Praticate la resurrezione! Wendell Berry, 1934-2026

Gianni Vacchelli


Il 31 agosto 2026 è morto Wendell Berry, scrittore statunitense che è stato anche saggista, poeta, critico, attivista, utopista, ecologista, contadino. Berry non è noto al pubblico italiano, dovrebbe esserlo a chi ama il solarpunk, perché le sue visioni, storie e azioni si situano pienamente nell’alveo di questo movimento.

Per colmare la lacuna che lo riguarda, abbiamo pensato di chiedere un contributo a un autore e pensatore italiano che conosce molto bene la sua opera.

Gianni Vacchelli è a sua volta scrittore, saggista, ricercatore. Insegna in un liceo classico di Milano e anima conferenze e serate letterarie parlando di Dante, di mistica, di politica, e anche di fantascienza e di utopia. Il suo ultimo libro è “Gaza è la bussola del mondo”, Mimesis, 2026. Quello che consiglio, e che me l’ha fatto conoscere, è “L’inconscio è il mondo là fuori. Dieci tesi sul capitalocene: pratiche di liberazione”, Mimesis 2020.

Lo ringrazio sentitamente di questo pezzo, infuso dello slancio e della profondità che lo contraddistinguono, che ha scritto appositamente per Solarpunk Italia, su mia richiesta.

“Possiamo vivere altrimenti”… Grazie, Gianni.
E grazie, Del!

Giulia Abbate


Con la morte di Wendell Berry scompare uno dei più grandi scrittori del nostro tempo. Non semplicemente uno dei maggiori scrittori americani, a mio avviso pari a Thomas Pynchon, benché meno riconosciuto; neppure soltanto una delle grandi voci dell’ecologismo contemporaneo. Berry è stato un poeta straordinario, un narratore di grande profondità, un saggista lucidissimo e uno dei più radicali critici della civiltà industriale. La sua opera, vastissima e insieme sorprendentemente unitaria, merita ormai di essere considerata nella sua piena canonicità.

Forse proprio alcune delle etichette che hanno contribuito a farlo conoscere rischiano oggi di limitarne la portata. Scrittore della natura, poeta-contadino, pensatore agrario, ambientalista: tutto vero, ma tutto insufficiente. Perché al centro dell’opera di Berry non c’è semplicemente la difesa dell’ambiente. Piuttosto: che cosa significa vivere umanamente? E, inseparabilmente: quale civiltà può dirsi umana se distrugge sistematicamente il suolo da cui trae nutrimento, le comunità che la sostengono, la bellezza dei luoghi, la pace tra gli uomini, il rapporto con gli altri viventi?

Berry ha compreso molto presto che la modernità industriale non è soltanto un insieme di tecniche. È una forma mentis, quasi una metafisica. Presuppone che ogni cosa possa essere trasformata in risorsa, che tutto sia sostituibile, che ogni limite debba essere superato, che la crescita sia di per sé un bene, che efficienza e velocità costituiscano criteri sufficienti per misurare il progresso. È una civiltà che ha finito per assumere, sempre più, una postura bellica: guerra contro i limiti, contro la terra, contro il tempo naturale, contro le comunità, contro il corpo; e infine, inevitabilmente, guerra tra gli uomini.

E questa critica dell’industrialismo è inseparabile, in Berry, da una critica profonda del capitalismo, soprattutto là dove esso pretende di ridurre ogni realtà a merce, ogni attività a prestazione economica, ogni luogo a spazio sfruttabile, ogni essere vivente a risorsa. Il capitalismo contemporaneo non è soltanto, nella sua prospettiva, un sistema di produzione e di scambio: tende a diventare una cultura totale, una rimappatura assoluta, capace di imporre le proprie categorie al reale tutto. Il valore viene confuso con il prezzo, la ricchezza con l’accumulazione, il progresso con l’aumento della produzione e dei consumi. Tutto ciò che non entra immediatamente nel circuito del profitto – la cura, il dono, la gratuità, la lentezza, la fedeltà a un luogo, la continuità fra le generazioni – rischia di apparire improduttivo e dunque irrilevante. È precisamente contro questa riduzione che Berry ha scritto per tutta la vita.

Così la critica di Berry all’industrialismo è stata sempre anche una critica alla guerra. Dal Vietnam all’invasione dell’Iraq, la sua opposizione alle avventure militari statunitensi appartiene allo stesso orizzonte della sua lotta contro l’agricoltura industriale, il consumismo e la devastazione ecologica. C’è una continuità profonda fra il campo trasformato in fabbrica e il mondo trasformato in campo di battaglia: in entrambi i casi qualcosa di vivo viene ridotto a oggetto manipolabile, calcolabile, sacrificabile. La pace, allora, non è per Berry semplicemente assenza di guerra. È il contrario di una postura di conquista e riguarda il nostro rapporto con la terra, con gli altri esseri viventi, con le comunità cui apparteniamo. Dove prevalgono il puro uso, il dominio e la competizione elevata a regola universale, anche la pace diventa impossibile. La stessa critica della guerra appartiene così a una visione più ampia: non si può costruire una società pacifica mantenendo intatta una cultura fondata sul dominio, sull’estrazione, sull’accumulazione e sulla continua violazione dei limiti. La pace comincia anche dal modo in cui abitiamo il mondo.

Uno degli ultimi grandi interventi di Berry, Against Killing Children, pubblicato nell’ottobre del 2024, ha posto proprio i bambini al centro della questione della guerra e della nostra stessa umanità. «L’uccisione dei bambini è la misura più evidente del nostro tradimento di ciò che un tempo chiamavamo la nostra umanità», scrive. E non parla soltanto delle stragi nelle scuole americane: ricostruisce una continuità che va dalla guerra civile statunitense a Hiroshima, dalla Corea all’Afghanistan, fino all’Ucraina, a Israele e a Gaza. Qui la sua parola diventa di fatto decisiva per smascherare la menzogna del nostro sistema di morte. Berry rifiuta l’idea che la morte dei bambini possa essere assorbita nel linguaggio anestetizzante del “danno collaterale” e arriva a definire esplicitamente quella israeliana una guerra che uccide bambini, collegandola alla lunga storia della violenza bellica americana e aggiungendo, con cautela, che forse anche Hamas ricorre alla medesima logica di giustificazione. La domanda che pone è terribile nella sua semplicità: come possiamo svalutare la vita dei figli degli altri senza finire, attraverso la stessa disposizione interiore, per svalutare anche quella dei nostri? La pace diventa così inseparabile dalla custodia dell’infanzia: là dove l’uccisione dei bambini diventa accettabile, giustificabile o semplicemente abituale, qualcosa di essenziale nell’umano è già stato distrutto.

La nostra potrebbe essere definita, usando un’immagine profondamente berryana, una modernità che «ha scelto il fuoco». Il combustibile fossile, la combustione incessante delle risorse, la macchina, la guerra, la velocità, l’accelerazione, la capacità di distruggere e ricostruire per distruggere ancora. Berry ha opposto al fuoco la terra. Non la Terra come astrazione ideologica, ma questa terra: un campo, un fiume, un bosco, una fattoria, una comunità precisa. La terra che si lavora e che nello stesso tempo ci lavora; che si eredita senza possederla veramente; che abbiamo ricevuto dai morti e che dovremmo consegnare ai non ancora nati.

È questo forse il primo grande insegnamento di Berry: tornare alla prossimità. Non perché il piccolo sia automaticamente buono, ma perché solo nella prossimità diventano visibili le conseguenze delle nostre azioni. Chi vive in un’economia completamente astratta può consumare senza vedere ciò che il consumo distrugge; può mangiare senza sapere da dove venga il cibo; può utilizzare energia senza conoscere i luoghi devastati per produrla; può acquistare beni ignorando il lavoro che li ha resi possibili. La distanza favorisce l’irresponsabilità. La vicinanza, invece, obbliga alla relazione.

Ed è proprio l’astrazione uno degli strumenti più potenti del capitalismo criticato da Berry. Quanto più il capitale, la produzione e il consumo si separano dai luoghi concreti, tanto più diventa facile occultare i costi reali dell’economia: i suoli impoveriti, le acque inquinate, le comunità disgregate, il lavoro degradato, gli esseri umani espulsi dai territori. Il mercato globale può far apparire conveniente ciò che, visto dalla prospettiva della terra e della comunità, è invece una perdita irreparabile. Berry riporta continuamente l’economia alla domanda che il capitalismo tende a rimuovere: che cosa produce davvero questa produzione, e che cosa distrugge per poter produrre?

Qui nasce uno dei concetti più fecondi di Berry: l’appartenenza. Nei romanzi e nei racconti di Port William la comunità viene spesso pensata come una membership, una rete di esseri umani che non esistono isolatamente ma attraverso legami, memorie, debiti, affetti, conflitti, lavoro condiviso. Non è una comunità idilliaca. Ci sono fallimenti, solitudini, errori, tradimenti, lutti. Ma nessuno è semplicemente un individuo autosufficiente. Ogni vita è dentro le vite degli altri.

Ed è proprio la narrativa di Berry che dovrebbe essere maggiormente riscoperta. Port William è uno dei grandi luoghi immaginari della letteratura americana contemporanea, una geografia narrativa capace di sostenere il confronto, per ampiezza della memoria e densità delle relazioni, con altre grandi invenzioni territoriali della narrativa statunitense. Romanzi come Jayber Crow, Hannah Coulter, A Place on Earth, The Memory of Old Jack non sono illustrazioni delle teorie espresse nei saggi. Sono un’altra forma di conoscenza.

Qui Berry comprende qualcosa che talvolta la critica ideologica dimentica: una civiltà non può essere giudicata soltanto attraverso le sue strutture economiche. Bisogna vedere che cosa quelle strutture fanno alle vite. Cosa accade a un matrimonio, a un vecchio, a un figlio che parte, a un campo abbandonato, a una famiglia quando il lavoro smette di essere parte di una storia e diventa semplice occupazione, quando il luogo natale diventa qualcosa da lasciare necessariamente per poter “riuscire”.

Eppure sarebbe un grave errore leggere tutto questo come nostalgia. Berry non è un reazionario. Non propone la restaurazione impossibile di un passato perfetto, che del resto sa benissimo non essere mai esistito. La sua critica è più radicale proprio perché non dice semplicemente: torniamo indietro. Dice: possiamo vivere altrimenti. Un’altra agricoltura. Un’altra economia. Un altro rapporto con la tecnica. Un’altra organizzazione del lavoro. Un’altra idea di ricchezza. Un’altra concezione del progresso. Un’altra cultura, dunque, e infine un’altra vita.

È un punto decisivo. Il sistema nel quale viviamo tende continuamente a presentarsi come intrascendibile. Possiamo modificarne qualche effetto, renderlo più sostenibile, correggerne alcune storture, ma non possiamo immaginare qualcosa di radicalmente diverso. Berry ha trascorso la vita a negare questo dogma. L’industrializzazione non è una legge naturale. Il gigantismo economico non è un destino. La concentrazione della produzione non è inevitabile. L’espulsione degli esseri umani dalla terra non è progresso per definizione. La distruzione delle economie locali non è il prezzo necessario della storia.

E neppure il capitalismo è per Berry un orizzonte antropologico insuperabile, quasi coincidesse con la natura stessa dell’essere umano. La sua opera rimette in discussione proprio questa pretesa. L’economia di mercato, quando diventa misura di tutte le cose, tende a dissolvere ciò che non può incorporare pienamente: reciprocità, responsabilità, beni comuni, economie locali, autosufficienza relativa, relazioni che non obbediscono alla massimizzazione del profitto. La critica di Berry è perciò radicale senza trasformarsi in ideologia astratta: non propone un sistema perfetto da sostituire a un altro, ma giudica ogni economia a partire dalla sua capacità di custodire la vita. L’economia deve tornare a essere contenuta dentro l’ecologia, e non viceversa.

Quella di Berry non è un’utopia astratta. Parte sempre dall’esperienza. Dalla fertilità di un terreno. Dalla conservazione di una fattoria. Dal lavoro ben fatto. Dalla durata di un matrimonio. Dalla responsabilità nei confronti di un vicino. Da ciò che chiama salute nel senso più ampio: l’integrità di un organismo, di una persona, di una comunità e di un luogo. Questa concretezza ha riguardato anche il rapporto fra la sua opera e la sua vita. Berry è stato uno di quegli scrittori, sempre più rari, che hanno cercato di non accettare la separazione fra ciò che si scrive e ciò che si vive, fra pensiero ed esistenza, fra arte e vita. Il ritorno alla terra, il lavoro agricolo, la scelta di radicarsi in un luogo e di assumere personalmente almeno una parte delle conseguenze delle idee sostenute nei suoi libri non sono stati elementi accessori o pittoreschi della sua biografia: appartengono alla sostanza stessa della sua opera. Non perché Berry abbia preteso una perfetta coincidenza fra vita e pensiero, né perché lo scrittore debba trasformarsi in modello morale, ma perché ha cercato di sottrarsi a uno dei dualismi più costitutivi della modernità: quello che permette di pensare una cosa e viverne sistematicamente un’altra. Anche in questo la sua scrittura possiede una forza particolare: la parola non nasce separata dalla pratica dell’abitare, del lavorare, del custodire. Berry ha cercato, per quanto è possibile a un essere umano, di incarnare ciò che scriveva e di scrivere ciò che cercava di vivere.

È qui che economia ed ecologia tornano a incontrarsi. La crisi ecologica non è per Berry un settore separato della crisi contemporanea. Non esiste prima un’economia che produce ricchezza e poi, da qualche parte, un problema ambientale da risolvere. Un’economia che distrugge sistematicamente le condizioni della vita è già, in sé, una cattiva economia. Una società che produce ricchezza monetaria impoverendo il suolo, le comunità, i corpi e il futuro non può essere considerata prospera se non attraverso un impoverimento radicale del significato della parola prosperità.

Da questo punto di vista, la sua critica investe direttamente anche uno dei miti fondamentali del capitalismo moderno: l’idea che la crescita economica possa essere indefinita. Berry ha insistito sul carattere assurdo di un’economia che pretende un’espansione senza fine dentro un mondo finito. Il limite ecologico diventa così anche un limite politico e morale alla logica dell’accumulazione. Non ogni incremento quantitativo è crescita della vita; non ogni aumento del prodotto corrisponde a un aumento del bene. Una comunità può diventare economicamente più “ricca” mentre perde il proprio suolo, la propria autonomia, i propri mestieri, le proprie relazioni e perfino la capacità di nutrirsi. Berry ci costringe a domandare se una simile crescita non sia in realtà una forma di impoverimento.

Ma in Berry la critica sociale affonda in qualcosa di ancora più profondo: una dimensione sapienziale e spirituale. In questo senso, quella di Berry non è soltanto ecologia. Potremmo chiamarla, con Raimon Panikkar, ecosofia: non semplicemente un sapere sull’ambiente o una strategia per conservarlo, ma una sapienza della terra stessa, un modo diverso di comprendere il posto dell’essere umano nel cosmo. La terra non è un oggetto esterno da amministrare più saggiamente: è la realtà vivente alla quale apparteniamo. L’ecologia diventa allora anche antropologia, spiritualità e cosmovisione sapienziale; chiede non soltanto di modificare alcune pratiche, ma di trasformare il nostro modo di vedere e di abitare il mondo.

La terra non è soltanto qualcosa che occorre salvaguardare perché ci è utile. È buona in sé. La creazione possiede una dignità che precede il nostro uso. Il pensiero cristiano di Berry – personale, inquieto, spesso fortemente critico verso le Chiese e verso ogni cristianesimo alleato del potere economico o militare – nasce da qui. Naturale e soprannaturale, corpo e spirito, terra e cielo non appartengono a mondi separati.

La splendida serie dei Sabbath Poems nasce precisamente da questa esperienza. Il riposo non è inerzia. È il momento in cui il mondo smette di apparire come materiale da trasformare e può tornare a essere contemplato. Berry recupera così qualcosa che la modernità produttivistica ha quasi cancellato: non tutto ciò che esiste deve servire a qualcosa. Esistono il dono, la gratuità, la festa, la bellezza, il silenzio.

In questa costellazione trova posto anche una parola oggi quasi impronunciabile: povertà. Non la miseria imposta, non la privazione prodotta dallo sfruttamento, ma una povertà volontaria che significa semplicità, sobrietà, libertà dalla compulsione dell’avere. Nel Manifesto: The Mad Farmer Liberation Front Berry può scrivere, paradossalmente: «Prendete tutto ciò che avete e siate poveri». Essere poveri, in questo senso, significa sottrarsi alla falsa equivalenza fra ricchezza e accumulazione, riconoscendo altre forme di abbondanza: il tempo, i legami, la terra, il lavoro ben fatto, una certa autosufficienza, il dono, la contemplazione. Berry non idealizza la miseria: denuncia anzi la povertà reale che una civiltà economicamente ricchissima produce quando distrugge suoli, economie locali e comunità. Ma rovescia la domanda moderna sulla ricchezza: quanto ci occorre davvero per vivere bene? E quanto di ciò che possediamo finisce invece per possedere noi?

E soprattutto esiste il limite.

Forse nessuna parola è oggi più rivoluzionaria. La nostra cultura associa istintivamente il limite alla privazione. Berry vi riconosce invece una condizione della forma e quindi della vita. Un organismo senza limite è un organismo malato. Un’economia che non riconosce limiti diventa cancerosa. Una tecnologia che considera tutto ciò che è possibile anche automaticamente desiderabile smarrisce qualsiasi criterio. Una libertà che non riconosce responsabilità verso gli altri si converte in potere.

Il limite è ciò che consente alla libertà di non diventare devastazione.

Anche per questo la semplicità stilistica di Berry non va scambiata per semplicità intellettuale. È, al contrario, una conquista. La sua prosa e la sua poesia possiedono un nitore straordinario. Berry non ha sentito il bisogno dell’esibizione sperimentale perché la radicalità della sua scrittura si trovava altrove: nel pensiero, nello sguardo, nel rapporto tra parola e realtà.

Wendell non ignorava la complessità della letteratura moderna, ma non considerava l’innovazione formale o lo sperimentalismo un valore autosufficiente, né una necessaria misura della profondità letteraria. Quando ciò che devi dire riguarda la morte, la terra, l’amore, il lavoro, la guerra, il corpo, la fedeltà, la comunità, il mistero della creazione, la lingua può scegliere di non mettere in primo piano se stessa, ma di restituire nitore e presenza alle cose. La parola, in Berry, non rinuncia alla complessità: cerca piuttosto di rendere nuovamente visibile il mondo.

Da questo punto di vista Berry possiede qualcosa di classico. Non una classicità accademica, ma quella rara capacità per cui uno scrittore sembra progressivamente sottrarsi al proprio tempo proprio perché lo ha attraversato sino in fondo e, in qualche modo, persino trasceso.

E infatti alcune delle questioni sulle quali ha insistito per decenni sono diventate sempre più urgenti: erosione dei suoli, perdita della biodiversità, agricoltura industriale, dipendenza energetica, desertificazione delle campagne, dominio delle corporation, dissoluzione delle comunità locali, solitudine individuale, crisi del lavoro, militarizzazione, crescita illimitata.

Berry aveva visto che tutte queste crisi sono collegate.

E aveva visto che molte di esse non sono semplicemente effetti collaterali correggibili del capitalismo industriale, ma conseguenze della sua stessa logica quando essa viene lasciata senza limite: accumulare, concentrare, espandere, sostituire il lavoro umano con ciò che costa meno, trasformare i luoghi in piattaforme produttive e i bisogni in mercati. La questione ecologica diventa allora inseparabile dalla questione economica e politica. Non si può davvero difendere la terra lasciando intatto un modello che trae la propria forza dalla continua trasformazione della terra, del lavoro e della vita in capitale.

Ma aveva visto anche che la risposta non può consistere soltanto nella paura della catastrofe. Qui sta forse la sua lezione più preziosa. La critica deve essere accompagnata dalla capacità di amare qualcosa. Non basta essere contro la devastazione: occorre sapere che cosa vogliamo custodire.

Un campo. Una casa. Una lingua. Un amore. Una comunità. Una specie vivente. Una memoria. Un pezzo di mondo che ci è stato affidato.

Questa è forse la politica più profonda di Berry: custodire ciò a cui si appartiene, essergli fedeli, averne cura. Non una politica spettacolare o eroica, né costruita sulla conquista del centro del potere, ma sul rifiuto di trattare il mondo come qualcosa di sacrificabile.

Per questo Berry sfugge anche alle consuete divisioni ideologiche. Conserva, ma non è conservatore nel senso reazionario del termine. Critica il capitalismo, ma diffida delle grandi astrazioni politiche. È cristiano, ma attacca con durezza il cristianesimo quando giustifica la violenza, il dominio e il disprezzo della terra. È profondamente legato a una tradizione, ma considera una tradizione viva soltanto quando essa permette alla vita di continuare e rinnovarsi.

La sua è una forma di radicalismo mite o di mitezza radicale. Mite non significa debole né remissivo. Poche voci sono state altrettanto inflessibili nella denuncia della distruzione industriale. Ma Berry sapeva che non si esce dalla logica del dominio riproducendo il dominio con segno contrario.

La terra non urla. Cresce. Forse questa immagine può accompagnare il suo congedo.

Con Wendell perdiamo uno degli ultimi grandi scrittori capaci di tenere insieme poesia e politica, spiritualità e materia, critica economica e contemplazione, lavoro manuale e pensiero, tradizione e trasformazione. La sua opera dovrà essere letta sempre di più non soltanto come testimonianza di un’America rurale che scompare, ma come una delle grandi interrogazioni sulla civiltà contemporanea.

E dovrà essere finalmente riconosciuta anche nella sua piena grandezza letteraria.

Berry ci lascia mentre il mondo sembra procedere nella direzione esattamente opposta a quella che ha indicato: più velocità, più artificializzazione, più concentrazione economica, più guerra, più estrazione, più solitudine.

Proprio per questo la sua voce non appartiene al passato. Appartiene piuttosto al presente e al futuro.

Perché non ci ha chiesto di tornare indietro.

Ci ha chiesto qualcosa di molto più difficile: di imparare di nuovo ad abitare la terra e l’umano.

Poeticamente. Cioè con uno sguardo e un’azione inediti. Di liberazione.

Praticate la resurrezione!

Gianni Vacchelli