“Elba Solarpunk”, recensione di Marco Fornasaro


Quando si spiega il Solarpunk a chi non ne sa nulla, sorgono inevitabilmente due domande: “Dov’è il punk?” e “Come si scrive una storia se tutto va bene?”. La raccolta di racconti Elba Solarpunk, che include i quattro testi vincitori dell’omonimo concorso letterario, contiene risposte stratificate, restituendo la varietà di un mondo che è tutt’altro che monocromatico.

Il Punk della Controcultura

Il “punk” qui è inteso come autoesilio e pensiero divergente. È, per esempio, la scelta radicale di sottrarsi all’urbano e alla domotica high-tech, tema centrale de “La scelta di Benni” di Maria Frangioni: un racconto vorticoso e incasinato come il suo giovane protagonista, eppure incredibilmente leggibile e paradossalmente chiaro.

Ma il punk di cui parliamo è anche una ribellione al pensiero disfattista; una resistenza che si dà da fare anche solo per il gusto di smentire chi dice che “non si può fare”. In questa ribellione ci si sporca. È un punk da uomini d’azione. Come suggerisce il Commando Jugendstil ne “L’istituto che non c’è”, si tratta di una scelta “materica”, fatta di fango e compost. Non è un futuro asettico, anzi, è profondamente sporco. Ma è uno sporco che non inquina, uno sporco che genera vita: è lo “sporco-splendente” della ribellione pratica che rimette le mani in pasta e i piedi nel fango.

Il Conflitto nell’Ottimismo

Per quanto riguarda la seconda domanda — come costruire una trama se tutto va bene — la raccolta risponde mostrando che le società solarpunk non sono blocchi uniformi. Il conflitto nasce proprio dalla pluralità: lo testimoniano la dualità dell’abitare ne “La scelta di Benni” e lo scontro tra autoctoni ed eteroctoni ne “L’istituto che non c’è”.

Le difficoltà sono quelle della “politica del quotidiano”: decidere insieme come piantare i nuovi semi, accettando che il bene comune ha mille interpretazioni diverse. Su questa scia si muove anche il racconto di Andrea Barresi, “Fiori di mirto sui mulinelli”, che aggiunge un ulteriore livello: i disastri accadono anche quando si agisce per il bene. L’ottimismo solarpunk non è assenza di problemi, ma presenza di strumenti, coscienza e intenzione per affrontarli.

L’Interiorità

Non possiamo infine dimenticare che, oltre alle incomprensioni collettive e ai grandi disastri, esiste una dimensione profondamente personale. Rebecca Santamaria con il suo “Madri di mare” (primo classificato) dipinge un quadro di emozioni fatto di speranza e ansia. Una vera nostalgia — una malattia del ritorno — che colpisce tanto chi è partito quanto chi resta ad aspettare, facendo eco al turbamento intimo presente anche ne “La scelta di Benni”, ma con tinte meno caotiche, più placide, quasi lenitive.

Margine, centro e futuro

Se i racconti solarpunk interrogano tanto la società quanto il nostro “io” più profondo, specificatamente in questa racconta l’isola d’Elba cessa di essere un margine isolato per diventare un centro di riappropriazione del futuro, un laboratorio di decentralizzazione e localizzazione. Leggere queste pagine è già un primo segnale, una dichiarazione d’intenti: il futuro non è un’attesa immobile o un algoritmo che ha già deciso, ma un cantiere aperto.

Marco Fornasaro