Solarpunk Disney? Parliamone, ma non troppo

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Chiacchierata a 2 sul film di animazione “Strange World”

Giulia Abbate e Riccardo Muzi

Riccardo: — Ciao, Giulia. Ti devo dire una cosa importantissima.

Giulia: — Ciao, Ric! Dimmi, dimmi 🙂 

R: Ieri mi sono imbattuto nel film più solarpunk mai visto finora!

G: — Scommetto che stai parlando di… Strange World della Disney, vero?

R: — Cavolo, si! Tu l’hai già visto?

G: — Eh, sì!

R: — E non mi dici niente?

G: — È che sto ancora elaborando l’esperienza. Sono uscita dal cinema praticamente divisa a metà. Il film è molto bello e totalmente solarpunk: lo è programmaticamente, diligentemente. Per questo ho una certa senzazione di… sensazionale fregatura. 

R: — In effetti…. è una sensazione che ho anche io dopo la visione del film: “ma un colosso come la Disney, cosa c’entra con il solarpunk?” Però in questo film gli elementi cardine del solarpunk ci stanno tutti, e sono anche ben sviluppati, non trovi? 

G: — Sì, concordo con te: solarpunk in distillato apparentemente purissimo. Per questo dicevo che sono uscita dal cinema divisa a metà. Da una parte, sono stata entusiasta di vedere un film del genere, una storia solarpunk svolta splendidamente. Alla visione, è stata una scoperta graduale, una specie di: “aspetta… ma io tutto questo lo conosco… lo riconosco!”. Ma d’altro canto, a mente fredda: parliamo della Disney, una corporation che è tra gli emblemi del colonialismo culturale statunitense e dello sfruttamento industriale di idee, storie, personaggi che sono patrimonio dell’umanità tutta e che tale dovrebbero restare, ma vengono invece occupati e travisati.

R: — In che modo secondo te c’è un travisamento, qui?

G: — Be’, in Strange World il solarpunk non è stato affatto travisato, ma anzi impiegato molto bene, in una storia di conoscenza e di sublimazione dei conflitti. Ma possiamo essere contenti che sia un ennesimo modo per battere cassa a beneficio di un conglomerato industriale e macchina di dominio?
Però aspetta, restiamo sul pezzo: tu che ne pensi, quali sono gli elementi cardine solarpunk, secondo te ben sviluppati nel film?

R: — Ce ne sono moltissimi: è come se avessero preso “ispirazione” da un fantomatico “vademecum” del solarpunk collocando con criterio gli stilemi del genere nello svolgersi delle vicende.
Ti faccio un paio di esempi, visto che la cosa ha colpito entrambi: ad un certo punto i protagonisti si mettono a giocare ad un gioco di società in cui vince chi riesce a vivere il più possibile in armonia con la natura. Con relativa ritrosia degli adulti coinvolti, che lamentano l’assenza di nemici da battere, il che rende ai loro occhi il gioco assai noioso, mentre i giovincelli sono entusiasti di questa dinamica ludica.
Poi, nel film mi pare chiaro il riferimento al fare sempre le cose insieme, condividere, includere. Infatti, non c’è un vero e proprio protagonista assoluto, che di solito è un classico dei film Disney; qui, il tessuto narrativo viene portato avanti da un gruppo di personaggi e non dal singolo eroe. Anzi, se non ricordo male, chi decide poi di imbarcarsi in azione solitarie si imbatte in situazioni abbastanza sfigate.
Tu hai riscontrato altri passaggi narrativi cosi evidentemente solar?
Aspetta però! Non ti dilungare troppo, eh! Perché dopo ti devo fare un bel domandone 🙂

G: — Concordo con te sul “vademecum”, infatti la parola che mi veniva in mente già alla visione era blueprint: un modello cianografico. Oltre agli aspetti che hai indicato tu, altri tipici del genere sono, ad esempio, l’estetica art nouveau della fattoria, e quella naturale-hobo degli abiti dei paesani e contadini; la commistione di tecnologia e ambientazione rurale, con bioluminescenza qua e là; l’omosessualità del figlio totalmente accettata dai genitori (con modalità forse un po’ troppo da “catechismo”, come tipico del progressismo in salsa Disney); la maschilità e persino il ruolo paterno messi fortemente in discussione (direi anzi messi in croce, cosa che in effetti trovo esagerata e non apprezzo affatto). Ci sono poi altri elementi strutturali che indicherei come solarpunk più avanzato, più profondo, che però non mi pare il caso di rivelare, visto che andremmo a rovinare qualche sorpresa a chi non ha visto il film; per farla breve e senza spoiler, riguardano il modo in cui i conflitti narrativi sono orchestrati e poi risolti.
E ora, sono curiosa: vai con il domandone!

R: — Ecco il domandone: noi spesso sosteniamo che è in atto un’appropriazione indebita del nostro immaginario. Lo diciamo per descrivere quanto, allo stato attuale, i nostri pensieri immaginifici siano monopolizzati dalla cultura anglosassone, soprattutto statunitense; e quanto la fantascienza contemporanea poggi quasi completamente su ambientazioni distopiche. Ora che la Disney, ovvero uno dei big della cultura egemone, si “prende” anche il solarpunk… come affrontiamo questo ennesimo ladrocinio? Che misure di contrasto possiamo immaginare?

G: — Penso che come prima cosa si debba inquadrare bene quella che tu definisci “appropriazione indebita”. Io su questo ho fatto ricerche e sto elaborando un profilo di questa dinamica di appropriazione. Ne ho parlato in un articolo sulla distopia, “Macerie”, e la mia ricerca è poi andata avanti. 

R: — Maddai, molto interessante, illuminami.

G: — In sintesi, accade che le potenze industriali monitorano il panorama indipendente e colgono le correnti, le sperimentazioni, le idee che trovano più attrattive. In primis lo fanno per sfruttarle commercialmente. Ci mettono sopra il loro cappello e… ciao, possono farci quello che vogliono. Anche cambiarle. Con la distopia hanno fatto così, l’appropriazione in quel caso non è stata solo commerciale, ma anche politica: le hanno tolto la carica critica, trasformandola in una battaglia reazionaria del singolo contro un “fascismo” da fumetto. Così hanno messo a nanna lo slancio e il portato critico contro il fascismo vero, che oggi è quello del capitale, anzi dei capitalisti che hanno nomi e cognomi!

R: — …e che, guarda caso, siedono nei consigli di amministrazione di Disney & compagnie fatturanti!

G: — Appunto! Questo è il vero problema dell’“appropriazione culturale” operata dall’industria dell’intrattenimento: non solo che facciano tanti soldi con le idee altrui; non solo che rapinino culture per trasformarle in paccottiglia da reddito; il problema è che con la loro potenza di fuoco possono ridefinire (e pervertire) d’arbitrio concetti, idee, nomi e tradizioni culturali a loro piacimento.

R: — In effetti, parlavamo in passato (anche qui sul blog) anche di questo: oggi che tutti credono di conoscere la distopia, ti diranno che con la fantascienza non c’entra niente. E questo perché le industrie che hanno usato la distopia per i loro prodotti hanno fatto sì che il legame tra fantascienza e distopia venisse negato.

G: — E come? Anche questo è importante: si sono serviti di schiere di lavoratori culturali che per una prefazione in più, per una presentazione in più, per una comparsata in più in un festival, si sono affannati a obbedire a ordini non scritti, ma molto chiari e condivisi, su cosa dire.

R: — Vero! Spesso, nei circoli “alti”, quando si entra in argomento la fantascienza è indicata come una letteratura perdente e un po’ puzzolente, e invece la distopia è descritta come qualcosa di diverso, di più nuovo e rispettabile.

G: — C’è un curioso dispendio di energie, per fare questo, con nuove definizioni tipo “distopico”, “narrazioni del domani”, “speculative fiction”, “tomorrow stories”, “distopie tangenti”, “incubi del giorno dopo”, “cose che già a qualcuno stanno capitando”, e amenità simili alle quali anche grandi autori e autrici hanno contributo… Margaret Atwood si è inventata il neologismo “ustopia”, pur di non ammettere che “Il racconto dell’ancella” è un romanzo di fantascienza sociale!

R: — A voler ben vedere, questo modo di procedere è una vera e propria mistificazione.

G: — E permette di separare i nuovi prodotti “depotenziati” da una tradizione fatta di critica e di messaggi ben più forti. Porta anche all’emarginazione di chi davvero conosce il tema e negli anni lo ha tenuto vivo. Che beffa, eh? Gli stessi che in prima battuta sono monitorati e poi sfruttati dalle industrie, vengono tempestivamente esautorati del loro lavoro! Questa è un’altra dimostrazione del fatto che l’industria culturale vuole mistificare: non può rivolgersi a chi studia e ama la materia, che non si presta a mentire; piuttosto, foraggia chi fino al giorno prima non sapeva nulla, ma è sufficientemente ignorante ed egocentrico da diventare un buon esecutore.
Sta succedendo anche con la letteratura ecologista e persino con l’ecologia…

R: — E allora torniamo con più cognizione di causa al domandone: cosa possiamo fare per impedirlo?

G: —La risposta breve è che non possiamo fare niente. 

R: — E dai, un po’ di speranza solarpunk!

G: — La speranza è cosa buona se non si trasforma in illusione. Ma hai ragione tu, teniamola viva e quindi partiamo dai fatti, per non illuderci. Intanto, va detto che non abbiamo la potenza di fuoco di una Disney o di una qualsiasi impresa di comunicazione o industria dell’intrattenimento. Anzi, siamo esattamente quella forza lavoro creativa, un po’ sfigata e maltrattata, che esse sfruttano per fare cassa. Ci sfruttano come lavoranti, come materia prima, come prodotto, come galoppini (quelli che si prestano, almeno). E noialtri che non ci prestiamo, noi indipendenti, tu e io e Solarpunk Italia e chi vuoi, non abbiamo i mezzi per contrastare questa cosa in modo diretto e immediatamente efficace… né, temo, una sufficiente elaborazione intellettuale sottostante, visto che questi specifici discorsi a me pare che in Italia li stia facendo solo io, e in forma embrionale, insufficiente. 

R: — Ok… la speranza quando arriva, in tutto questo?

G: — Nella lotta. La speranza si costruisce con la lotta, non il contrario. Ragionando in un’ottica di percorso, c’è una consapevolezza da costruire in merito. Bisogna elaborare, dimostrare e divulgare l’esistenza di questo processo di appropriazione culturale-industriale, sperando che i nostri colleghi contribuiscano, per trovare una posizione comune di difesa e liberazione.
Questa posizione al momento non è immaginabile, per funzionare dovrà essere collettiva e quindi costruita insieme in modi originali, condivisi, concordi.
Oltre a questo lavoro, proiettato in una dimensione futura e collettiva, abbiamo anche un margine di intervento immediato, che non è risolutivo, ma può fare da argine almeno al pervertimento delle culture “in via di appropriazione”: bisogna che le divulghiamo bene e in modo completo e fedele, senza prestarci a disattivazioni, ma tentando in ogni sede di esprimere idee e messaggi di cui ci facciamo latori, senza infingimenti.

R: — Nemmeno questo è tanto facile. Sappiamo bene che arriva un momento in cui, se vuoi parlare a più persone, devi passare per delle maglie fatte apposta per smussarti gli angoli.

G: — Sì, è così, ed è un collo di bottiglia che dati gli attuali rapporti di forza è quasi ineludibile. Diciamo però che si può essere strategici: gli angoli non vanno dimenticati, ma riproposti ogni volta che è possibile, evitando di diventare giulivi esecutori eterni e tenendo il punto ogni volta che è possibile.
Altrimenti ci aspetta la disneyficazione di tutto: che produce storie bellissime, colorate, accurate, originali, attrattive e persino profonde, ma private in modo chirurgico di ogni componente politica e che può in qualsiasi modo infastidire chi ci domina.
Come è, appunto, Strange World

R: — Hai parlato di rapporti di forza, giusto? Bè, la potente Walt Disney ha fatto un potente flop. Nelle sale, Strange World è stato un disastro commerciale: il film partiva da un budget di 180 milioni di dollari (!!!) e ne ha guadagnati, in tutto il mondo, all’incirca 54. Si sono in seguito un po’ ripresi: pare che sulla piattaforma Disney+ il film sia invece andato forte, ma non so quantificare in termini di numeri assoluti.
Dico questo per riaccendere la speranza: forse questo flop ci concede ancora un po’ di tempo per tentare di costruire una coscienza collettiva sulla disneyficazione (dell’immaginario, ma anche del mondo reale!) e sul processo che la supporta. Chiaramente non basta un singolo passo falso dell’industria dell’intrattenimento stellata e strisciata per costruire una proposta alternativa, però queste increspature del sistema possono rappresentare dei momenti favorevoli alla lotta a cui alludevi: si possono usare proprio questi “glitch” per aprire a opportunità di rivolta culturale più consistenti. Insomma, mi piacerebbe dire: “monitoriamo il nemico e colpiamo quando mostra il suo lato più debole”! Ma in realtà, come dicevi tu, nulla possiamo contro una potenza come quella della Disney, i rapporti di forza sono troppo sbilanciati.
Però, Strange World ci regala un po’ di tempo in più: se fosse stato un successo planetario, probabilmente, il solarpunk sarebbe già mainstream ma noi non ne saremmo molto contenti… anzi…

G: — Queste tue considerazioni mi riportano a più di dieci anni fa, a quando, con il successo di Black Mirror e lo sdoganamento della parola “distopia”, sbuffavo nei confronti di chi si lamentava del fatto che la distopia “era ridotta a semplice moda”, perché credevo che quella ampiezza di diffusione potesse essere una vera occasione per noi fantascientisti di far conoscere tutto il valore di questa letteratura. Se è stato così, lo è stato incidentalmente, in realtà l’industria ha inondato le menti di prodotti distopici funzionali al dominio e io allora mi sbagliavo. Quindi sì, condivido con te il sollievo nel non vedere il solarpunk trasformato nell’ennesima etichetta industriale, anche se la tendenza resta chiaramente in essere, ma almeno non è veloce come avrebbe potuto.
Allo stesso tempo, ci sono altre questioni sulle quali non ragiono più come dieci e più anni fa. Il concetto di “cultura di massa” non può essere da noi messo da parte, perché esso non corrisponde allo sfruttamento industriale ma è stato anche un nobile scopo di correnti di pensiero – come il socialismo – che nella cultura di massa vedevano proprio uno strumento di emancipazione e liberazione del popolo.
Quindi più che fare una guerra frontale contro illustri megamacchine che non vedono l’ora di individuarci per meglio tritarci, la strategia più sensata ed efficace che per ora mi viene in mente è quella di restare convintamente nella cultura popolare, e in quelle forme tanto disprezzate da trombettieri laureati al servizio di padroni in cerca di nuovi filoni minerari – quelle forme come la fantascienza, il romanzo rosa, il romanzo d’avventura o di azione. Senza avere come obiettivo quello di essere “nobilitati” da qualcuno di superiore, e senza cercare di convertire nessuno, ma cercando un confronto con chi è disposto a dialogare in questa cornice. Si tratta, ora come ora, di creare mentre si resiste. La strada, caro mio, è lunga!

R: — Lunghissima e molto faticosa, però bisogna provare a percorrerla, non credi?

G: — Eh sì, ci tocca!

R: — Andiamo, allora?

G: — Si, ma vai avanti tu

R: — Che gentile. Vabbè, ma alla fine che voto diamo a Strange world? Il pubblico vuole sapere

G: — Ancora con questa triste usanza di mettere i voti?

R: — Scusa, hai ragione. Niente voti, solo ribellione solarpunk.

G: — Esatto! E se Disney ci copia, gli facciamo causa con un pamphlet cartaceo.

Trama

Venticinque anni dopo la scoperta del Pando, la pianta prodigiosa che ha trasformato Avalonia in una civiltà tecnologicamente avanzata, il miracolo sembra giunto al termine. Le foglie appassiscono e l’energia vacilla, minacciando di far piombare il mondo nell’oscurità.
Searcher Clade, ormai agricoltore esperto, viene richiamato all’azione dalla presidentessa di Avalonia. Per salvare la loro terra, deve guidare una spedizione nel cuore pulsante del sottosuolo, dove risiedono le radici del Pando. A bordo dell’aeronave Venture, Searcher si ritrova affiancato dal figlio adolescente Ethan, desideroso di avventura, e da sua moglie Meridian, un’abile pilota.

Crediti

Titolo: Strange World; paese di produzione: Stati Uniti d’America; anno: 2022; durata: 102 min; regia: Don Hall, Qui Nguyen; Sceneggiatura: Qui Nguyen.