A.E. Marling “Murder in the tool library” recensione di Andrea Clockwork Barresi

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A.E. Marling, “Murder in the tool library: a solarpunk mystery”, Barnes & Noble, 2023

Trovare romanzi solarpunk validi è ancora una sfida, anche a causa del fatto che il genere ha a malapena un decennio di vita. Il lato positivo del panorama attuale è che quando qualcosa di notevole viene a galla, fa il giro in fretta: nelle comunità online di nicchia, il passaparola la fa ancora da padrone.

Questo è il modo in cui Murder in the Tool Library (non ancora tradotto in italiano, ma consiglio il titolo Omicidio nella Biblioteca degli Attrezzi) ha catturato la mia attenzione e, come potrete immaginare, alzato le mie aspettative. Dunque inizierò con queste, nonostante non sia comune in una recensione, per darvi la prospettiva che avevo e che ha contribuito alla grande delusione che questo romanzo mi ha causato.

Ciò che avrei voluto

Se provo a immaginare un giallo con ambientazione solarpunk, mille domande saltano alla mente: come vengono gestiti i reati di una certa gravità in una società utopica? Come si svolge un’investigazione senza sorveglianza di massa? Come funzionano i processi senza polizia, tribunali, prigioni?

Questo è esattamente lo scopo della fantascienza speculativa: immaginare come società diverse gestiscono (o prevengono!) i problemi moderni più controversi. Lo scopo del solarpunk, tra le altre cose, è proprio quello di farci fantasticare su queste possibilità prima ancora di approdare a pagina uno, e in questo Murder in the Tool Library certamente riesce.

Inoltre, l’autore A. E. Marling non è un novellino: ha scritto fantasy dal 2013, quindi non avevo dubbi che sarebbe stato in grado di mostrare la sua esperienza nel tessere una storia e portare a compimento interazioni tra personaggi soddisfacenti.

Tutto ciò era nelle mie aspettative quando ho iniziato il romanzo, convinto che sarebbe finalmente stato una nuova aggiunta alla mia lista delle letture obbligatorie.
Purtroppo non è stato così.

Ci saranno spoiler minori, ma tenterò di lasciarli sufficientemente vaghi da non rovinare l’esperienza di lettura a chi vuole provare da sé. Discuterò di idee e concetti più che degli eventi della trama o colpi di scena, con l’eccezione del finale a cui dedicherò una sezione approfondita.

Ciò che ha funzionato

Prima di passare ai problemi che ho riscontrato nel romanzo, ci tengo a sottolineare che alcune delle idee sono genuinamente valide e interessanti. Come ho scritto sopra, l’esperimento mentale dell’omicidio, risarcimento e giustizia in una società utopica è fondamentale e necessaria nel mondo di oggi, in cui (indipendentemente dalla posizione geografica) gli abusi della polizia sono onnipresenti e in crescita, e il sistema giudiziario tratta le élite economiche e politiche in modo diverso dai comuni cittadini.

Dunque la premessa (un ragazzo viene assassinato in pieno giorno in un luogo pubblico; come reagisce una società utopica?) è davvero interessante, e il primo capitolo è un gancio non da poco.

Ho anche trovato sagace la prima idea del romanzo: a differenza di molti gialli, in cui un intelligentissimo e carismatico detective (e forse il suo assistente) trova tutti gli indizi e infine smaschera il colpevole con ragionamenti logici e deduzioni brillanti, in questo romanzo il compito viene ricoperto dal CDS, un gruppo di investigatori volontari che dedicano il loro tempo libero per tentare di alleviare questi episodi di cattiva condotta sociale e interpersonale.

L’investigazione si svolge con abbondanti suggerimenti e partecipazioni da parte dei cittadini, che contribuiscono qua e là fornendo informazioni aggiuntive, facendo notare dettagli che i detective non hanno colto sulla scena del delitto e cercando retroscena sugli indagati, il tutto attraverso una chat condivisa. Ho trovato tutte queste idee molto interessanti: è l’opposto di un giallo, distante dal genio solitario che affronta una sfida intellettuale sul piano personale, e invece più simile a un’intera società che dedica il proprio tempo ed energie per affrontare la dipartita di un membro della propria comunità. Ero quasi convinto che, date queste premesse, questo sarebbe stato il solarpunk ponderato e realistico che stavo cercando!

Ahimè, la distopia nei capitoli seguenti mi ha smentito.

Ciò che non ha funzionato

Questa è la parte più lunga; il resto del romanzo non ha incontrato i miei gusti, ma non intendo dilungarmi per dire che l’autore non è in grado di scrivere. Certo, ho forti opinioni sull’uso delle virgole, sulle descrizioni dei personaggi o sulle caratterizzazioni dei detective, ma sono elementi minori e soggettivi; alcuni di voi li adoreranno, altri nemmeno li noteranno, quindi non è interessante discuterne. Intendo invece concentrarmi sul perché alcune idee non hanno funzionato e non avrebbero mai potuto funzionare, siccome sono diametralmente opposte alla premessa di una società utopica.

Iniziamo dalla distribuzione di massa di informazioni, che è uno dei primi elementi che mi hanno fatto insospettire riguardo la coerenza dell’ambientazione. Per avere un processo investigativo che permetta partecipazione totale, tutto viene trasmesso in diretta. I detective registrano e condividono tutto, che è il modo più rapido di rendere l’intera procedura la più democratica possibile. Contemporaneamente (e la storia stessa si accorge di questa dissonanza nella prima metà) genera una pervasiva cultura dello spettacolo: i cittadini non vengono attratti dall’interesse verso la stabilità della società di cui fanno parte, ma dal drama. Questo non si limita all’investigazione, ma si estende al processo finale al colpevole negli ultimi capitoli (ne parlerò in dettaglio più avanti). Nel lodevole tentativo di immaginare un processo investigativo più democratico, l’autore ha (spero involontariamente) ricreato una versione digitale di un’esecuzione pubblica che nessuno dei personaggi contesta.

Secondariamente, l’autore pone estrema attenzione alla salute mentale e all’importanza della terapia… al punto che diventa un antidoto universale per i problemi sociali. Man mano che l’indagine prosegue, viene rivelato che il colpevole è affetto da un disturbo mentale e ha ingannato chiunque con abilità tale da avere ‘evitato cure psichiatriche’ per tutta la vita.

E se tale dicitura vi insospettisce (al posto di, ad esempio, ‘rifiutare aiuti professionali’), lasciatemi portare l’esempio di Vittoria, una dei detective il cui nome è necessario in questa recensione, in quanto la storia tradisce la chiara preferenza dell’autore per questo personaggio. Incontrando un cittadino che reagisce male alla sua presenza (chiamandola, cito, ‘stuck-up freak’, ‘fricchettona montata’, che non è nemmeno un’offesa volgare), lei reagisce ‘attivando un programma che ne riveli l’identità, gli invii un messaggio fra un’ora e lo informi che deve fornire prove di aver ricevuto cure psicologiche per il suo comportamento o essere censurato’.

Sono consapevole del fatto che ognuno di noi ha visioni leggermente diverse dell’utopia solarpunk, ma questo dialogo può avere luogo solo in una società altamente sorvegliata e distopica, in cui le sedute vengono amministrate in senso foucaultiano: per stabilire il controllo, eliminare il dissenso o porre le persone dietro barriere mediche e istituzionali per rendere le loro vite più difficili con la scusa dell’aiuto psicologico.

Non finisce qui. Se la prima metà del romanzo è dedicata all’investigazione della scena del crimine e possibili indizi (come nella maggior parte dei gialli), la seconda si concentra su di un singolo sospettato e sugli sforzi dei detective, non per fare luce sulla sequenza di eventi che escludono ogni altro possibile personaggio, ma per dimostrare che il sospettato è davvero psicopatico. L’impressione che ho avuto dal testo (indipendentemente dalle intenzioni dell’autore) è stata che il sospettato non fosse investigato per aver compiuto un crimine ma per essere un deviante (di cui l’assassinio era solo un’ulteriore prova).

Per fare ciò, i detective commettono una serie di oltraggi impensabili che non sarebbero accettati nemmeno nelle nostre società odierne: perquisiscono casa sua di nascosto e senza il suo consenso (grazie a un mandato ottenuto con modalità dubbie facendo pressione sul consiglio di quartiere) per trovare prove di animali uccisi in gioventù; Vittoria finge di andare a un appuntamento con lui per interrogarlo (di nuovo, senza il suo consenso; l’unico esempio del genere mi è stato raccontato da un emigrato cinese) e si spingono persino a dissotterrare il cadavere della madre per dimostrare che l’ha avvelenata anni addietro! Ciò che era iniziata come indagine di un omicidio trascende la vittima e il fatto per degenerare in una caccia all’uomo in cui non ci sono limiti, e i detective dispongono dell’intero arsenale della polizia moderna per incastrare il colpevole.

Ogni abuso di potere dei detective viene presentato come giustificato e persino necessario, in quanto l’assassino è uno psicopatico e dunque non può che mentire a ogni occasione; una creatura ontologicamente malvagia che può compiere solo azioni malvagie e per la quale questa società ‘utopica’ (virgolette necessarie, a questo punto) non ha alcuna risposta.

Lasciando da parte i dilemmi morali (l’assassino non merita perdono perché è uno psicopatico, o può pentirsi ed essere riabilitato dopo cure psichiatriche obbligatorie?), l’autore si è avventurato in un territorio dolorosamente importante: sarebbe davvero arduo condurre un’investigazione moderna con il consenso del colpevole. Al posto di tentare di immaginare altri modelli investigativi (che sarebbero stati senza dubbio una sfida, ma uno sforzo più che valevole), l’autore salta all’estremo opposto e priva il colpevole di ogni possibile decenza sulla base della psicopatia. L’intento è quello di dipingere l’assassino come il male imperdonabile, eppure ho finito con l’empatizzare con lui proprio a causa dei ripetuti e ingiustificati abusi che ha ricevuto lungo tutta la storia.

Prima di concludere, devo entrare nel dettaglio della scena culmine del processo, in quanto è davvero l’epitome del grottesco.

Dopo che il colpevole è stato catturato, Vittoria espone il suo discorso appassionato per chiedere alla giuria il massimo della pena: ‘una sentenza di deumanizzazione’ (molto solarpunk), mentre l’intera città sta assistendo alla trasmissione in diretta. Durante tutta la scena, il colpevole ha la bocca bendata (non possono permettergli di parlare, in quanto mentirebbe solo) e può rispondere solo via tastiera; peccato che i suoi messaggi non vengano mai mostrati. Egli non ha un avvocato difensore (che dovrebbe essere un diritto garantito almeno in Italia, ma in teoria anche negli Stati Uniti, paese d’origine dell’autore), e la giuria decide di concedere il massimo della pena, la quale priva il colpevole di ogni diritto eccetto quelli dei parassiti.

Non sono un esperto di sistemi giudiziari, ma posso dire una cosa con certezza: una società in cui i criminali non hanno diritti può eliminare il dissenso arbitrariamente. Se i criminali non hanno diritti, alle autorità basta trovare una qualsiasi scusa per etichettare le persone come criminali e quelle perderanno i propri diritti. Nel caso specifico di questo romanzo, i detective possono fornire prove della psicopatia e convincere l’intera società che i colpevoli non meritano empatia ma l’eliminazione totale.

Vorreste vivere in un’utopia del genere?

Distorcere la narrazione

In ultimo, vorrei concentrarmi sul personaggio di Vittoria che ho già invocato spesso, la ‘femme fatale’ della sinossi.

L’autore non manca mai di sottolineare tre caratteristiche: la sua altezza, il suo carisma e… la virtuosa sete di sangue, fino all’ossessione. Ciò tradisce una chiara preferenza per questo personaggio, e invero riceve il miglior trattamento di tutto il gruppo di detective: il finale le consegna l’eponima vittoria alle spese del colpevole, conclusione che nessun altro personaggio celebra vistosamente.

Ho tre interpretazioni possibili per il personaggio di Vittoria.

La prima: ella rappresenta l’archetipo del poliziotto violento dei tempi andati, mossa da vendette personali o rigidi codici morali. Il che non ha molta attinenza tematica, in quanto il suo trionfo sarebbe l’equivalente allegorico del celebrare la società precedente a quella utopica.

La seconda: Vittoria è una potenziale antagonista, e gli altri detective dovranno affrontarla in un romanzo venturo.

La terza: anche Vittoria è una psicopatica, proprio come l’assassino, ma a differenza sua lei è riuscita a incanalare le sue tendenze in una professione rispettabile in cui le è concesso avere un certo margine, a patto che non danneggi altre persone nelle indagini.

Nessuna di queste opzioni mi colpisce come particolarmente interessante in un’ambientazione solarpunk. La prima avrebbe potuto caratterizzare personaggio molto profondo (l’ex-poliziotta che deve imparare come indagare in un sistema nuovo, più umano e rispettoso, dopo anni di servizio in cui l’abuso era normalizzato), ma non è la storia che il romanzo ha deciso di raccontare. Vittoria viene sempre presentata come figa, i suoi difetti sono sempre minimizzati, le sue gesta giustificate, e sopra ogni cosa le viene sempre data ragione: alcuni personaggi talvolta cercano di opporle resistenza, ma dopo poche battute si arrendono.

In ogni altro genere, questa sarebbe potuta essere una storia emozionante: una caccia all’uomo à la Psycho-Pass in cui la cacciatrice si rivela essere non solo un altro mostro ma il mostro vincente, perché può controllare i propri impulsi e (ab)usare gli strumenti della società in cui opera per dissimulare la propria sete di sangue e indirizzarla verso altri mostri. Questo è un concept fantastico per un giallo, forse anche per un giallo cyberpunk, nonostante faccia affidamento sull’assunzione (fallace, a mio avviso) che alcune persone nascono malvagie e possono solo fingere di essere membri di una società.

In ogni caso, questa storia in un’ambientazione solarpunk ha un effetto quasi opposto. Diventa una tragedia in cui un personaggio eccessivamente carismatico distorce e deraglia un processo collettivo, facendo leva sulla sua influenza personale per sfogare i propri impulsi. L’intera storia si lascia alle spalle l’intento speculativo dell’investigazione solarpunk e del perdono, e viene dirottata dal duello selvaggio (ma sbilanciato) tra Vittoria e l’assassino per determinare chi dei due potrà continuare a mentire agli occhi del pubblico ed evitare ripercussioni. In particolare, l’ultimo terzo della storia è un approfondimento sulla normalizzazione della crudeltà. Dov’è il solarpunk?

Concedetemi di concludere la recensione con un ultimo spoiler dall’ultima pagina del romanzo, nella quale viene implicato che Vittoria riesce infine a uccidere il colpevole, sedato e isolato, con la stessa arma trovata sulla scena del crimine.

Dunque vi chiedo ancora: di chi è quest’utopia?

Andrea Clockwork Barresi

Immagine della testata: Fabian Perez