Restare a contatto con il problema: Donna Haraway e il Solarpunk

di Vittoria Guenzani

Solarpunk italia - fantascienza ecologia utopia

Cambiare il punto di vista

Viviamo – come scrive la filosofa Donna Haraway – in tempi “confusi, torbidi e inquieti”[1] e segnati, per di più, da una profonda crisi ecologica. La confusione e lo sconforto da essa generati sono tali che quest’ultima, secondo alcunə, rientrerebbe nella categoria degli hyperobjects[2] o iper-oggetti, ovvero fenomeni così vasti e complessi che risultano difficili anche solo da immaginare e comprendere nel loro insieme. E allora, mentre prendiamo nota dei nuovi dati che arrivano dalla ricerca scientifica, può capitare di perdere di vista un fattore altrettanto importante.

La ricercatrice Giulia Fabbri ci viene in aiuto e ci ricorda che questa crisi ecologica “interseca e aggrava strutture di dominio preesistenti (…) e non è un fenomeno analizzabile solo attraverso gli strumenti delle scienze della terra”[3], anzi necessita di essere osservato con una lente multidisciplinare. Serve, dunque, un cambio di prospettiva. Secondo Fabbri, questa potrebbe essere l’occasione per “interrogarsi circa il ruolo che le scienze umane e la cultura in generale possono svolgere nell’affrontare la situazione presente”[4]. Come può, in particolare, la letteratura aiutarci a mettere più a fuoco questo iperoggetto così difficile da afferrare?

Capire quali storie raccontano storie

Un aspetto molto semplice – che, tuttavia, è spesso assente dalle discussioni relative alla crisi ecologica – riguarda il come se ne parla: quali parole e quali storie usiamo per raccontare questo presente o pensare il prossimo futuro?

La filosofa Val Plumwood lo aveva capito negli anni Novanta: la crisi ecologica non è separabile dalla narrativa dominante che orienta il nostro modo di abitare il pianeta. Se determinate storie ci hanno condottə fino a qui – storie di dominio, di risorse infinite, di progresso senza limite – allora spostare l’attenzione su di esse non è una scelta di marginale importanza, ma è anzi un punto di vista che è fondamentale e necessario prendere in considerazione.

Come è stato osservato da studiosə di molteplici discipline, infatti, le parole che scegliamo di usare per raccontare una storia fanno la differenza, poiché queste hanno un impatto profondo sulle nostre emozioni e conseguentemente sulle nostre scelte. Haraway fa suo questo tema nel saggio Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, edito per la prima volta nel 2016, dove riprende un prezioso insegnamento ricevuto a sua volta dall’antropologa sociale Marilyn Strathern:

è importante capire quali argomenti usiamo per pensare altri argomenti; è importante capire quali storie raccontiamo per raccontare altre storie (…) È importante sapere quali storie creano mondi, quali mondi creano storie.[5]

Haraway parte da queste considerazioni e invita a ripensare i termini con cui affrontiamo i temi del presente. Questa, infatti, è la provocazione e la sfida che la crisi ecologica indirizza ai saperi umanistici: allenare il muscolo dell’immaginazione per pensare in modo nuovo a nuovi mondi, per elaborare possibilità inedite attraverso storie alternative e, chissà, “diventare infine capaci di articolare una risposta”[6] potente e più consapevole, attraverso una scelta più accurata delle parole e delle metafore che usiamo[7].

Così facendo, Haraway si trova perfettamente allineata a Plumwood, che nel 2002 invitava la collettività ad elaborare una different story: una narrazione alternativa dotata della forza trasformativa necessaria a riconfigurare quel modo di abitare tipico della nostra società e, magari, avviarlo verso una formula migliore. Certo non esiste una storia capace di risolvere tutto, ma esistono storie capaci di nutrire la nostra immaginazione e di aprire spazi in cui il cambiamento diventa pensabile, prima ancora di essere praticabile.

Qui entra in gioco il Solarpunk.

Haraway e la responso-abilità

Un nodo, in particolare, lega il Solarpunk al pensiero di Donna Haraway e si chiama response-ability.

Haraway introduce questo concetto — traducibile come responso-abilità — attraverso un neologismo volutamente ambiguo. Letteralmente designa la ‘capacità di rispondere’, ma porta inevitabilmente con sé tutta l’eco della parola ‘responsabilità’. Vi è, però, una differenza sottile quanto fondamentale: non si tratta di un dovere morale esterno a cui conformarsi, ma di una condizione ontologica, che deriva dall’interdipendenza multispecie in cui ogni essere vivente è immerso. Essere responso-abili, per Haraway, significa constatare che siamo fatti di relazioni — con altri esseri umani, con animali, piante, microorganismi, ecosistemi. Significa, quindi, riconoscere la propria implicazione intrinseca in reti di relazioni che precedono e trascendono il soggetto umano.  La responso-abilità non richiede comprensione totale, ma al contrario si costruisce proprio nello spazio del non-sapere, in una zona di alterità irriducibile e lontana da tentativi di dominio epistemico umano. Infine — e qui sta la sfida più difficile — è una capacità che va costruita nel tempo. Non è un’illuminazione improvvisa, ma una pratica quotidiana, fatta di piccoli gesti, errori, tentativi ripetuti.

Questo è un caposaldo del pensiero di Donna Haraway e potrebbe diventare uno strumento di analisi narrativa straordinariamente prezioso, poiché, se c’è una cosa dalla quale la storia alternativa[8] che andiamo cercando non può esimersi, è proprio la consapevolezza dell’interdipendenza multispecie da cui dipende la nostra esistenza.

Nuovi strumenti per nuove storie (e viceversa)

La responso-abilità non nasce – nel pensiero di Haraway – come una categoria ermeneutica in senso stretto e nemmeno come dispositivo narrativo. Ad un’attenta analisi, tuttavia, si rivela essere un concetto ricco di risonanze, proprio in virtù di quel dialogo stretto che intercorre tra le storie con cui scegliamo di raccontarci e raccontare il nostro modo di abitare il pianeta.

Per fare un esempio, le domande con cui esplorare i testi narrativi potrebbero essere le seguenti. Quali sono le forme o le modalità attraverso cui la responso-abilità può manifestarsi all’interno della finzione narrativa? In che modo le storie sviluppano, negoziano e mettono in pratica una responso-abilità multispecie e consapevole, in relazione ai non-umani, agli ecosistemi e agli altri esseri viventi con cui Homo sapiens condivide il pianeta? E ancora: quali esiti extra-narrativi possono derivare dalla proposta di una storia che veicola modi di abitare più responso-abili?

A questo punto, non v’è dubbio che le narrazioni solarpunk siano ottime candidate per questo esperimento di analisi critica e testuale. La ragione risiede nel fatto che – in qualità di movimento narrativo e speculativo volto ad immaginare percorsi verso mondi più sostenibili – il Solarpunk si trova a condividere lo stesso orizzonte di sguardo della filosofa Haraway. Il legame tra il pensiero di Haraway e la proposta Solarpunk, tuttavia, non è solo tematico, ma anche pienamente strutturale. Entrambi rifiutano l’idea che la crisi ecologica possa essere affrontata da un soggetto singolo ed eroico o con una soluzione idealistica e definitiva: al contrario, valorizzano la molteplicità, l’eterogeneità, la coabitazione di prospettive diverse. Entrambi sono diffidenti tanto verso il catastrofismo paralizzante quanto verso un ottimismo ingenuo. Entrambi, infine, credono che il cambiamento non si costruisca dopo che i problemi sono risolti, ma dentro i problemi, restando con essi piuttosto che fuggirli.

Il Solarpunk e Donna Haraway si corrispondono vicendevolmente. La narrativa solarpunk è in un certo senso una palestra per la responso-abilità: uno spazio in cui esercitarsi a vivere e abitare diversamente, immaginare alternative coraggiose per questo pianeta, pur senza alcuna promessa di salvezza: un esercizio collettivo di possibilità e di speranza mai ingenua, ma sempre consapevole e testarda. All’inverso, leggere il Solarpunk con gli occhi di Haraway significa prendere sul serio la narrazione quale strumento per affrontare la dimensione culturale della crisi ecologica e per osservare da nuove angolazioni la relazione che la specie umana intrattiene con il pianeta e chi lo abita. Il pensiero tentacolare di Haraway invita a tastare il mondo con curiosità, senza pretendere di afferrarlo in una sola presa. In questo stesso spirito, la letteratura solarpunk si offre come un insieme di mani che esplorano la superficie di un futuro ancora non scritto. E come ricorda Evan – l’androide aviforme del racconto di D.K. Mok[9] – nel momento in cui il mondo sembra sul punto di cedere sotto il peso delle proprie contraddizioni: “Have you given up on humanity? Because I haven’t”[10].

Vittoria Guenzani


Bibliografia

  • Fabbri, Giulia (a cura di), Narrazione dall’antropocene. (Pre)visioni della crisi ambientale nella letteratura e nella cultura visuale, Editpress, 2024.
  • Haraway, Donna, Chthulucene+. Sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, 2025

Vittoria Guenzani è nata nel 1999 e si è laureata in Lettere a Milano e poi in Letterature Moderne e Spettacolo a Genova, nella convinzione che le storie siano uno degli strumenti più potenti che abbiamo per cambiare il mondo. Scout di formazione e disegnatrice fino dal primo giorno, reca sempre sulle spalle uno zaino in cui non mancano mai carta, penne e colori, perché sa che per orientarsi — in montagna come nel presente – serve anche (o soprattutto) tanta immaginazione. Si occupa di letteratura speculativa e pensiero ecologico, alla ricerca dei sentieri possibili per un futuro diverso e più responso-abile.


Note

[1] Haraway, 2025, p. 5

[2] Concetto espresso e teorizzato in T. Morton, Hyperobjects. Philosophy and Ecology after the end of the World, University of Minnesota Press, 2013

[3] Fabbri, 2024, p. 12

[4] Fabbri, 2022, p. 14

[5] Haraway, 2025, p. 25

[6] Haraway, 2025, p. 9

[7] Il riferimento è agli studi di linguistica e scienze cognitive di Lakoff e Johnson, esplorati nel volume Metaphors We Live by, University of Chicago Press, 1980

[8] Corsivo nostro, come richiamo alla different story di Plumwood

[9] Si rimanda al racconto The Birdsong Fossil di D.K. Mok presente nell’antologia Multispecies Cities: Solarpunk Urban Futures, World Weaver Press, 2021, curato da Sarena Ulibarri.

[10] Come sopra

Donna Haraway