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Dice la copertina che se cominci a leggere Morituri ti troverai a fare i conti con “una visione potente, toccante e memorabile”. Difficile non essere d’accordo.

Morituri è potente a motivo delle densità delle evocazioni sensoriali, indissolubilmente intrecciate con le emozioni dei protagonisti, le quali vanno dallo smarrimento alla paura allo stupore, anzi: alla stupefazione. È toccante a motivo della intensità emotiva che ne anima le pagine, e perché chi legge si ritrova su quel limitare tra la vita materiale e l’abisso sconosciuto dove sa per certo che finirà in prima persona, presto o tardi.

È memorabile appunto per quanto è potente e toccante, e per l’abilità con cui si muove in una dimensione “altra” senza risultare alieno; e anche perché suona note fondamentali dell’essere umano: la passione, la vita, la morte.

Infine, è appunto una visione in cui lasciarsi calare più che un intreccio da cui farsi trascinare.

C’è una donna ed è lei la creatrice di questo universo. Si dice che un dispositivo digitale rende possibile questa simulazione, ma l’informazione è lasciata scivolare con tale leggerezza e discrezione che scompare quasi subito dalla coscienza di chi legge: giusto il tempo di soddisfare una sorta di requisito di (fantascientifico) radicamento nel reale senza intaccare la potente percezione di realtà della visione.

La visione prende forma e vita quando la donna del nostro secolo guarda l’uomo ed esclama: “finalmente ti accorgi di me“. Il contingente assurge a universale, gli eventi si fanno simboli. Colei che è creatrice e orchestratrice assume la forma e il ruolo di Donna e di Dea, risuonando con l’archetipica Cleopatra. Le diverse prospettive della donna e dell’uomo entrano in contatto e da questo emerge una ucronia che si fa messaggio: la visione diventa trasformativa, suggerisce l’invito ad accorgersi di ciò che trascuriamo, a prendere in considerazione la possibilità di storie diverse. La visione ci accompagna sì alla chiusura di un ciclo vitale, ma questo prima di dissolversi lascia uno spunto per il futuro.

Morituri ci colloca nella dimensione liminale, al confine fra ciò che si esaurisce e ciò che ancora non ha preso forma: ciò vale per l’universo del racconto, ma anche per il nostro mondo reale in questo anno 2026. Ed è proprio nel momento del passaggio, della trasformazione, che si trova l’istante migliore in cui evocare, creare e orchestrare un futuro non scontato, che non sia il proseguimento inerziale del passato, che sia potenziato dal contributo della bellezza, dell’armonia, della capacità di immaginare ed evolvere.

Mattia Rossi

Mattia Rossi, laureato in Lettere moderne, si occupa di futuro da un punto di vista professionale, come facilitatore di foresight; è fellow della Fondazione Italian Institute for the Future, e in passato ha fatto anche il giornalista.


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