SEMI: l’impatto ambientale degli animali domestici

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Matteo Scarfò

Leggevo l’altro giorno un articolo sul dilemma nel mondo vegano che riguardava il possedere animali domestici e il loro nutrimento con cibi da supermercato. La questione mi ha subito interessato, vivendo in casa con un cane di taglia medio-grande. Oggi avere in casa un animale è una pratica radicata e in fortissima espansione, specialmente nel mondo occidentale. Sebbene moltissimi proprietari di animali siano animati da un sincero spirito di rispetto e amore per i loro compagni, è vero anche che il loro impatto ambientale è spesso sottovalutato. In un contesto di crisi climatica sempre più urgente, è importante interrogarsi su quanto anche le nostre scelte quotidiane legate agli animali contribuiscano alle emissioni globali.

Gli animali domestici hanno un’impronta di carbonio tutt’altro che trascurabile. Un gatto di taglia media può generare circa 300 kg di CO₂ equivalente all’anno, mentre un cane medio arriva a circa 770 kg. I cani di grossa taglia possono superare addirittura le 2,5 tonnellate annue, un valore paragonabile alle emissioni di un’auto familiare. La principale fonte di questo impatto è il cibo, in particolare quello a base di carne.

Il sistema alimentare globale è responsabile di oltre un quarto delle emissioni di gas serra, e la produzione di carne ne rappresenta la quota maggiore. Anche l’alimentazione degli animali domestici incide in modo significativo. In alcuni Paesi, la carne consumata esclusivamente dagli animali domestici raggiunge livelli paragonabili a quelli di intere nazioni.

Un altro aspetto spesso ignorato è la gestione dei rifiuti. Le deiezioni di cani e gatti possono contaminare suolo e acque, diffondere patogeni e contribuire all’inquinamento urbano se non smaltite correttamente. Il più delle volte, inoltre, si usano sacchetti di plastica non riciclabile per la raccolta. Sono ovviamente milioni di contenitori di plastica in più da eliminare ogni giorno. Per quanto riguarda i gatti, invece, molte lettiere tradizionali non sono biodegradabili e derivano da processi estrattivi altamente impattanti. Per non parlare poi di giocattoli, imballaggi e prodotti in plastica che finiscono spesso in discarica.

Esistono delle alternative più sostenibili sia per i cibi che per le varie plastiche per la raccolta, ma sappiamo benissimo che questi prodotti non sono né facilmente reperibili nei negozi della grande distribuzione né sono nella disponibilità economica di tutti, e rivolgersi ad Amazon non risolverebbe molto il problema. Che cosa fare dunque? Forse, per ora, si può cominciare a prendere consapevolezza di un fenomeno pochissimo dibattuto ma sotto gli occhi di tutti e trovare da soli un compromesso tra avere un animale in casa e non considerarlo per nulla anche come un problema per l’ambiente.

Matteo Scarfò

Immagine nel post e testata: Sylvain Sarrailh, Toulouse