui viviamo sulla Terra deve cambiare’.”
L’opinione della microbiologa trova conferma in una pratica che Beiser ci racconta subito dopo: l’estrazione marina, che ha costi astronomici, produce conseguenze spaventose e ciò nonostante (o forse proprio per questo?) suscita la fame di avventura di tecnologi affamati di riconoscimenti scientifici quanto di quotazioni in borsa.
Qui Beiser ha l’accortezza di non giudicare direttamente, ma di lasciare il campo alle loro stesse parole. Afferma l’ingegnere Kris De Bruyne: “‘Di tanto in tanto mi chiedo: sto facendo la cosa giusta? (…) La mia risposta è che stiamo facendo la cosa giusta, perché stiamo facendo ricerca”. Una conclusione alla quale deve essere giunto anche il dottor Mengele, immagino.
L’autore invece ribadisce: “Non ci sono pasti gratis. Non c’è dubbio che l’estrazione marina causerà danni: quel che non si sa è quanto gravi saranno, e quanto saranno estesi.” Subito dopo, però, afferma che l’estrazione dei metalli non è “fine a sé stessa”, ma “è un mezzo per avere i metalli di cui abbiamo bisogno per vivere dignitosamente”.
A questo punto della lettura, pur apprezzando il realismo e la schiettezza del saggista, ho iniziato a chiedermi se l’esistenza di un sistema economico sia per lui un fatto inevitabile, non questionabile, esistente nell’esatta forma in cui si presenta a causa di una qualche congiuntura geologica o biochimica.
Nella Seconda parte Beiser sembra voler affrontare proprio questo problema, dedicandosi a risalire “La catena di approvvigionamento inversa”, iniziando con la storia di un coriaceo robivecchi, per svelarci i faticosi tesori delle miniere urbane.
“Sono improvvisamente consapevole di tutto il metallo presente intorno a me: nelle grondaie, nelle catene di bicicletta, nei tubi dell’acqua, nei bidoni della spazzatura, nei pali dei lampioni e nei cavi che passano all’interno dei pali, fatti di prezioso rame. Il metallo è come il cemento, un materiale che si trova dappertutto ma che non vediamo”.
Dello stesso avviso sono imprenditori che hanno costruito imperi proprio sul riciclaggio dei metalli, che però ha anch’esso dei costi ambientali non indifferenti e un ulteriore consumo di materie prime per poter essere svolto. Non ci sono pasti gratis, appunto: ciò vale soprattutto per i rifiuti high-tech, i cui metalli riutilizzabili vengono estratti da lavoratori non specializzati in condizioni di sfruttamento ed esposizione a sostanze tossiche, per poi essere reimmessi in filiere più “regolari” e in nuovi apparecchi o filoni commercializzabili, dando slancio a un’a’ industria parallela che arriva ad avere una richiesta di materiali da riciclare inferiore alla effettiva disponibilità di rifiuti, come è il caso delle batterie.
C’è poi il fatto che proprio la “transizione energetica” produce tecnologie sempre più difficili da riciclare, cosa che per Beiser è una “ironia della sorte” – sorge di nuovo la domanda: secondo l’autore, la “transizione energetica” e la correlata “era elettro-digitale” sono un destino inscritto indelebilmente nel percorso umano? Come l’ossidazione cellulare, o la fotosintesi, o il ciclo dell’acqua – qualcosa di ineludibile e indispensabile al verificarsi della vita?
“Oltre il riciclo” è la Terza parte, in cui l’autore sembra avvicinarsi alla questione sopra nominata.
Il riuso degli oggetti è un modo per ridurre il consumo e con esso l’intero impatto della filiera di estrazione, lavorazione, produzione, riciclo dei metalli. Qui affrontiamo il problema ben noto dell’obsolescenza programmata; e del suo opposto, ovvero il diritto alla riparazione, che bisogna difendere contro le politiche truffaldine e prepotenti dell’industria high-tech, che come Apple arrivano a citare in giudizio chi tenta di aggiustare un telefono e fanno una massiva azione di lobbying su governi e apparati per lucrare indebitamente anche sui guasti di ciò che vendono. La pratica del riuso entra in conflitto persino con quella del riciclo, nel momento in cui anche quest’ultima viene assorbita dal sistema industriale come ulteriore fonte di guadagno.
Liberarsi da questa trappola, secondo Beiser, per andare “Verso il futuro”, titolo dell’ultimo capitolo del saggio, implica un gesto ancora più deciso: quello di ridurre.
Ridurre l’uso di qualsiasi cosa, il che significa ridurre il consumo di energia e dunque lo stress sull’infrastruttura che ce la garantisce, fatta appunto di fili, batterie e metalli impiegati ovunque. La bicicletta è l’emblema di questo diverso approccio con ciò che consideriamo essenziale, e in chiusura della trattazione l’autore fa un esercizio di immaginazione: delinea cioè uno scenario futuro nel quale le soluzioni auspicate sono già realtà e una protagonista, Elena, vive una sua giornata tipo. Praticamente un esercizio solarpunk, laddove la spinta immaginativa ci permette non solo di ragionare sulle implicazioni del nostro scenario utopico, ma anche di trovare uno slancio per arrivarci, di legare a esso delle emozioni e la speranza necessaria a lavorare in tal senso.
Le conclusioni dell’autore restano però a un livello superficiale e si legano al comportamento individuale, escludendo del tutto l’aspetto politico e ignorando la necessità di una critica al sistema economico che genera e vive sullo sfruttamento delle risorse finora descritto. Tant’è che, nel mondo futuro che Beiser delinea, le “intelligenze artificiali” sono integrate nella vita quotidiana: eppure, queste tecnologie hanno pure una infrastruttura dispendiosa, un costo ambientale, un ruolo nefasto nelle architetture di dominio e consumi spropositati. Sono davvero così necessarie per condurre la citata “vita dignitosa”?
Beiser si pone insomma di fronte all’esistente considerandolo inevitabile, cosa che rende inutile l’utopia e poco efficaci le contromosse, che rischiano di dimostrarsi meramente riparative o blandamente correttive. Di fatto, l’apparato a cui sono necessari i metalli, e che dunque presenta come ineluttabili gli impatti nocivi correlati, è il capitalismo industriale. E il capitalismo industriale vede proprio nell’era “elettro-digitale” un modo per perpetuarsi, senza cambiare alcun rapporto di forza, ma semplicemente modificando gli oggetti dello sfruttamento. Andare in bicicletta e riparare il proprio cellulare non farà sparire questo sistema economico.
“I metalli del potere” può essere una lettura comunque utile, come introduzione alla questione dei metalli, e ci fa fare più giri intorno al mondo, seguendo le tracce della loro filiera. Ha i pregi del realismo, della ricchezza informativa e di una certa verve nell’enumerare le sventure che tale filiera si porta dietro. A chi legge le conclusioni, secondo le proprie personali visioni, inclinazioni, elaborazioni.


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