Bugonia (dacci oggi il nostro complotto quotidiano, per avvicinarci alla verità)

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Riccardo Muzi

Bugonia, l’ultima fatica di Yorgos Lanthimos, ci trascina senza troppi complimenti in un labirinto di paranoia giocando abilmente con le nostre certezze, mentre la sua peculiare stratificazione di significati nasconde un colpo feroce e straniante.

Sebbene la trama segua il rapimento di una potente CEO da parte di due uomini convinti che lei sia un’aliena pronta a invadere la Terra, il film compie un’operazione sociologica spietata: disintegra il concetto di autorevolezza istituzionale diventando così un perfetto benchmarck del ribaltamento della verità.

La pellicola mette in scena uno scontro tra due mondi: da una parte, l’élite (La CEO) che rappresenta il successo, la logica razionale, il decoro e tutto ciò che la società etichetta come credibile, insomma la faccia pulita del potere che, però, si rivela sterile e manipolatoria. Dall’altra parte ci sono invece i complottisti: due reietti, ossessivi e socialmente sgradevoli. Eppure, nel caos della loro follia, possiedono un’intuizione primordiale che manca a chi vive nel “giusto”.

Lanthimos suggerisce una verità scomoda: chi gode di massima credibilità spesso è solo chi ha imparato a recitare meglio il ruolo del “normale”. In un mondo saturo di propaganda e marketing, la razionalità istituzionale diventa una gabbia che impedisce di vedere l’assurdo che ci circonda.

Al contrario, i protagonisti, pur con i loro improbabili cappelli di stagnola, hanno un’aderenza con la realtà quasi selvaggia, innata. La loro paranoia non è altro che un sistema di difesa iperattivo contro una realtà che è diventata, di fatto, inconcepibile.

In Bugonia, il complottista non è colui che interpreta i fatti a modo suo attraverso la lente della dietrologia, ma è una persona che vede le crepe nel muro prima che il muro crolli addosso a chi rideva di lui.

Così, nel film si ribaltano i pregiudizi e siamo indotti a chiederci: “E se il pazzo avesse ragione perché è l’unico che sta guardando nella direzione giusta?”. E mentre ci prendiamo il nostro tempo per abbozzare una risposta sensata a questa domanda, Lanthimos ci serve una condita critica al nostro sistema dimostrando come la scienza e la logica possono essere usate arbitrariamente per anestetizzare le masse. Il tutto all’interno di una cornice narrativa votata all’estetica della paranoia, in cui la verità è un concetto fluido e impalpabile e, per questo, terrificante.

Per assaporare in pieno l’operazione “viva la verità dei folli” messa appunto da Lanthimos non può mancare il confronto con l’originale sudcoreano del 2003: Save the Green Planet! di Jang Joon-hwan

Mentre l’originale è un film che mescola vari generi (horror, commedia e fantascienza), il regista greco, in Bugonia, asciuga la narrazione per renderla un breve trattato sulla percezione della realtà. Ma non si ferma solo a questo: umilia quello spettatore che, in qualche modo, si sente autorizzato a percepirsi superiore ai “malandati” protagonisti del film.

Un esempio: in Save the Green Planet! il CEO rapito è un uomo d’affari brutale. Lo spettatore prova quasi piacere nel vederlo torturato perché rappresenta l’avidità corporativa, simbolo esplicito del capitalismo cattivo. In Bugonia, invece, la scelta di una CEO donna (interpretata da Emma Stone) aggiunge uno strato di credibilità moderna, così che lei possa incarnare l’intelligenza, l’empatia performativa e il carisma. Questo pacchetto completo di virtù, sul quale, guarda caso, poggia il sistema sociale neoliberista, rende l’intenzione dei rapitori ancora più scandalosa per il pubblico: come si può accusare una figura così gradevolmente inserita nel mondo di essere un mostro interstellare?

Il tratteggio del personaggio della CEO è il definitivo cavallo di Troia nella percezione dell’opera di Lanthimos: i modi affabili ma assertivi, tranquilli ma precisi, suggeriscono che la verità non ha bisogno di essere urlata, ma può nascondersi dietro un tailleur impeccabile e un tono di voce rassicurante.

Quando il finale squarcia il velo, il personaggio della Stone viene retroattivamente illuminato da una luce sinistra: in lei nulla era umano, ma tutto simulato alla perfezione.

Lanthimos ci dimostra che siamo inclini a credere alla dirigente d’azienda (e non ai complottisti) perché lei è esteticamente e dialetticamente più credibile, confermando che la nostra percezione della realtà è tragicamente schiava del decoro e della reputazione, mentre la verità abita anche nel grottesco e nell’indicibile. Bugonia, a suo modo, racconta il mondo occidentale contemporaneo (solo contemporaneo?): viviamo in un’epoca in cui la verità è fuggita, forse definitivamente cacciata, dagli uffici dei piani alti e si nasconde nel sudore, nell’ossessione di chi ha smesso di fidarsi delle versioni ufficiali.

Riccardo Muzi

Crediti

Paesi di produzione: Stati Uniti d’America, Corea del Sud, Irlanda; anno 2025, durata: 119 minuti;

regia: Yorgos Lanthimos; soggetto. remake dal film di Jang Joon-hwan “Save the green Planet”; sceneggiatura: Will Tracy. Interpreti e personaggi: Emma Stone: Michelle Fuller; Jesse Plemons: Teddy Gatz; Aidan Delbis: Don; Stavros Halkias: Casey; Alicia Silverstone: Sandy Gatz

Save the green Planet è disponibile sulla piattaforma DailyMotion